Premio Nobel alla Letteratura 2020: Louise Glück

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Il vincitore del Premio Nobel alla Letteratura 2020 è la poetessa americana Louise Glück, sorprendendo tutti, soprattutto gli italiani che purtroppo non hanno potuto godere di molte sue pubblicazioni nel nostro paese. L’Accademia Reale Svedese l’ha scelta per “per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende l’esistenza individuale universale”. Proviamo a conoscerla meglio, anche se la cosa migliore per farlo sarebbe leggere le sue opere.

“Vuoi sapere come passo il tempo? Cammino sul prato davanti, fingendo di strappare erbacce, ciuffi di trifoglio selvatico… In realtà sto cercando coraggio, qualche indizio che la mia vita cambierà”

Louise Glück è nata a New York nel 1943, in una famiglia di immigrati ebrei ungheresi, è cresciuta a Long Island e vive a Cambridge, Massachusetts e insegna letteratura inglese all’Università di Yale.
Dal suo debutto nel 1968, con Firstborna, ha pubblicato dodici raccolte di poesie, oltre a vari saggi di critica letteraria. In Italia nel 2003 è stato pubblicato L’iris selvatico (Giano), con il quale ha vinto il premio Pulitzer, attualmente introvabile e nel 2019 Averno (Libreria Dante & Descartes).  Nel 2014 vince il National Book Award. Durante l’adolescenza ha sofferto di anoressia nervosa, che ha influenzato i suoi scritti, di quel periodo scrive: “Ho capito che a un certo punto sarei morta. Quello che sapevo in modo più vivido, più viscerale, era che non volevo morire”. I temi ricorrenti nelle sue opere sono la mitologia greca, ma anche i rapporti familiari e la natura, come in L’iris selvatico dove a parlare sono i fiori.

Le sue opere:

Poesie
1968 – Firstborn
1975 – The House on Marshland
1980 – Descending Figure
1985 – The Triumph of Achilles
1990 – Ararat
1992 – The Wild Iris
2003 – L’iris selvatico (traduzione di Massimo Bacigalupo)
1995 – The First Four Books of Poems
1997 –  Meadowlands
1999 – Vita Nova
2001 – The Seven Ages
2006 – Averno (traduzione di Massimo Bacigalupo)
2009 – A Village Life,
2012 – Poems: 1962-2012
2014 – Faithful and Virtuous Night

Saggi
1994 – Proofs and Theories: Essays on Poetry
2017 – American Originality: Essays on Poetry

Alcune poesie di Louise Glück

Da un lato, l’anima vaga.
Dall’altra, esseri umani che vivono nella paura.
In mezzo, la buca della sparizione.

Alcune ragazze mi chiedono
se saranno al sicuro vicino all’Averno –
hanno freddo, vogliono andare per un po’ a Sud.
Una dice, come uno scherzo, ma non troppo a Sud –

io dico, è sicuro come qualsiasi altro posto,
e la cosa le rende felici.
Significa che niente è sicuro.

Sali su un treno, scompari.
Scrivi il tuo nome su un finestrino, scompari.

Ci sono posti così dappertutto,
posti in cui entri ragazza,
da cui non torni mai.

Come il campo, quello che è bruciato.
Dopo, la ragazza è sparita.
Forse non è mai esistita,
non abbiamo prove di niente.

Tutto ciò che sappiamo è:
il campo è bruciato.
Ma l’abbiamo visto.

Perciò dobbiamo credere nella ragazza,
in quello che ha fatto. Altrimenti
sono solo forze che non capiamo
a governare la terra.

Le ragazze sono felici, pensano alle vacanze.
Non prendete il treno, dico.

Scrivono i loro nomi sulla condensa del finestrino di un treno.
Vorrei dire, siete brave ragazze,
che cercate di lasciarvi i nomi alle spalle.

da Averno, 2006

 

Il papavero rosso

Il massimo
è non avere
mente. Sentimenti:
oh, quelli ne ho; mi
governano. Ho
un signore in cielo
che si chiama sole, e mi apro
per lui, mostrandogli
il fuoco del mio cuore, fuoco
come la sua presenza.
Che altro può essere una simile gloria
se non un cuore? Oh, sorelle e fratelli,
eravate come me una volta, tanto tempo fa,
prima di essere umani? Vi
concedeste di aprirvi
una volta per poi non aprirvi
mai più? Perché in verità
adesso io sto parlando
come voi. Io parlo
perché sono distrutta.

da L’iris selvatico, 1992

 

Vespro

Una volta credevo in te; ho piantato un fico.
Qui, in Vermont, paese
senza estate. Era una prova: se l’albero viveva,
allora tu esistevi.

Questa logica dice che non esisti. O esisti
esclusivamente nei climi caldi,
nella torrida Sicilia, in Messico, in California,
dove crescono inimmaginabili
albicocche e fragili pesche. Forse
vedono la tua faccia in Sicilia; qui, vediamo appena
l’orlo del tuo vestito. Devo addestrarmi
a dare una parte dei pomodori a John e a Noah.

