Jeffery Deaver – Verità imperfette

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Verità imperfette è un libro del genere giallo scritto da Jeffery Deaver, pubblicato il 20 ottobre 2020 da Rizzoli, che comprende due racconti che fanno parte della serie che ha come protagonista Colter Shaw, un cercatore di persone scomparse, che ritorna con due nuove sfide insospettabilmente complesse per la mente inquieta di Colter, che dovrà ricorrere a tutte le sue risorse per setacciare il terreno d’indagine alla ricerca di una conclusione. Tra frammenti di verità imperfette, dove nulla è come appare.

“Per lui era stata una passeggiata. L’aveva fatto più che altro per combattere la noia. È il curioso paradosso di chi vive secondo il codice della sopravvivenza. Il punto, ovviamente, è rimanere in vita. Ma quest’ovvietà non coglie un dettaglio fondamentale: non vivi davvero fino a che non ti trovi ad affrontare un pericolo cui sei costretto a scampare.”

La scienza investigativa a volte non basta. Anche al più esperto dei detective è capitato quel caso in cui ogni certezza si sgretola, le ipotesi si dissolvono. Per fortuna, però, ci sono uomini come il cacciatore di ricompense Colter Shaw, che arriva quando gli eventi stanno per precipitare, in missioni che parrebbero disperate, se non impossibili, e risolve. Lui non segue le regole, ma ha un prezioso decalogo ereditato dal padre che comprende la valutazione delle probabilità, i calcoli basati sulle percentuali e un largo uso delle tecniche di sopravvivenza. Questa volta lo vediamo in azione a Chicago, sulle tracce di una pittrice svanita nel nulla dopo un weekend lontano dal marito, e poi in Kansas, al fianco della polizia, a contrattare con un folle per la vita di un ostaggio.

La prima storia, intitolata “Scomparsa“, è il prequel della serie dove ci viene presentato Colter Shaw, che viene ingaggiato dal signor Matthews per la scomparsa di sua moglie Evelyn da più di un mese.

“«È scomparsa da un mese. E due giorni.»
Aveva un’espressione così turbata che Shaw si aspettava quasi che l’uomo avesse tenuto anche il conto delle ore.
«Non ha più avuto alcun contatto con lei?»
«Nessuno.» La voce gli si abbassò di un’ottava, si schiarì la gola. «No, signore.»
Erano seduti in un locale che proponeva cucina ASIAN FUSION – o almeno così proclamava l’insegna, anche se Colter Shaw non avrebbe saputo dire in che cosa si differenziasse da un qualsiasi altro ristorante cinese. Aveva ordinato zuppa di wonton, uno strano miscuglio che in teoria da qualche parte doveva contenere anche del brodo di pollo. Nient’affatto malvagia. L’uomo che gli stava di fronte nel séparé era circondato da una muraglia di ciotole – fettine di tofu condite, salse a profusione, una zuppa, involtini primavera e riso. Aveva preso uno di quei menu fissi del pranzo. Dopo aver mandato giù un po’ di riso posò le bacchette.
«Io so che è in pericolo, me lo sento. È stata rapita. Dobbiamo fare qualcosa!» Si sistemò meglio addosso la giacca grigia, di marca: «Brooks Brothers» fece in tempo a leggere Shaw all’interno del bavero. I polsini, però, erano logori. La camicia del signor Matthews era bianca, il colletto si stava ingiallendo a contatto con la pelle, e gli andava grande, almeno una taglia di troppo. La cravatta era di un verde acceso, coordinata al fazzoletto nel taschino. Portava un grosso anello d’oro al medio della mano destra.
«È andato alla polizia?» gli chiese Shaw con voce incolore, in forte contrasto con il timbro irregolare e nervoso di Ron Matthews.
«Ma sì, certo. Ho chiamato il giorno dopo che non è tornata a casa. Temevo fosse troppo presto, ma il detective mi ha detto che non ci sono periodi di tempo prestabiliti da rispettare in questi casi.»
In molti Stati si può denunciare la scomparsa di una persona anche dieci minuti dopo averne perso le tracce; sono le autorità a non mettersi subito in moto, a meno che non si tratti di un minore o non ci siano prove che è stato commesso un crimine (il termine standard usato in polizia è di ispirazione sherlockiana: «condotta illecita»).
Matthews si affrettò a confermarlo: «Non mi hanno dato l’impressione di volersi spaccare la schiena, sa? Il detective mi ha spiegato che un sacco di persone scompaiono».
Migliaia e migliaia. Shaw lo sapeva bene.”

