Paolo Roversi – Blue tango. Un’indagine di Enrico Radeschi (Recensione)

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Blue tango è il romanzo d’esordio di Paolo Roversi, fu pubblicato  nel  2006 con Stampa Alternativa, nel 2018 viene ripubblicato da Marsilio. In questo romanzo facciamo per la prima volta conoscenza con Enrico Radeschi, giornalista freelance e hacker, che apre le porte ad una serie che lo vede protagonista. Se volete partire dal principio, nel 2016 esce La Confraternita delle Ossa, il prequel, nel quale Radeschi muove i primi passi in una città che non conosce, Milano, e che lo metterà a dura prova.

“Sapeva tutto di Radeschi: giornalista freelance, ma anche un cervellone che si occupava di computer e gestiva una rivista on line: Milanonera. Proprio come la rubrica sul Corriere, curata sempre da lui.
Lonigro diede un’occhiata distratta al giornalista. Il tempo che si concede a un trentenne vestito come Dylan Dog, con un pizzetto troppo lungo e poco curato e un paio di occhiali dalla montatura nera stile giovane Kennedy.”

Sinossi
In una Milano autunnale, allagata dai temporali, il giovane cronista di nera Enrico Radeschi, freelance e hacker, si ritrova nel mezzo di una doppia inchiesta riguardante un serial killer che uccide giovani prostitute nei loro appartamenti e un misterioso suicidio-omicidio nella metropolitana, su cui incombe l’ombra del terrorismo e di un traffico internazionale di droga. Grazie all’amicizia che lo lega al vicequestore Loris Sebastiani, Radeschi comincerà a seguire entrambe le vicende per conto di un importante quotidiano milanese. Le sue conoscenze informatiche, insieme al fiuto giornalistico e a molta spregiudicatezza, saranno messe al servizio della polizia per arrivare alla risoluzione dei due casi.

“Milano è la città degli orologi. Ce ne sono tantissimi disseminati lungo i viali. Presenze costanti che ti osservano dal marciapiede. A prima vista sembrano lampioni o pali del telefono.
Sempre in funzione, sotto la pioggia o la neve o nelle afose notti d’estate. Da Lambrate a Ticinese, da Loreto a Brera, da Porta Romana a Sant’Ambrogio, non puoi sfuggirgli. Tondi e luminosi, ti accompagnano ovunque tu vada. Stanno a ogni angolo di strada. Scandiscono il tempo della metropoli, anche se non sono quasi mai giusti. Forse c’è un preciso disegno dietro a tutto questo, forse rappresentano semplicemente l’ossessione meneghina per la puntualità che ruba il tempo. Nella città frenetica, dove tutti corrono, dove tutti scappano verso un appuntamento, nessuno bada agli orologi che, pacifici, segnano l’ora sbagliata.”

E’ ambientato in una Milano decisamente protagonista di questo romanzo, una città che la nebbia e il suo il grigiore impalpabile tentano di nascondere le sue bellezze e le sue bruttezze, questo la rende ancora più misteriosa e seducente, una città veloce, che non ha il tempo di indugiare.

“La gente seduta agli altri tavoli cercava d’esorcizzare la settimana lavorativa bevendo. Lui scacciava il nervosismo mescolando il terzo Mai Tai. Intorno, come al solito, una gran confusione. Modelle, manager, rasta, fighetti ma anche studenti e impiegati: un vero marasma. Musica alta e voci che reclamavano una damigiana d’alcol per cancellare le brutture della giornata, tutta code e pranzi in piedi e ticket restaurant e rumore anche a notte fonda. L’aperitivo era l’espiazione di tutto questo. Come fare il bagno nel Gange per uscirne purificati.”

L’incontro con Enrico Radeschi è di quelli che non si dimenticano, nel mio immaginario ha preso i tratti di una figura fumettistica dai tratti scuri e decisi e colori molto accesi. Non è il solito eroe introverso, solitario, arrabbiato col mondo che attira la crocerossina che è in ognuna di noi. Lui è un trentenne moderno e simpatico con una forte passione per il suo lavoro di giornalista, di racconta storie, e la sua curiosità lo aiuta, perché non è una curiosità morbosa per il crimine, ma per il mondo in genere e lo si capisce dalle varie citazioni presenti, tratte soprattutto da libri e film, è uno che osserva il mondo mentre il mondo vede di lui solo uno scanzonato che si butta nelle situazioni cavalcando la sua vespa gialla del ‘74.

“Enrico, allora, era partito alla volta di casa in sella alla sua Vespa, un vecchio modello degli anni Settanta che un tempo era stato amaranto ma a cui lui, a forza di bombolette, aveva ridato una seconda giovinezza gialla. Un riscatto singolare della gloriosa motoretta che dopo un surreale brain storming con Fabio, il suo coinquilino dell’epoca, aveva ribattezzato Giallone. Andarsene in giro con lo scooter nel novembre lombardo, impastato di nebbia e smog, non era una passeggiata, ma c’era abituato. Erano anni che lui e il Giallone facevano su e giù per la vecchia Milano da Loreto ai Navigli e viceversa.”