Se c’è giustizia in qualche altro mondo, a quelli
come me, che la natura spinge
a vite di astinenza, dovrebbe toccare
la parte più abbondante di tutte le cose, di tutti
gli oggetti della fame, l’insaziabilità
essendo lode di te. E nessuno loda
più appassionatamente di me, con
desiderio più dolorosamente frenato o più merita
di sedere alla tua destra, se esiste, partecipando
del perituro, il fico immortale,
che non viaggia.

da L’iris selvatico, 1992

 

I gigli bianchi

Mentre un uomo e una donna fanno
un giardino tra loro come
un letto di stelle, qui
fanno passare la sera d’estate
e la sera diventa
fredda del loro terrore: potrebbe
finire, sarebbe capace
di devastazione. Tutto, tutto
può perdersi, nell’aria odorosa
le strette colonne
che salgono inutilmente e, di là,
un ribollente mare di papaveri –

Taci, mio amato. Non mi importa
quante estati vivo per tornare:
questa sola ci ha dato l’eternità.
Ho sentito le tue mani
seppellirmi per liberare il suo splendore.

da L’iris selvatico, 1992

 

Mattutino

Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale… la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa… Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne…
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore.

 

Aprile

Nessuna disperazione è come la mia disperazione…

Non avete luogo in questo giardino
di pensare cose simili, producendo
i fastidiosi segni esterni; l’uomo
che diserba cocciuto tutta una foresta,la donna che zoppica, rifiutando di cambiar vestito
o lavarsi i capelli.

Credete che mi importi
se vi parlate?
Ma voglio che sappiate
mi aspettavo di più da due creature
che furono dotate di mente: se non
che aveste davvero dell’affetto reciproco
almeno che capiste
che il dolore è distribuito
fra voi, fra tutta la vostra specie, perché io
possa riconoscervi, come il blu scuro
marchia la scilla selvatica, il bianco
la viola di bosco.

 

Fine dell’estate

Dopo che mi vennero in mente tutte le cose,
mi venne in mente il vuoto.

C’è un limite
al piacere che trovavo nella forma…

In questo non sono come voi,
non ho risoluzione in un altro corpo,

non ho bisogno
di un riparo fuori di me…

Mie povere ispirate
creazioni, siete
distrazioni, in ultimo,
puri inceppi; siete
alla fine troppo poco simili a me
per piacermi.

E così candide:
volete essere ripagate
della vostra scomparsa,
pagate tutte con qualche parte della terra,
qualche ricordo, come una volta eravate
compensate per il lavoro,
lo scriba pagato
con argento, il pastore con orzo
per quanto non è la terra
a durare, non
queste schegge di materia…

Se apriste gli occhi
mi vedreste, vedreste
il vuoto del cielo
specchiato in terra, i campi
di nuovo nudi, senza vita, coperti di neve…

poi luce bianca
non più travestita da materia.

 

Tramonto

La mia grande felicità
è il suono che fa la tua voce
chiamandomi anche nella disperazione; il mio dolore
che non posso risponderti
in parole che accetti come mie.

Non hai fede nella tua stessa lingua.
Così deleghi
autorità a segni
che non puoi leggere con alcuna precisione.

Eppure la tua voce mi raggiunge sempre.
E io rispondo costantemente,
la mia collera passa
come passa l’inverno. La mia tenerezza
dovrebbe esserti chiara
nella brezza della sera d’estate
e nelle parole che diventano
la tua stessa risposta.

 

Primogenito

Le settimane passano. Io le ripongo,
Sono tutte uguali, come barattoli di minestra scorticati…
I fagioli inacidiscono nel pentolino. Guardo la cipolla
isolata
Che galleggia come Ofelia, incrostata d’unto:
Tu svogliato, giochi col cucchiaio.
E adesso? Ti mancano le mie premure? Il tuo cortile matura
In un padiglione di rose, come un anno fa quando suore di servizio
Mi spingevano lungo la corsia…
Tu non potevi guardare. Vidi
L’amore convertito, tuo figlio,
Sbavare sotto vetro, affamato…
Mangiamo bene.

Oggi il mio macellaio spunta il suo coltello esperto
Sul vitello, la tua passione. Io pago con la mia vita.
Inizio di Dicembre a Croton-on-Hudson
Lance di sole. Lo Hudson si
Scheggia di ghiaccio.
Sento i dadi d’osso
Della ghiaia nel vento scricchiolare. Pallida
D’osso, la neve recente
Aderisce come pelliccia al fiume.
Stasi. Partivamo per consegnare
Regali di Natale quando scoppiò la gomma
L’anno scorso. Sopra le morte valve pini cimati
Da un temporale stavano, i rami spogli…
Ti voglio.

 

Secondi

Anelavo, essendo restata così a lungo
Vuota, a quel che lui aveva, durezza
Che (mio figlio già un ragazzo)
Ancora mi risucchiava verso quell’anello, quella benedizione.
Sebbene sapessi come in lui sia
Debolezza: oziando nel gin
Tesse qualche minaccia obliqua finché
Mi storcerà un braccio, o ciò che dico – mio figlio
Sta già rigido sull’uscio, vedendo tutto,
E poi quel pugno veloce sferza il mio unico
Bambino, la mia vita… Certo che m’importa.
Guardo le vicine che accorrono
Coi loro punti di vista. Ora enorme di torta la loro
Faccia bianca levita sopra la sua tazza; sorridono,
Donne infossate, succhiando il loro tè…
Lascerei che la casa andasse in fiamme per questo fuoco.


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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