Federica Bosco – Un angelo per sempre

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Un angelo per sempre è il quarto capitolo della serie young adult scritta da Federica Bosco, pubblicato nel 2020 dalla Newton Compton Editori. Ritorna dopo sette anni Mia, ormai divenuta una giovane donna ed una affermata ballerina dell’American Ballet Theatre di New York, pronta a tornare ad amare.

“«Io credo che l’amore sia come il ragù», rispose riflettendo. «Sembra una ricetta facile, invece ci vuole un sacco di cura perché riesca bene. Certo, lo puoi fare in cinque minuti, lo puoi fare con qualsiasi tipo di carne, lo puoi comprare in scatola, ma se vuoi davvero che venga buono e saporito devi stare attento al soffritto, alla qualità degli ingredienti, e soprattutto alla cottura che deve essere lunga e lenta».”

Mia ha ventiquattro anni, balla con l’American Ballet Theatre di New York e vive con Adam. Ma il loro iniziale idillio pare essersi trasformato in ben altro: si vedono poco, quando sono insieme spesso litigano, le reciproche carriere li hanno messi di fronte a molte difficoltà. Adam non è riuscito a sfondare davvero, mentre Mia, che ha lavorato duramente, è prossima a un traguardo. Ecco però che quando l’obiettivo sembra a portata di mano, un imprevisto ferma i suoi piani e la getta nello sconforto più nero. Ma a volte la vita offre inattese opportunità e apre porte che non si credeva esistessero: quella che sembrava una battuta d’arresto può trasformarsi in un’occasione per pensare, per allentare la tensione che la stritola, per riflettere sulla strada che ha scelto di percorrere e magari per riscrivere il futuro. Tanto più se il destino ha deciso di riservarle un incontro molto speciale. Con qualcuno che le ricorda in tutto e per tutto una persona che appartiene a un passato lontano, molto lontano…

“Era passata un’eternità da quella vita sicura e spensierata, fatta solamente di speranze e sogni, quando tornavo a casa col muso perché volevo studiare alla Royal ma mia madre non se lo poteva permettere, finché avevo contattato mia nonna di nascosto per farmi pagare la retta, scatenando una guerra.
Quegli anni in cui mi struggevo nel desiderio di Patrick e nell’ambizione di calcare i grandi palcoscenici senza immaginare che i miei desideri sarebbero stati ascoltati, realizzati e poi polverizzati nel giro di poco, facendomi dire addio all’innocenza e all’ingenuità.”

Le recensioni sono quasi tutte positive, ricordiamoci che si tratta di un romanzo rosa per ragazzi, una favola moderna che ha accompagnato l’adolescenza di molte ragazzine che sono cresciute insieme alla protagonista. La maggior parte sono state felici di ritrovare Mia, e soprattutto di regalarle un finale magico.

“Dalla notte dei tempi poeti, musicisti e scrittori avevano tentato di definire l’amore, di dargli un colore, una forma, una struttura fisica, per riuscire a ovviare alla mancanza di un foglietto illustrativo che ti spiega se i sintomi sono giusti, se quell’improvviso sentirsi confusi, insicuri, goffi, imbarazzati, con le gambe di gelatina e il cuore scoperto siano normali o stiano succedendo solo a te, ma senza successo. Nessuno sa spiegare perché improvvisamente ti senti così bene, di un bene quasi artificiale, chimico, come se avessi provato una droga sintetica, un trip con l’LSD. Tutto splende, i colori sono più vividi, i profumi, i suoni, la gente che incontri è più bella e anche tu lo sei, la tua pelle è più luminosa, i capelli splendono, e gli altri se ne accorgono. Sorridi, non fai che sorridere e fantasticare e sognare, e ami il mondo, ami la tua vita e ami lui, e il modo in cui ti fa sentire.
Ed è la trappola più pericolosa che ci sia.”

