Mary Shelley – Frankenstein

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Frankenstein, o il moderno Prometeo è un romanzo gotico scritto dalla diciannovenne Mary Shelley, pubblicato per la prima volta nel 1818, poi dopo le modifiche dall’autrice fu ristampato nel 1831 ed è in quest’ultima edizione che appare una prefazione dell’autrice che racconta le circostanze in cui Frankenstein è nato. Un libro che ha gettato le basi della moderna fantascienza.

“I molteplici casi della vita non mutano tanto velocemente quanto i sentimenti della natura umana. Avevo lavorato sodo per quasi due anni, al solo scopo di infondere vita in un corpo inanimato. Per questo avevo rinunciato a riposo e salute. Lo avevo desiderato con un ardore di gran lunga superiore al normale; ma ora che avevo finito, la bellezza del sogno era svanita, e un orrore e un disgusto soffocanti mi opprimevano il cuore. Incapace di sopportare la vista dell’essere che avevo creato, mi precipitai fuori della stanza e per molto tempo andai avanti e indietro per la mia camera a grandi passi, senza poter indurre la mente al sonno. Alla fine la stanchezza ebbe il sopravvento sul tumulto che avevo vissuto e mi gettai sul letto ancora vestito, nella speranza di trovare qualche momento d’oblio. Invano.”

Come racconta Mary Shelley, quell’estate 1816 un gruppo di poeti e letterati, guidati dal già celebre Lord Byron e di cui faceva parte anche Percy Bysshe Shelley (suo futuro marito) e il Dott. John William Polidori (che scrisse Il vampiro, il primo originale vampiro della storia), si trovò isolato per il maltempo in una villa sul lago di Ginevra. Spinto dalla noia e dalla suggestione nata dalla lettura di storie di fantasmi, Byron propose a tutti i suoi amici di comporre ciascuno un racconto che fosse il più terrificante possibile.
Nacque così Frankenstein, ma cosa ispirò realmente la storia?
Come racconta anche nella prefazione fu colpita dagli esperimenti condotti da Erasmus Darwin, nonno del più celebre Charles Darwin, il quale arrivò ad affermare di essere riuscito a rianimare la materia morta assemblando pezzi di cadaveri.
Prese ispirazione anche da altri testi come “Paradise Lost” (Paradiso perduto) del 1667 di John Milton, nel quale narra di Satana, l’angelo Lucifero che si è ribellato a Dio, come il suo mostro si ribella al suo creatore; La tragica storia del “Dottor Faustus” di Christopher Marlowe (che sua volta ispirò poi il “Faust” di Goethe), nel quale uno scienziato in cambio della conoscenza stringe un patto col diavolo, vendendosi l’anima; e soprattutto, come richiama anche il titolo, dalla mitologia di Prometeo, il Titano che, nelle Metamorfosi di Ovidio, forgia gli uomini con la creta, violando un divieto degli dèi, come Victor Frankenstein plasma la sua “creatura”, ma anche come Prometeo che si ribella agli dèi per donare il fuoco agli uomini, come Victor Frankenstein che tenta di donare agli uomini la possibilità di sfuggire alla morte.

“Impari da me, se non dai miei precetti almeno dal mio esempio, quanto è pericolosa l’acquisizione della conoscenza, e quanto è più felice l’uomo che crede che il suo paesino sia tutto il mondo, rispetto all’uomo che aspira a una grandezza maggiore di quella che la sua natura gli concede.”

Il romanzo narra del giovane Victor Frankenstein che frequenta l’Università di Ingostadt coltivando l’utopia della creazione di un essere umano più intelligente e longevo. Dopo notti insonni, ripetute ricerche negli ossari e frenetici esperimenti, origina un essere più grande del normale con sembianze deformi, da cui rifugge non appena questi prende vita. Il dramma di uno scienziato che oltrepassa il limite umanamente consentito e l’indicibile solitudine della creatura da lui generata che sfoga nella violenza la sofferenza per la propria diversità.
Il mostro fugge e si macchia di orribili delitti, uccidendo William, il fratello minore di Frankestein e facendo cadere la colpa sulla governante, che viene giustiziata.
Durante un’escursione sul monte Bianco, Frankenstein incontra il mostro, che si è rifugiato sulle vette, e che gli racconta la sua storia. In lui vi era una nativa bontà e gentilezza, un bisogno di amore e comunione con gli uomini; ma gli uomini lo avevano respinto e perseguitato, terrorizzati dalla sua mostruosità. L’infelicità lo aveva così reso malvagio, generando in lui il desiderio di vendicarsi del suo creatore, che non si era curato di lui.
Chiede perciò allo scienziato di creargli una compagna, che lo ami e divida con lui la sua solitudine. Frankenstein promette, e si ritira a lavorare nel desolato paesaggio nordico delle isole Orcadi; ma poi, inorridito dalla prospettiva di una progenie di mostri che possa giungere a popolare la terra, non mantiene fede all’impegno e fugge in Irlanda. Il mostro si vendica uccidendole persone a lui più care. Frankenstein gli dà la caccia nei luoghi più remoti e selvaggi, sino ai ghiacciai dell’Artico. Ma qui, sfinito, muore, dopo aver raccontato la sua storia a Robert Walton, il capitano della nave che lo ha raccolto.

