Lauren Weisberger – Il diavolo veste Prada (Recensione)

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Il diavolo veste Prada è un romanzo scritto da Lauren Weisberger, pubblicato nel 2003. Dal libro è stato tratto il famoso film con Meryl Streep e Anne Hathaway. Narra la storia di una giovane assistente al servizio della perfida direttrice della più importante rivista di moda al mondo. Nel 2013 è uscito il seguito del libro “La vendetta veste Prada”.

“Lavorare per Miranda è estremamente gratificante. Certo, le ore non passano mai e si sgobba parecchio, ma non immagini quante ragazze sarebbero pronte a tutto pur di ottenere questa opportunità. Miranda è così eccezionale, come donna, come direttore, come persona. E si prende davvero cura delle sue ragazze. Un anno con lei ti consente di risparmiare anni e anni di gavetta, perché, se hai talento, Miranda ti spedisce dritta al top…”

Vestiti di lusso, feste esclusive, cascate di flash e fiumi di champagne. Chi rifiuterebbe un lavoro nel mondo dorato delle riviste di moda? A ventitrè anni, con una laurea in lettere in tasca e in testa il sogno di diventare scrittrice, Andrea Sachs si presenta a un colloquio per un posto da assistente nella redazione di “Runaway”. Nessuno osa dire di no a Miranda Priestley, la regina indiscussa del fashion system globale e Andrea non fa eccezione. Accantonati felpe, blue-jeans e ambizioni letterarie, si ritrova a completa disposizione della mitica, esigentissima Direttrice. Eccessi e protagonisti di un universo dal fascino indiscusso nel racconto romanzato delle esperienze dell’autrice al servizio di Anna Wintour, direttrice di Vogue America.

“Non potevo sapere, in quel momento, che da settimane la poveretta si affannava inutilmente alla ricerca di una nuova assistente per Miranda; non potevo sapere che quest’ultima la chiamava a tutte le ore del giorno e della notte, ansiosa di discutere il profilo delle potenziali candidate. Sharon desiderava solo trovare qualcuno, chiunque, purché Miranda la smettesse di perseguitarla.”

Ho acquistato il libro dopo avere visto il film, da 15 anni stava ad aspettare di essere letto nella mia libreria. Avendo ultimamente bisogno di leggerezza e volendo sfoltire tutti i libri che ancora non mi decido di legge, mentre continuo compulsivamente ad acquistarne altri, ho deciso di leggerlo. Una lettura leggera e piacevole, anche se devo ammettere che sarebbe stato meglio che l’avessi letto 15 anni fa, quando i miei gusti erano ben diversi, lo avrei sicuramente gustato meglio. Per tutta la lettura non ho fatto altro che paragonare il libro al film notando molte differenze, anche se entrambi sono comunque godibili, nel libro la figura del fidanzato e la storia tra i due è molto più in secondo piano, anzi diciamo pure in terzo piano.

“Quando finalmente si congedò per andare a incontrare la candidata successiva, mi lasciai sprofondare sul poco accogliente divano della reception. Stava succedendo tutto così in fretta. Gli avvenimenti rischiavano di sfuggirmi di mano, eppure…, eppure cominciavo a trovare tutto piuttosto eccitante. Cosa contava che fino a poco prima non avessi mai sentito nominare Miranda Priestly? Le sue collaboratrici sembravano abbastanza impressionate dalla sottoscritta. Certo, era solo un posto di assistente in una rivista di moda, ma era pur sempre preferibile avere «Runway» sul curriculum piuttosto che «Dentisti oggi» o «L’idraulico di successo». E poi, sai quante ragazze sarebbero state disposte a tutto pur di ottenere quel posto?!”

Quando il libro è stato pubblicato era il tempo della scoperta del genere chick lit, il romanzo viene anche catalogato tra il genere rosa, ma non c’è una vera storia d’amore. E’ una parodia del mondo della moda con i suoi eccessi, dove si mette l’accento sul potere che hanno certi capi, che con la sindrome di onnipotenza ed un pizzico di bipolarismo, posso davvero rovinare la vita delle persone, umiliandole e sfruttandole. Una riflessione sulla voglia di carriera che spesso ha effetti devastati nella vita affettiva.
La narrazione si svolge in prima persona da Andrea, la scrittura è semplice e scorrevole, non ho gradito le lunghe liste di abiti e di marche. Non è un libro di quelli da leggere assolutamente, lo consiglio solo agli amanti del genere e in una fascia di età giovane, magari in fase di inizio carriera per trovare un po’ di ironia da riflette sulle proprie peripezie.