Insieme al protagonista conosciamo anche il vicequestore Loris Sebastiani, un uomo all’apparenza controllato e ragionevole, fine intenditore di vini per passione e donnaiolo per dimenticare, onesto e fiducioso, soprattutto nei confronti di Radeschi, del quale riesce a vedere il suo forte senso di giustizia. Ci viene presentato con queste parole: “Era il vicequestore Loris Sebastiani, con l’immancabile Toscanello spento in bocca. Un bell’uomo, sulla quarantina, brizzolato, sempre in giacca e cravatta.”

La mia mezza parte nerd è stata soddisfatta da questa lettura, ed insieme ci siamo divertite molto. Lo stile è semplice e scorrevole, questo per me è un grande dono, bisogna essere molto bravi per farlo, la bellezza della semplicità non è per tutti. La lettura risulta veloce e non annoia, anzi non si riesce proprio a lasciarlo andare, equilibra bene l’inquietante all’umorismo. Ci si affeziona con facilità ai personaggi e credo che ci sia un bel po’ dell’autore in questo romanzo che lo rende convincente. Nel libro Enrico gestisce una rivista online, “Milanonera” e una rubrica settimanale sul “Corriere” con lo stesso nome, nella realtà l’autore, oltre alle tante altre cose che fa, dirige “MilanoNera web press“, un portale dedicato  alla letteratura gialla.
Per ultimo non possiamo dimenticare Buk, il cane di Radeschi, chiamato così in onore del grande Charles Bukowski, di cui l’auotre è uno studioso, ha scritto la sua la prima biografia italiana con l’aiuto di Fernanda Pivano intitolata Scrivo racconti poi ci metto il sesso per vendere.

“Buk continuava a menare la coda. Aveva fame e, sicuramente, doveva anche scendere per i suoi bisogni.
«Bel nome gli hai dato» aveva osservato quella volta Cristina, mentre la bestia traditrice le leccava la faccia.
«È stata la prima cosa che mi è venuta in mente» si era difeso lui.
«Sì, ma perché proprio Buk? È per via di quello scrittore, vero? Quel maiale?»
Certo i libri di Bukowski non li avrebbe mai bruciati nel camino, a costo di morire di freddo.”

Il titolo “Blue tango” è un omaggio alla canzone del cantautore genovese Paolo Conte.
“Lo stereo riproduceva ossessivamente un brano di Paolo Conte. Quando era felice, triste o doveva semplicemente riflettere, ascoltava sempre e solo quella canzone, Blue Tango. In quel momento era felice.”

I romanzi della serie con Enrico Radeschi:
2006 – Blue Tango
2006 – La mano sinistra del diavolo
2007 – Niente baci alla francese
2009 – L’uomo della pianura
2016 – La confraternita delle ossa
2017 – Cartoline dalla fine del mondo
2019 – Alle porte della notte
Nel 2012 – La marcia di Radeschi, una raccolta dei primi quattro libri)

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Sul campanello c’era scritto semplicemente Fanny.
L’uomo esitò un istante, guardandosi intorno: nessuno in strada, marciapiedi deserti.
Fece scorrere le dita sulla pulsantiera fino ad arrivare all’interno 14, e premette due volte il bottone. La serratura scattò quasi subito. Lanciò un’ultima occhiata in giro, poi si infilò nel portone.
Niente portineria e ascensore fuori servizio, come indicava un foglio scritto a mano e attaccato con il nastro adesivo sulla porta di metallo. A sinistra, una fila di cassette per le lettere e una bacheca con gli avvisi dell’amministratore. Un tappeto rosso, ormai troppo consunto per risultare dignitoso, cercava di conferire un aspetto signorile all’androne.
L’uomo si avviò su per le scale, salendo deciso i gradini rosa e lucidi dello stabile.
Dopo una manciata di secondi era arrivato: terzo piano, porta di sinistra, interno 14. Si fermò un attimo per riprendere fiato e sistemarsi con la mano libera il nodo della cravatta, come se qualcuno avesse dovuto farci caso.
Giunto nei pressi della porta, si frugò in tasca ed estrasse un piccolo ritaglio di giornale. Un paio di righe appena: «AAA Fanny, splendida bambolina, sensualissima, raffinata, amplierebbe proprie amicizie. Per appuntamenti 338-22448…»
Gli aveva risposto una voce per nulla scontata. Una ragazza, a giudicare dal timbro e dalla risata spigliata. Lui era rimasto per un attimo interdetto, senza sapere cosa dire. Lei non aveva dato segni di nervosismo né mutato il suo tono, mentre domandava ancora una volta chi fosse all’apparecchio. L’iniziale imbarazzo di quelli che telefonavano per fare amicizia, come recitava l’annuncio, per Fanny doveva essere ordinaria amministrazione.
Lui era rimasto in silenzio, ma il suo respiro si era fatto più affannoso. La voce della donna aveva interpretato bene questo segnale.
«Vuoi incontrarmi?» gli aveva chiesto suadente. «Ho una casa comoda, sai? Se mi vieni a trovare possiamo fare due chiacchiere e poi rilassarci un po’.»
L’uomo, a quel punto, non ce l’aveva più fatta e aveva parlato. Fanny gli aveva dato l’indirizzo, senza dimenticare d’informarlo sulle sue tariffe. Nessun accenno al denaro, solo metafore floreali. Cento, centocinquanta o duecento rose, a seconda dei casi.
Ora, davanti alla sua porta, rimise in tasca il ritaglio e diede una rapida occhiata all’orologio. Le quattro e un minuto.
«Perfetto.»
Raccolse da terra la ventiquattrore e bussò.


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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