La seconda storia, intitolata “Il secondo ostaggio“, si colloca tra il primo libro della serie “Il gioco del mai” e il secondo “Gli Eletti“. Mentre Colter Shaw sta indagando su una ragazza scappata di casa si ritrova nell’ufficio dello sceriffo in mezzo ad emergenza, un uomo tiene in ostaggio alcune persone, così Shaw si offre come mediatore nell’attesa dei rinforzi.

“«Okay. Abbiamo un problema.»
Il vicesceriffo, magro e abbronzato, schiena dritta, postura rigida, aveva appena riagganciato, e adesso si rivolgeva a tutti i presenti: «Era Sally, dalla centrale. Ostaggi e colpi d’arma da fuoco a Kiowa Lake».
I sei agenti, in pantaloni neri e camicie verde scuro, lo guardavano con occhi spenti, come se qualcuno li avesse ficcati in un congelatore. Cinque uomini e una donna, di età variabile, dai trenta (anche meno) ai cinquanta. Tutti bianchi, a parte un afroamericano con la pelle di cioccolata. Volti deformati in una collettiva smorfia di sorpresa.
Colter Shaw suppose che espressioni come «ostaggi» e «colpi d’arma da fuoco» non si sentissero molto spesso da quelle parti. Fissò dall’altra parte della scrivania l’uomo che le aveva pronunciate.
Il vicesceriffo Peter Ruskin, a cui Shaw avrebbe dato sui trentacinque anni, continuò: «Una casa vacanze, avete presente? Il tizio che l’ha presa in affitto dice che è arrivato uno in macchina e si è messo a camminare avanti e indietro parlando tra sé e sé; a un certo punto, ha tirato fuori una pistola e ha fatto irruzione in casa».
«Modello?» chiese uno degli agenti, stessa età di Ruskin, ma più corpulento, H. Granger. Indossavano tutti dei tesserini con il nome. Comodo.
«Non si sa. L’affittuario si chiude in bagno, chiama il 911. L’operatore sente dei rumori, qualcuno che forza la porta a calci, e poi una voce: “Va’ in salotto, mettiti a sedere”. Poi è caduta la linea. A quel punto, hanno chiamato i vicini dicendo di aver sentito uno sparo. A quanto pare, però, non contro l’ostaggio. Ha sparato fuori dalla finestra.»
L’ufficio dello sceriffo della contea di Cimarron era sobrio e funzionale. Shaw era stato in decine di presidi come quello, ed erano più o meno tutti uguali. Piccolo anche quello. L’area che ricadeva sotto la loro giurisdizione, lì nella parte centrale del sud del Kansas, era ampia dal punto di vista geografico, ma scarsamente popolata.
«L’affittuario l’ha riconosciuto?»
Ruskin rispose: «È una casa vacanze. È solo uno di passaggio».
«Oh, giusto. Non è del Kansas.»
«Ci sono feriti?» chiese B. Harper, l’unica donna. Bassina, si vedeva che le scorreva sangue indigeno nelle vene.
«No. Sally ha chiamato lo sceriffo. Sta arrivando. Okay, diamoci da fare.» A quanto pareva, Ruskin aveva un qualche ascendente sugli altri, anche se ancora non aveva fatto il giro di boa della mezza età. Ispezionò la stanza affollata. «George, Devon e E.J. sono di pattuglia. Li faccio avvertire di andare sul posto. Sal ha chiamato la polizia di Stato. Voglio tre di voi con me. Qualcuno ha già gestito casi di sequestro di ostaggi?»
I suoi colleghi si guardarono a lungo, ma nessuno aprì bocca.
«Io» disse Colter Shaw.”

Le recensioni sono davvero pochissime visto il poco tempo trascorso dalla sua uscita, quelle che sono riuscita a trovare parlano di un libro di breve e piacevole lettura, ma nello stesso tempo, anche se brevi, le due storie sono bene curate. Ma c’è anche chi si lamenta per il costo eccessivamente alto per 128 pagine e chi ne è rimasto profondamente deluso perché non aggiunge nulla al personaggio protagonista. Non resta che leggerlo e farci una nostra personale opinione.

“Diecimila dollari non erano molti per un marito convinto che la moglie fosse stata rapita. Ma per Shaw i soldi non erano tutto, anzi. Ad attirarlo era la sfida. La ricompensa, per lui, consisteva nel poter sventolare una bandierina per avere risolto, prima degli altri, un problema. Viveva per quello.”


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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