Federica Bosco – Il mio Angelo segreto

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il mio angelo segreto 350Il mio angelo segreto è il secondo romanzo della trilogia Young adult di Federica Bosco, seguito di Innamorata di un angelo.

“Il sapore delle lacrime si confondeva con quello dei nostri respiri,riconoscevo il profumo della sua pelle,il calore delle sue mani e la dolcezza della sua bocca morbida.”

Da quel terribile giorno di febbraio, quando il mare l’ha inghiottita, il tempo per Mia si è fermato. Cosa ne è di Mia dopo il gesto disperato che ha compiuto?Dal sonno profondo in cui è precipitata e da cui sembra non volersi ridestare, Mia si sente però al sicuro. Il suono di una voce che lei conosce bene, la voce di Patrick, senza capire come sia possibile, la avvolge e la protegge, la tiene lontana da qualsiasi sofferenza e la trasporta in una sorta di sogno, in cui può sentirsi ancora vicina a chi ama. Quella voce è più forte di tutte le altre che ha intorno e che la chiamano, cercando in ogni modo di farle aprire gli occhi. La voce le parla costantemente come un angelo che mai la abbandona, ma Mia non può vederlo. Non desidera riaprire gli occhi, perché ha paura di ricominciare a soffrire. Ancora una volta sarà Patrick a riportarla a galla, a farla ritornare alla vita, dopo quasi due mesi, Mia finalmente si risveglia.
Ma appare completamente trasformata: i medici la vedono parlare da sola e cercano spiegazioni a questo suo strano stato. A chi si rivolge Mia?
Qualcuno ha voluto che tornasse a vivere, qualcuno con cui Mia riesce ancora a parlare, e che non vuole smettere di ascoltare. Qualcuno che la ama più della sua stessa vita e che ha fatto di tutto per salvarla.
Grazie alla nonna, che la sottrae all’ospedale per portarla a Firenze, Mia torna ad amare la vita, a partecipare alle feste, a conoscere nuove persone.
E anche un nuovo ragazzo. Finalmente, seguita da un anziano insegnante rumeno, ricomincia a danzare. Ma è arrivato per lei il momento di tornare in Inghilterra, il momento dei chiarimenti e delle decisioni: che ne sarà della sua amicizia con Nina? Riuscirà a trovare il coraggio per presentarsi alla Royal Ballet School e superare il provino tanto atteso? Un altro avvincente capitolo nella vita di Mia, ancora sospesa tra realtà e sogno.

Ho passato l’adolescenza da un pezzo, ma questo libro è coinvolgente, è scritto così bene che non ha bisogno degli altri libri della trilogia per vivere.

