Io sono verticale di Sylvia Plath è una poesia scritta nel 1948, pubblicata postuma nel 1961 nel “Critical Quarterly e poi inclusa nella raccolta Crossing the Water (1971). È uno dei testi più emblematici della poetessa americana, perché racchiude in pochi versi la sua visione ambivalente dell’esistenza, sospesa tra il desiderio di vivere e quello di dissolversi nella natura, nella quiete della morte.
Io sono verticale di Sylvia Plath
Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultra dipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.
Quando Plath scrive che solo da morta “sarà utile come le piante”, anticipa uno dei temi centrali della sua poetica: la morte non come annientamento, ma come riconciliazione con il mondo. Nel finale, infatti, la voce poetica immagina se stessa distesa “tra la terra e il cielo”, finalmente in equilibrio con il tutto. È una visione dolcemente macabra, ma non disperata: la morte è la condizione necessaria per appartenere davvero alla natura e trovare pace.
Sylvia Plath (27 ottobre 1932 – 11 febbraio 1963), una poetessa e scrittrice americana, famosa per le sue poesie e il romanzo semi-autobiografico “La campana di vetro“, pubblicato con lo pseudonimo di Victoria Lucas.
Attorno la suo personaggio fi creato un piccolo mito, soffrì durante tutta la sua vita adulta per una grave disturbo psichiatrico, una forma di depressione che le fu diagnosticata quando studiava all’università, durante il penultimo anno fece il primo tentativo di suicidio, cui seguì il ricovero in un istituto psichiatrico, il McLean Hospital, dove le verrà diagnosticato il disturbo bipolare.
Uscita dall’ospedale si laurea, ottenendo la lode nel 1955. Sylvia Plath ottenne una borsa di studio Fulbright per l’università di Cambridge, dove continuò a scrivere poesie, pubblicando a volte le sue opere sul giornale studentesco Varsity. A Cambridge conobbe il poeta inglese Ted Hughes. Si sposarono il 16 giugno 1956.
Vissero per un breve periodo a Londra ed in seguito si stabilirono a North Tawton, piccola città commerciale nel Devon.
Nel febbraio 1961 abortì, diverse poesie fanno riferimento a questo evento. Il matrimonio si incrinò e i due si separarono poco dopo la nascita del loro secondo figlio. La loro separazione traumatica fu dovuta alla relazione che Hughes aveva iniziato con Assia Wevill, moglie di un amico poeta.
Ritornò a Londra con i figli, Frieda e Nicholas e cominciò il procedimento legale per la separazione. L’inverno tra il 1962 e il 1963 fu molto duro, intorno a questo periodo scrisse il romanzo.
L’11 febbraio 1963, dopo un mese dalla pubblicazione del romanzo, Sylvia Plath si tolse la vita, sigillò porte e finestre ed inserì la testa nel forno a gas, non prima di aver scritto l’ultima poesia intitolata “Orlo” ed aver preparato pane e burro e due tazze di latte da lasciare sul comodino nella camera dei bambini.
Secondo Al Alvarez e altri studiosi, in realtà non aveva intenzione di uccidersi, ma soltanto di rivolgere all’esterno un’estrema richiesta d’aiuto, ella sapeva, infatti, che quella mattina sarebbe passata in visita una ragazza australiana, e aveva lasciato inoltre un biglietto con scritto un numero di telefono del suo medico, e le parole: “Per favore chiamate il dottor…“.
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