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Pioveva da otto giorni consecutivi a New York, e il meteo non prometteva niente di buono per le successive due settimane.
Non mi ero mai abituata a quegli inverni rigidissimi, al gelo e alle nevicate e, nonostante fossero passati già sette anni, Londra continuava a sembrarmi un paese tropicale.
Ballavo con l’American Ballet Theatre da quando mi ero trasferita a New York con Adam.
Dopo la morte di nonna Olga, all’improvviso i soldi non erano stati più un problema e avevo potuto finalmente realizzare un progetto che fino a pochi anni prima non avevo nemmeno lontanamente ipotizzato.
Ballare era il mio sogno da sempre, e lo sarebbe stato per sempre.
Non avevo conosciuto altro amore così assoluto da che ero venuta la mondo, eccetto quello per Patrick, ma da quando era morto non mi era rimasto che dedicare tutta la mia vita e il resto del mio cuore alla danza.
La nostra storia era stata breve e intensa come un passo a due, ed era così che amavo ricordarlo: io e lui che ballavamo su un palcoscenico, illuminati da un unico riflettore che ci accompagnava fino all’uscita di scena, dove ci guardavamo negli occhi e ci promettevamo amore eterno.
Non avrei mai amato nessuno più di Patrick, lui era la mia vita, la mia metà, la mia anima gemella, ma gli avevo promesso che sarei andata avanti. Dovevo voltare pagina, dovevo darmi il permesso di ricominciare ad amare di nuovo, ricominciare a vivere.
Da quando era definitivamente uscito dalla mia vita e dai miei sogni, mi ero concentrata sulla carriera senza pensare ad altro, buttandomi anima e corpo in questa nuova avventura dall’altra parte del mondo. Senza più paura.
Dopo tutto quello che avevo passato non c’era più niente che mi facesse veramente paura.
Avevo vissuto sulla mia pelle il dolore più atroce che un piccolo cuore potesse reggere, avevo perso l’amore della mia vita, l’affetto della mia migliore amica, il senso di me, ogni minima ragione di esistere, e avevo assistito al crollo di tutte le mie fragili certezze, una dopo l’altra, fino a decidere di lasciarmi definitivamente morire.
Che motivo avevo per continuare a sopportare la vita? Avevo solo quindici anni e nessuna speranza. Era troppo.
E quando mi era apparso chiaro che non avrei potuto sopportare un altro giorno immersa in quel dolore così sproporzionato che mi penetrava fin nelle ossa, mi ero trascinata nelle crudeli acque del Mare del Nord, nello stesso punto in cui era sparito Patrick quel 12 febbraio, nel generoso e impulsivo gesto di salvare il mio cane York.
Già, perché lui era così, doveva aiutare tutti, doveva salvare il mondo.
E mi ero abbandonata a quella morsa gelida, a quegli artigli spietati che mi avevano afferrata e rapidamente trascinata a fondo. Ma non mi ero opposta, anzi, avevo accolto quel freddo feroce come una meritata ricompensa, la pace finale.
Ma Patrick non mi avrebbe mai permesso un gesto così stupido e, non so come (perché non sono mai riuscita a spiegarmelo), mi aveva salvata.
La forza del suo amore era stata così intensa e disperata da permettergli di afferrarmi e riportarmi a galla, obbligandomi a nuotare, a obbedire all’istinto di sopravvivenza che avevo volontariamente disattivato.
Mi avevano trovata sulla spiaggia di Skegness, congelata, priva di sensi, ormai in coma, ma viva.
E anche se è orribile ammetterlo, in quella dimensione parallela, immobile, come uno di quei tizi ibernati in una capsula spaziale che si vedono nei film, stavo finalmente bene.
Non provavo niente, non soffrivo più, ero serena e confesso che, se avessi potuto, sarei rimasta lì per sempre.
Ma figuriamoci se Patrick, ancora una volta, si sarebbe arreso.
Dopo avermi salvata dalla morte, mi aveva anche salvata dal coma, entrando a gamba tesa nei miei pensieri, parlandomi giorno e notte senza sosta, assillandomi e martellandomi come solo lui sapeva fare, finché mi ero resa conto del dolore che la mia vigliaccheria stava provocando in mia madre e nelle persone che mi amavano e vegliavano su quel mio sonno asettico, straziandosi per me.
E alla fine ero tornata. Mi ero fatta coraggio e avevo abbandonato quella dimensione rarefatta e ovattata, quell’utero salvifico che mi cullava e mi proteggeva dai mali del mondo, ed era stato come nascere una seconda volta, ma con la consapevolezza di ciò che mi aspettava: l’incontro con quello che già conoscevo e che volevo a tutti i costi evitare.
Il terrore, la paura, il dolore del ricordo di qualcosa che hai perso definitivamente, che infesteranno la tua anima come uno spettro malvagio.
Patrick si era assicurato di starmi vicino finché non fossi stata in grado di camminare da sola, di riprendere in mano la mia vita, i miei sogni, di ricominciare a danzare, a vivere, ad amare.
Solo allora si era congedato per sempre.
Dopo avermi vista ballare magnificamente nello spettacolo di fine anno della Brit.
Dopo essersi assicurato che Adam fosse un bravo ragazzo, dopo avermi saputa in salvo sulle rive della vita.
Non ci saremmo incontrati mai più nel “nostro posto” quando mi addormentavo, non avrei mai più sentito la sua voce parlarmi giorno e notte, non avremmo più riso, pianto, fatto l’amore.
Ma era giusto così. Il nostro tempo era finito.
Serva me. Servabo te, ci eravamo promessi, “Salvami, ti salverò” e poi era svanito in una palla di luce dorata.
Se mi ero sognata tutto? Me lo ero chiesto per anni.
Se c’erano state delle incongruenze e dei fatti inspiegabili come il braccialetto?
Certo che sì.
Ma mi era importato? No, nella maniera più assoluta.
Che fosse stata magia, follia o che lui fosse il mio angelo custode venuto a salvarmi, per me era lo stesso.
Ero tornata a vivere e avevo avuto la possibilità di salutarlo.
Del resto non mi importava.
Patrick era stato l’amore della mia vita e niente e nessuno avrebbe eguagliato il sentimento che provavo per lui.
Questa era la mia unica certezza.
Ma dopo tutto quello che avevo passato, era chiaro che non sarei stata più la stessa.
La mia giovane età era solo anagrafica, ma la mia anima, invece, avevo la sensazione che venisse da un posto lontano.

La serie di Mia e il suo Angelo:

Innamorata di un angelo
Il mio angelo segreto
Un amore di un angelo
Un angelo per sempre


Autore

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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