“Un essere umano perfetto dovrebbe sempre mantenere la mente calma e serena e non permettere che la passione o che un desiderio passeggero disturbino mai la sua tranquillità.”

Un grande classico, un romanzo senza tempo, ricco di temi estremamente attuali, il tutto accompagnato da una scrittura scorrevole, ed anche se conosciamo già la storia, credo proprio che sia una necessità leggerlo, forse lo troverete meno avvincente dei vari film dal quale sono stati ispirati, ma sicuramente più poetico e profondo.
Alla fine certamente vi chiederete chi è il vero “mostro”?
La “creatura” che non ha chiesto di essere “creata” e che è costretta a vivere sola e disperata, oppure Victor Frankenstein la cui ambizione lo spinge verso quei confini della scienza che non dovrebbero essere oltrepassati, o l’essere umano che ha sempre paura del diverso e che invece di affrontare la paura con la conoscenza, la alimenta trasformandola in odio e violenza verso ciò che non conosce, verso appunto il diverso?

frankeistein-5-fNell’ estate del 1816, visitammo la Svizzera e diventammo vicini di Lord Byron. In un primo tempo passavamo delle ore piacevoli sul lago, o passeggiando sulle sue rive. Lord Byron, che stava componendo il terzo canto de Il pellegrinaggio del giovane Aroldo, era il solo tra noi a mettere sulla carta i suoi pensieri. Quando più tardi ce li presentò, rivestiti della luce e dell’armonia della poesia, parvero imprimere un che di divino alle bellezze del cielo e della terra la cui influenza noi dividevamo con lui.
Ma quella si rivelò un’estate umida e inclemente, e una pioggia che non finiva mai ci confinava spesso in casa per giorni. Ci trovammo tra le mani alcuni volumi di racconti di fantasmi tradotti in francese dal tedesco. […] Non ho più visto quelle storie da allora, ma le loro vicende sono intatte nella mia memoria, come se le avessi lette solo ieri.
«Ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi», disse Lord Byron; e la sua proposta fu accolta da tutti. Eravamo quattro. Il grande autore iniziò un racconto di cui poi pubblicò un frammento alla fine del suo poema Mazeppa. Shelley, molto più incline a dare corpo a sentimenti e idee avvolgendoli nello splendore di un’immaginazione luminosa e nella musica dei versi più melodiosi che adornino la nostra lingua, piuttosto che a dar vita al meccanismo di una storia, ne iniziò una basata sulle proprie esperienze giovanili. Il povero Polidori ebbe una qualche terrificante idea a proposito di una dama con un teschio al posto della testa, punita in quel modo per aver spiato dal buco di una serratura, per vedere che cosa non ricordo, sicuramente qualcosa di sconvolgente e di sconveniente; ma dopo averla ridotta in uno stato molto peggiore di quello del famoso Tom di Coventry, non seppe più che cosa fare di lei e fu costretto a spedirla nella tomba dei Capuleti, l’unico posto che si meritava. Presto anche gli illustri poeti, stanchi della piatta prosa, abbandonarono un lavoro che non era loro congeniale.
Io mi affannai a pensare a una storia, una storia che potesse tener testa a quelle che ci avevano spinto a quell’impresa. Una storia che parlasse alle misteriose paure che abbiamo in noi, e risvegliasse un orrore da brivido; una storia che obbligasse il lettore a guardarsi intorno spaventato, che gelasse il sangue e accelerasse i battiti del cuore. Se non avessi ottenuto un simile risultato, la mia storia di fantasmi non sarebbe stata degna di questo nome. Pensai e ponzai, invano. Sperimentai quel vuoto, quella totale assenza d’inventiva che è la più grande sventura degli scrittori, quando ai nostri appelli angosciati non risponde che un Nulla ottuso. Hai pensato a una storia? Mi veniva chiesto ogni mattina, e ogni mattina ero costretta a rispondere con un mortificato no.
