Il vincitore del Premio Nobel alla Letteratura 2025 è l’ungherese Laszlo Krasznahorkai. L’Accademia Reale Svedese l’ha scelto “per la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte”.
László Krasznahorkai, si pronuncia Kras-nao-horkai, è uno di quegli autori che sembrano usciti da un’altra dimensione della letteratura. Ha 71 anni, ma la sua voce narrativa ha qualcosa di senza tempo, come se appartenesse a un luogo sospeso tra il sogno e l’incubo. Nel 2015 ha conquistato l’International Man Booker Prize, riconoscimento che lo ha imposto definitivamente sulla scena mondiale. Quattro anni dopo, nel 2019, è arrivato anche il National Book Award, a suggellare una carriera costruita con pazienza e visione. E non è tutto, nel 2017 è stato finalista al Premio Gregor von Rezzori e al Premio Strega Europeo, confermando quanto la sua scrittura, ipnotica e implacabile, continui a esercitare un fascino profondo su lettori e critici di tutto il mondo.
Chi è Laszlo Krasznahorkai, vincitore del Premio Nobel alla Letteratura 2025
László Krasznahorkai nasce il 5 gennaio 1954 a Gyula, un piccolo centro nel sud-est dell’Ungheria, a pochi chilometri dal confine con la Romania. È figlio di una famiglia della media borghesia, il padre è avvocato, la madre dirige un ufficio pubblico. Cresce in un ambiente ordinato, con la legge e la disciplina a fare da bussola quotidiana. Non stupisce quindi che, da ragazzo, voglia seguire le orme paterne, ma qualcosa, a un certo punto, gli fa cambiare idea, forse è la scoperta di un mondo più vasto dietro le pagine dei libri, o forse il bisogno di dare un senso diverso al silenzio delle campagne ungheresi, fatto sta che decide di abbandonare il diritto per la letteratura.
Infatti, a Budapest, nel 1983, si laurea in lettere con una tesi dedicata a Sándor Márai, lo scrittore che più di ogni altro ha raccontato la malinconia e la grandezza perduta dell’Ungheria. Due anni dopo, nel 1985, Krasznahorkai pubblica “Satantango”, il suo romanzo d’esordio, una storia cupa e ipnotica che ruota attorno a un ritorno inatteso in una fattoria collettiva alla fine del comunismo. È un racconto di disgregazione e speranza, dove il tempo sembra dilatarsi fino a diventare un personaggio esso stesso.
Il libro colpisce subito un altro visionario ungherese, Béla Tarr, regista dal passo lento e dallo sguardo metafisico. Qualche anno dopo, Tarr ne trae un film monumentale, 435 minuti, più di sette ore, di immagini in bianco e nero che trascinano lo spettatore in un’esperienza quasi ipnotica.
Nel 1989 esce “Melancolia della resistenza”, scritto tra Berlino e l’Ungheria, durante il periodo in cui Krasznahorkai riesce finalmente a lasciare il suo paese grazie a una borsa del DAAD, l’organizzazione tedesca che promuove gli scambi culturali internazionali. Il romanzo, costruito come una lunga visione allucinata, racconta l’arrivo di un circo itinerante con una balena imbalsamata in una cittadina sperduta: una metafora grandiosa del caos e dell’attesa, dell’assurdità e della fine di un’epoca.
Anche da questo libro Béla Tarr trarrà un film, “Le armonie di Werckmeister” (2000), altra tappa di una collaborazione che diventerà quasi simbiotica. Negli anni, tra romanzi e sceneggiature, i due costruiscono una vera e propria alleanza artistica, culminata con “Il cavallo di Torino” (2011), l’ultimo film di Tarr, scritto proprio da Krasznahorkai.
Una carriera, la sua, che non sembra tanto seguire un percorso, quanto inseguire il tempo che si decompone, del mondo che si consuma lentamente, come in un lungo, inesorabile piano sequenza.
I libri di Laszlo Krasznahorkai pubblicati in Italia
Satantango, pubblicato nel 1985.
Il comunismo è ormai al tramonto e nella fangosa campagna ungherese quel che resta di una comunità di individui abbrutiti vive una vita senza speranza in una cooperativa agricola ormai in sfacelo. Tutti vogliono andarsene e sperano in un futuro migliore grazie al denaro che riceveranno dalla chiusura della loro fattoria collettiva.
Quando all’improvviso si diffonde la notizia che il carismatico Irimiás, sparito due anni prima e dato ormai da tutti per morto, è stato visto sulla strada che porta al villaggio e sta per tornare pare un miracolo. È l’inizio dell’attesa, dell’avvento incombente di qualcosa che li può liberare ma che avrà pesanti conseguenze sulle loro vite disperate.
Si troveranno infatti a far fronte non solo alle astuzie di Irimiás, ma anche ai conflitti che li dividono. Questo capolavoro dark, primo libro di Krasznahorkai pubblicato nel 1985 in Ungheria, è ormai considerato un vero e proprio classico contemporaneo.
Melancolia della resistenza, pubblicato nel 1989.
In città è arrivato il circo. Nulla di strano, se non fosse che il circo ospita una balena imbalsamata, la più grande del mondo, e che la città è sperduta nella campagna ungherese, un non luogo dominato da incertezza e declino. Tutti sono in attesa che accada qualcosa e sarà proprio il circo a detonare il cambiamento.
Tra i tanti personaggi che popolano questo romanzo sociale spiccano Eszter, che spera nel caos e nell’anarchia per accrescere il suo potere, e Valuska, postino e sognatore, che al contrario trascorre le sue giornate cercando la purezza nel mondo.