Il giorno che a scuola ci avevano fatto vedere quel filmato sui casi di morte apparente, in cui tutti i testimoni parlavano del «tunnel di luce bianca», della «fluttuazione» e della sensazione di pace e benessere, non avevo fatto altro che sbadigliare e guardare fuori della finestra sperando che qualche cretino dei miei compagni telefonasse annunciando un allarme bomba.
Ma adesso le cose erano un po’ diverse.
Non solo avevo visto quella rassicurante e attraente luce bianca che sembrava chiamarmi, ma per la prima volta dopo mesi dalla morte di Patrick, stavo finalmente sperimentando la pace e la serenità.
Avevo attraversato il tunnel ed ero tornata indietro.
Da sola.
E adesso mi trovavo in un luogo senza tempo né sogni, dove non avevo più paura e dove non provavo più alcun dolore.
E sinceramente non avevo nessunissima intenzione di svegliarmi.
C’erano momenti in cui provavo quel piacevole senso di torpore in cui ti crogioli la mattina presto, pensando a una buona scusa per non andare a scuola, altre volte, invece, avevo la sensazione di uscire letteralmente dal mio corpo e galleggiare nella stanza.
Non che avessi il potere di far niente, né di intervenire (altrimenti avrei chiesto a mia mamma di smettere di farmi ascoltare gli Oasis!), ma questo mi dava una prospettiva del tutto nuova a cui non avevo mai riflettuto prima: potevo vedere com’era la vita senza di me.
Ed era straziante osservare mia mamma e Paul piangere sul mio corpicino esile e impotente, alternandosi giorno e notte per non lasciarmi mai sola, senza poter fare nulla per loro.
La mamma mi accarezzava i capelli e mi stringeva la mano sinistra, la mano del cuore, e mi raccontava per ore di quando ero piccola e, per farmi mangiare, metteva la videocassetta dei balletti e mi imboccava velocemente mentre guardavo incantata le ballerine. Oppure di quella volta che avevo disegnato sul muro col pennarello indelebile i miei amici immaginari o ancora quando, all’uscita del supermercato, ero entrata nella macchina di un’altra mamma perché lei non voleva comprarmi la cioccolata.
Sembrava passata un’eternità, invece erano trascorsi poco più di dieci anni ed era incredibile come, in così poco tempo dal mio arrivo nel mondo, io avessi già sperimentato sulla mia pelle il significato della parola morte.
A volte passavano a trovarmi i miei compagni di classe che rimanevano in piedi vicino al letto, con le facce smarrite e imbarazzate, incitandomi a non mollare.
Era tutto assurdo e incredibilmente triste e, fosse stato per non vederli più così infelici, giuro che avrei fatto l’impossibile per svegliarmi, ma la paura di sentire di nuovo il morso del dolore affondare lentamente i denti nel mio cuore come un cane affamato mi terrorizzava a tal punto da farmi preferire una non-vita in un letto d’ospedale, piuttosto che una sofferenza senza fine.
È schifoso lo so, egoista e tutto il resto, ma è la verità e l’idea di passare ancora un solo giorno a guardare nel vuoto pensando a Patrick con lo strazio che mi squarciava il petto era semplicemente insopportabile.
Adesso poi che Nina mi odiava e mi ero giocata l’audizione alla Royal Ballet School non avevo grandi motivi per tornare a vivere.
La cosa più curiosa del mio stato vegetativo era che tutti quelli che mi conoscevano, nessuno escluso, provavano l’impulso irresistibile a scusarsi per qualcosa che avevano fatto o non fatto per me.
Paul, il compagno di mamma, la cosa migliore che ci fosse mai capitata, e l’ultimo che potesse colpevolizzarsi di qualcosa, mi chiedeva scusa per aver invaso il mio territorio venendo a vivere da noi, per avermi sgridato quella volta in macchina, quando avevo risposto male a mia mamma, e per non essermi stato abbastanza vicino nel momento in cui ne avevo più bisogno.
Anche la mamma si disperava per non aver fatto abbastanza per mandarmi alla Royal Ballet, rimproverandosi che avrebbe potuto lavorare di più per pagarmi la retta o seppellire l’orgoglio e chiedere i soldi a nonna Olga, mentre Betty, la sua migliore amica, non si dava pace per avermi raccontato quel sogno in cui Patrick le diceva la frase incisa sul braccialetto.
Avrei voluto stringerli fra le mie braccia e dire loro che non avevano proprio niente da rimproverarsi, che erano le persone migliori del mondo e che li amavo come più non avrei potuto e se c’era qualcuno che si era comportato in maniera cocciuta ed egoista ero io, che non avevo fatto altro che pensare a me stessa e a quell’audizione, come se non ci fosse stato niente di più importante al mondo.
Dio sa se mi dispiaceva vederli soffrire così per colpa mia e questo mi commuoveva a tal punto da farmi scendere grosse lacrime lungo le guance, che qualche medico insensibile catalogava inevitabilmente come “riflesso incondizionato”.
Avrei voluto alzarmi di scatto e urlare: «Riflesso incondizionato un corno!», e poi ripiombare nel mio sonno profondo.
Chi invece non mi conosceva si sentiva autorizzato a raccontarmi gli affari propri, fregandosene se quello che diceva poteva interessarmi o meno, quando c’era sempre stato ben poco a parte la danza classica a interessarmi veramente, almeno prima della tragedia.
E la cosa peggiore è che mi raccontavano cose che non avrei mai e poi mai voluto sentire. Era una tortura gratuita contro cui non potevo ribellarmi.
Comodo parlare a qualcuno che se ne sta lì indifeso e immobile e non può risponderti né darti torto come hanno già fatto tutti i tuoi amici!


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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