Per dirla alla maniera di Sancho Panza, ogni cosa deve avere un inizio; e quell’inizio deve essere legato a qualcosa che è accaduto prima. […] Inventare, bisogna ammetterlo con umiltà, non significa creare dal nulla, ma dal caos; per prima cosa bisogna procurarsi il materiale; si può dare forma a sostanze oscure e amorfe, ma non si può far nascere la sostanza stessa. Quando si tratta di invenzioni e scoperte, anche di quelle dell’immaginazione, viene fatto di pensare alla storia dell’uovo di Colombo. L’invenzione sta tutta nell’abilità di cogliere le potenzialità di un argomento e nella capacità di dare corpo e forma alle idee che suggerisce.
Tra Lord Byron e Shelley, ci furono molte lunghe conversazioni di cui io fui devota ma quasi muta ascoltatrice. Durante una di queste, si discussero alcune dottrine filosofiche, tra le quali la natura del principio della vita e la possibilità di scoprirlo e divulgarlo. Parlarono degli esperimenti del dottor Darwin (non intendo quello che il dottore ha fatto o dice di aver fatto, ma, cosa che ai miei scopi è più interessante, quello che allora si raccontava come fatto da lui), che aveva conservato un pezzetto di vermicello in un recipiente di vetro finché, straordinariamente, aveva cominciato a muoversi di moto proprio. Non era così, tuttavia, che si poteva infondere la vita. Forse si poteva rianimare un cadavere; il galvanismo aveva suggerito qualcosa del genere: forse si potevano fabbricare le parti costitutive di una creatura, metterle insieme e infondervi il calore vitale.
La notte trascorse in questa conversazione, e anche l’ora delle streghe era passata quando ci ritirammo a dormire. Posai la testa sul cuscino ma non dormii, né si può dire che pensassi. L’immaginazione, spontaneamente, si impossessò di me e mi guidò, conferendo alle visioni che si formavano nella mia mente una chiarezza che andava ben oltre i limiti usuali del sogno. Vidi, con gli occhi chiusi ma grazie a un’acuta vista interiore, il pallido studioso di arti scellerate inginocchiato accanto alla cosa che aveva creato. Vidi l’orribile fantasma di un uomo disteso, che poi, sotto l’azione di un potente motore di qualche tipo, mostrava segni di vita e cominciava a muoversi, con movimenti faticosi, semianimati. Doveva essere spaventoso, perché assolutamente spaventoso sarebbe l’effetto provocato da qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo. L’artefice era terrorizzato dal suo stesso successo; fuggiva, pieno d’orrore, dalla sua ripugnante opera. Credeva che, abbandonata a se stessa, la scintilla di vita da lui accesa si sarebbe spenta; che quella cosa, così imperfettamente animata, sarebbe ridiscesa al livello di materia morta; e lui sarebbe tornato a dormire, certo che il silenzio della tomba avrebbe nascosto per sempre l’esistenza transitoria di quel cadavere orrendo al quale aveva guardato come alla culla della vita. Dorme; ma si sveglia; apre gli occhi; guarda, e la creatura orribile è là, in piedi vicino al suo letto, e tiene aperta la tenda, e lo fissa con occhi gialli, acquosi, ma intelligenti.
Spalancai i miei, in preda al terrore. La visione si era impossessata di me a tal punto che fui percorsa da un brivido di paura e cercai di sostituire l’immagine spaventosa della mia fantasia con gli oggetti reali che mi circondavano. […] Tornai a concentrarmi sulla mia storia di fantasmi, la mia fastidiosa, sfortunata storia di fantasmi! Ah! Se fossi riuscita a crearne una che spaventasse il lettore come mi ero spaventata io quella notte!
L’idea mi colpì, veloce come un’illuminazione e altrettanto benvenuta. «Ho trovato! Quello che ha terrorizzato me terrorizzerà gli altri; devo solo descrivere lo spettro che mi ha tormentato nel letto stanotte.» Al mattino annunciai che avevo pensato a una storia. Quel giorno cominciai con le parole «Fu in una malinconica notte di novembre», limitandomi a trascrivere il terrore cupo del mio sogno a occhi aperti.
[…]
M.W.S.
Londra, 15 ottobre 1831


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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