“Erano trascorsi solo sei mesi dalla mia laurea, e già la mia vita stava per fare un gigantesco balzo in avanti. Miranda Priestly, una perfetta sconosciuta fino al giorno prima, ma in realtà una donna famosa, rispettata e potente, mi aveva scelta per lavorare con lei alla sua rivista. Adesso avevo una ragione concreta per lasciare il Connecticut e traslocare – tutto da sola, come una vera adulta – a Manhattan. Infilai il vialetto della mia casa d’infanzia sentendomi invadere dalla felicità. Nello specchietto retrovisore le mie guance arrossate dal vento e i capelli in disordine mi davano l’aspetto di una bambina eccitata. Sì, in quel momento mi sentivo bellissima. Frizzante, pulita, semplicemente perfetta.”

Nel 2006 è stata realizzata l’omonima trasposizione cinematografica, diretta da David Frankel, con protagonisti con Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci, Simon Baker, Emily Blunt, Adrian Grenier.
Una giovane donna di provincia diventa collaboratrice di uno dei più importanti magazine del mondo della moda. Ma dovrà fare i conti con la dispotica direttrice. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 3 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 2 candidature a Critics Choice Award, 1 candidatura a SAG Awards.

1.
Il semaforo non era ancora diventato ufficialmente verde all’incrocio tra la Diciassettesima e Broadway, e già un agguerrito esercito di taxi ruggiva sgommando alle mie spalle.
“Frizione, acceleratore, marcia, lascia la frizione”, mi ripetevo febbrilmente, mentre lottavo per la mia vita nel traffico urlante di Manhattan a mezzogiorno.
La piccola decappottabile sobbalzò due volte prima di scattare in avanti, in mezzo all’incrocio. D’istinto pestai il piede sul freno, e zac! il tacco del mio sandalo Manolo Blahnik si ruppe e schizzò via, rimbalzando contro il fondo dell’auto.
Merda! Era il terzo paio di scarpe che facevo fuori quel mese, tutto a causa della mia totale mancanza di grazia nei momenti di stress.
Fui quasi sollevata quando, un minuto dopo, il motore si spense di colpo. Ne approfittai per sfilarmi i sandali e gettarli sul sedile alla mia destra. Sentivo il bisogno di fumare, ma avevo le mani sudate e mi guardai intorno in cerca di una superficie qualsiasi su cui asciugarle. L’occhio mi cadde sui pantaloni in pelle scamosciata di Gucci: senza riflettere, lasciai che le mie dita nervose imprimessero una scia umida sulla costosissima pelle che mi strizzava le cosce al punto da renderle praticamente insensibili.
In quel momento un camion mi superò strombazzando «E muoviti, stronza!» ruggì il guidatore, la faccia rossa di rabbia sopra il folto cespuglio di peli debordanti dalla canotta. «Dove diavolo credi di essere? Al drive in?»
Gli mostrai il dito medio e tornai a concentrarmi sulla mia fame di nicotina. Ma avevo di nuovo le mani sudate e, uno dopo l’altro, tre cerini scivolarono inutilmente sul tappetino. Ero appena riuscita ad accendere l’agognata sigaretta quando il semaforo diventò verde. Non mi restò che serrare le labbra e lasciarla lì penzoloni, mentre impugnavo il volante e riattaccavo con il tormentone “frizione, acceleratore, marcia, lascia la frizione”, inalando fumo a ogni respiro. Tre isolati più in là osai finalmente staccare una mano dal volante per rimuovere la sigaretta. Troppo tardi: un serpentello di brace ornava il mio ginocchio sinistro, già ampiamente spalmato di cenere e di sudore.
Ebbi appena il tempo di calcolare che, incluse le scarpe, dovevo aver totalizzato all’incirca tremila dollari di danni, prima che il cellulare cominciasse a trillare a tutto spiano.
Il nome sul display confermò le mie peggiori paure: era lei. Miranda Priestly. La mia capa. Premetti il tasto di risposta: operazione non da poco, considerato che stavo fumando, azzardando un sorpasso e arpeggiando sui pedali a piedi nudi. Incastrai il cellulare tra spalla e orecchio e gettai la sigaretta fuori dal finestrino, mancando per un pelo un ciclista che mi insultò e schizzò via zigzagando.
«Andreaaa! Andreaaa! Mi senti, Andreaaa?»
«Ciao, Miranda. Parla pure, ti sento perfettamente.»
«Andreaaa! Dov’è la mia macchina? L’hai già lasciata al garage?»