Guerra e guerra, pubblicato nel 1999.
Su un ponte ferroviario un uomo è circondato da sette derubarlo. L’uomo è György Korin, che inizia a parlare in tono disperato, quasi folle, nella speranza di distrarli e insieme di consolare sé stesso. Korin racconta di aver scoperto in un piccolo villaggio ungherese un antico manoscritto di incredibile bellezza: la storia epica di un gruppo di soldati che deve affrontare il ritorno a casa dopo una guerra disastrosa.
Il valore del libro è tale che Korin decide di portarlo a New York e una volta lì riversarlo tutto in Rete per concedergli l’eternità. Guerra e guerra è la storia di questa missione, dei molti incontri del protagonista lungo il suo cammino, in un mondo diviso tra brutalità e bellezza.
Un romanzo segnato da un realismo tale che la sua esistenza non si limita alle pagine, ma già durante la stesura ha vissuto altre vite – sotto forma di messaggi dell’autore ai suoi lettori e di un racconto – fino a invadere la realtà con una targa: nell’ultimo capitolo infatti il protagonista chiede che l’epilogo della sua vita venga fissato in un’unica frase su una targa commemorativa, e che questa targa venga collocata nei pressi di una scultura di Mario Merz, sul muro di un museo svizzero.
E così è stato: la targa è stata a tutti gli effetti inaugurata il 27 giugno 1999, una domenica, alle ore 11 di mattina, alla presenza di tutte queste persone; per l’occasione sono stati invitati anche lo scrittore e Mario Merz.
Il ritorno del Barone Wenckheim, pubblicato nel 2016.
Giunto ormai al capitolo decisivo della vita, il barone Béla Wenckheim torna nel paese natio in una sperduta provincia ungherese. La sua è una figura avvolta nel mistero: chi lo incrocia lo descrive come inverosimilmente pallido, magro e alto come un grattacielo, occhi neri, sguardo trasognato.
A causa dei debiti di gioco è fuggito da Buenos Aires, dove viveva in esilio, e non desidera altro che riunirsi al grande amore di gioventù, la sua Marietta o Marika: lui la chiama Marietta, ma per tutti gli altri è Marika. Il viaggio del barone si intreccia con quello del Professore, uno dei massimi esperti mondiali in muschi e licheni, che a sua volta si ritira dagli allori accademici per rinchiudersi in un selvatico eremitaggio e dedicarsi a faticosi esercizi di esenzione dal pensiero nelle immediate vicinanze della città di Béla Wenckheim.
Il ritorno del barone, che nella tensione dell’attesa è foriero di ricchezza per tutti, è ammantato da un rincorrersi di voci e da un turbine di pettegolezzi; attraverso le pagine graffianti dei giornali scandalistici ci immergiamo nella realtà del mondo ungherese e nella condizione di precarietà non solo economica in cui versa. Ma cosa succede se il Messia tanto atteso non porta con sé la salvazione ma anzi il giudizio universale? Un romanzo visionario che racconta l’assurdità del presente al ritmo di una marcia funebre.
Herscht 07769, pubblicato nel 2021.
Kana sembra una delle tante cittadine dimenticate della Turingia, e proprio la sua remota desolazione ha attratto un manipolo di neonazisti. Gli abitanti li guardano con timore e sospetto. Solo Florian Herscht è convinto di avere amici da entrambe le parti.
È un uomo robusto, gentile, chiaroveggente in virtù della sua innocenza, che crede devotamente in Bach, ha paura dei tatuaggi, è convinto che l’universo sia condannato a perdersi nel nulla e per informare tutti della catastrofe scrive lettere in modo ossessivo, persino ad Angela Merkel, che non gli risponde mai.
All’improvviso al limitare della foresta arrivano i lupi: la fine del mondo si avvicina. Modulando l’umorismo malinconico che è un tratto inconfondibile della sua straordinaria scrittura, László Krasznahorkai spiazza ancora una volta i lettori con un romanzo di terribile attualità, che parla di una piccola città ma ha il respiro universale della grande letteratura.
Avanti va il mondo, pubblicato nel 2013 (Racconti).
Un interprete ossessionato dalle cascate, al limitare dell’abisso della propria mente, vaga per le strade caotiche di Shanghai. Un viaggiatore sovraccarico di suoni, colori e rumori di Varanasi incontra sulla riva del Gange un gigante che disquisisce sulla natura di una goccia d’acqua. Un bambino che lavora in una cava di marmo in Portogallo abbandona il suo posto per addentrarsi in un mondo diversissimo dalla sua greve quotidianità.
Ventuno storie raccontate da un’unica voce narrante per distrarre il lettore dal nostro mondo e spingerlo al limite, per lasciarci trasportare da un flusso di pensiero che conduce verso l’imprevisto con una forma imprevista.
Il premio Nobel
Il premio Nobel per la letteratura è uno dei cinque premi istituiti dal testamento di Alfred Nobel nel 1895 ed è attribuito all’autore nel campo della letteratura mondiale che “si sia maggiormente distinto per le sue opere in una direzione ideale”.
E’ considerato il premio più prestigioso e più mediatico del mondo, il Premio Nobel mette in evidenza un autore e il suo lavoro, assicurandogli una promozione su scala planetaria, una reputazione internazionale e una certa tranquillità finanziaria. Fu assegnato per la prima volta nel 1901, al poeta francese Sully Prudhomme.
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