Il semaforo scattò sul rosso. Inchiodai, per fortuna senza investire né persone né cose. «Sono per strada, Miranda, sarò a casa tua a minuti.» Era tutto sotto controllo, la rassicurai, io e l’auto saremmo arrivate alla meta in orario e in perfette condizio…
«Va bene, va bene» sibilò, troncando la mia frase a metà. «Ma prima devi andare a prendere Madelaine. E’ tutto.» Clic.
Fissai il cellulare per qualche secondo prima di realizzare che aveva riagganciato. Madelaine?
Chi diavolo era Madelaine? E dove si trovava al momento? Era al corrente del fatto che stavo andando a prenderla? Ma soprattutto, perché mai il compito di scarrozzarla spettava proprio a me quando Miranda aveva alle sue dipendenze un autista a tempo pieno, una governante e una tata?
A un tratto ricordai che nello Stato di New York è illegale parlare al cellulare quando si è alla guida. L’ultima cosa di cui avevo bisogno in quel momento era una ramanzina da parte di un solerte poliziotto, così mi infilai nella corsia degli autobus e inserii le quattro frecce. “Inspira, espira”, mi esortai, ricordando persino di tirare il freno a mano prima di staccare il piede da quello a pedale. Erano anni che non guidavo una macchina senza il cambio automatico; cinque, per la precisione, da quando, cioè, il mio fidanzato del liceo aveva accettato di darmi qualche lezione di guida, con esiti peraltro poco incoraggianti. Purtroppo, Miranda si era mostrata del tutto indifferente a questo dettaglio, quando mi aveva convocata nel suo ufficio un’ora e mezzo prima.
«Andreaaa, devi prendere la mia macchina e portarla al garage sotto casa. Subito, mi raccomando, perché ci serve stasera per andare agli Hamptons. E’ tutto.» Ero rimasta lì impalata, a balbettare che non ero sicura di saperla guidare, ma lei, china sull’enorme scrivania, sembrava aver già rimosso la mia presenza. «E tutto, Andreaaa» era sbottata infine, indicando l’uscita senza alzare lo sguardo.
Prima di assolvere al compito assegnato, mi era toccato svolgere un bel po’ di indagini. Per prima cosa, dovevo scoprire dov’era parcheggiata la macchina. La cosa più probabile era che magari fosse in riparazione, ma dove? Semplice: presso una delle mille officine disseminate tra Manhattan e il Queens. O forse Miranda l’aveva prestata a un amico che magari l’aveva lasciata in qualche garage su Park Avenue? Naturalmente, c’era la possibilità tutt’altro che remota che Miranda si riferisse a un’automobile nuova di zecca, di marca ignota, da ritirarsi presso un altrettanto ignoto rivenditore.
Avevo cominciato col telefonare alla sua tata, ma mi aveva risposto la segreteria. La governante era seconda sulla mia lista di persone da chiamare in caso d’emergenza, e, per una volta, si era mostrata abbastanza collaborativa. Mi aveva spiegato che la macchina in questione era una «decappottabile sportiva color verde pino inglese». Lei però non aveva idea del modello, né di dove potesse trovarsi al momento. Il terzo nome sull’elenco era l’assistente del marito di Miranda: a quanto ne sapeva, il boss possedeva una Lincoln Navigator nera iper-deluxe e una specie di piccola Porsche verde. Bene. Facevo progressi. Una chiamata al concessionario
Porsche sull’Undicesima Avenue aveva rivelato che sì, avevano appena finito di riverniciare la carrozzeria e di installare un nuovo lettore cd in una Carrera 4 cabriolet verde di proprietà di Miranda Priestly. Bingo! Avevo chiamato il car service e mi ero fatta portare al concessionario. Lì avevo esibito una nota scarabocchiata da me con la firma Miranda (falsa, naturalmente) che li autorizzava a consegnarmi il veicolo.
Nessuno aveva ritenuto opportuno domandarsi che sorta di relazione esistesse tra me e la signora Priestly. Il titolare mi aveva dato le chiavi e aveva accolto con una risatina la mia richiesta di portare l’auto fuori dal garage per risparmiarmi la marcia indietro. Avevo impiegato circa mezz’ora per percorrere dieci isolati, per di più nella direzione opposta rispetto a Uptown, dove abitava Miranda. Le probabilità che arrivassi incolume all’incrocio tra la Settantaseiesima strada e Fifth Avenue erano piuttosto esigue.
La telefonata di Miranda aggravò il mio sconforto.


Autore

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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