John Grisham – Il tempo della clemenza

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Il tempo della clemenza, un Legal Thriller di John Grisham, pubblicato il 24 novembre 2020 da Mondadori. Ritorna l’avvocato Jake Brigance, già amatissimo protagonista di Il momento di uccidere e L’ombra del sicomoro, che dovrà affrontare un caso difficile che dividerà le coscienze.

“Accetta quel maledetto caso, Jake!” gli sembrava di sentirlo strillare.
“Tutti hanno diritto a un avvocato!”
“Non puoi sempre sceglierti i clienti!”

Clanton, Mississippi. 1990. Quando l’avvocato Jake Brigance viene nominato suo malgrado difensore di Drew Gamble, accusato a soli sedici anni di aver ucciso Stuart Kofer, vicesceriffo della Ford County, capisce di trovarsi di fronte al caso più difficile della sua carriera. Perché Drew è soltanto un ragazzo timido e spaventato che non dimostra la sua età, e questo rende il suo crimine ancora più incredibile e agghiacciante. Ma sua madre e sua sorella, che insieme a lui vivevano a casa di Stuart, sanno cosa lo ha spinto a commettere questo terribile gesto. Conoscono fin troppo bene la doppia vita della vittima. Molti a Clanton invocano la pena di morte, l’assassinio di un poliziotto è considerato un atto inammissibile, e la professione di Stuart Kofer lo rendeva a suo modo intoccabile in un contesto sociale pieno di ombre e contraddizioni. Il ragazzo ha poche chance di sfuggire alla camera a gas e Jake è l’unico che può salvarlo, in un processo controverso che dividerà l’opinione pubblica, mettendo a rischio anche la sua vita e quella della sua famiglia.

“Sei giorni alla settimana, tutti tranne la domenica, Jake Brigance si faceva buttare giù dal letto da una sveglia rumorosa allo scellerato orario delle cinque e mezza. Sei giorni alla settimana andava dritto alla macchinetta del caffè, schiacciava un pulsante e correva nel suo piccolo bagno nel seminterrato, lontano dalla moglie e dalla figlia addormentate, dove si faceva la doccia in cinque minuti e ne trascorreva altri cinque immerso nel resto del suo rituale prima di infilarsi i vestiti che aveva preparato la sera prima. Poi saliva in fretta le scale, si versava una tazza di caffè nero, tornava di soppiatto in camera da letto, dava un bacio alla moglie, prendeva la tazza e alle sei meno un quarto in punto chiudeva la porta della cucina e usciva sul retro della casa. Sei giorni alla settimana guidava per le strade buie di Clanton fino alla pittoresca piazza con l’imponente palazzo della contea, sede del tribunale e simbolo della vita che conosceva, parcheggiava davanti al suo ufficio in Washington Street e sei giorni alla settimana, alle sei in punto, entrava al Coffee Shop per sentire o diffondere le ultime indiscrezioni e fare colazione a base di pane tostato di frumento e farina d’avena.
Il settimo giorno, però, si riposava.”

Le recensioni sono poche visto il breve tempo trascorso dall’uscita del libro, ma sono decisamente molto positive, i fan sono parecchio contenti del ritorno di un protagonista così amato e non sembra esserci delusione, anzi viene riconfermata la bravura di Grisham, che riesce, com’è nel suo stile, anche a trattare temi delicati e che spesso chiamano in causa l’opinione pubblica. Non resta che leggerlo.

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L’infelice casetta sorgeva in mezzo alla campagna, a una decina di chilometri da Clanton, lungo una vecchia strada della contea che non portava da nessuna parte. Dalla carreggiata non si vedeva. Vi si accedeva da un vialetto di ghiaia che digradava e si incurvava sinuoso, e di notte faceva sobbalzare i fari che si avvicinavano. La loro luce filtrava attraverso le finestre e le porte della facciata, come per avvertire chi era in attesa all’interno. L’isolamento dell’edificio contribuiva all’orrore incombente.
La mezzanotte della domenica era passata già da molto quando i fari finalmente comparvero. Irruppero nella casa proiettando ombre sinistre e silenziose sulle pareti, poi sparirono mentre l’auto si abbassava prima di percorrere l’ultimo tratto. Chi era dentro avrebbe dovuto essere addormentato da ore, ma in quelle notti terribili riposare era impossibile. Sul divano in soggiorno, Josie fece un respiro profondo, disse una preghiera veloce e si avvicinò piano alla finestra. L’auto sbandava e sobbalzava come sempre o era sotto controllo? Lui era ubriaco come al solito o aveva rallentato il ritmo delle bevute? Lei si era messa una sottoveste provocante per attirare la sua attenzione e magari distoglierlo dalla violenza. In passato c’era riuscita, una volta gli era piaciuto.
L’auto si fermò accanto alla casa e lei lo guardò scendere. Barcollava e inciampava, e Josie si preparò a quello che stava per succedere. Andò ad aspettarlo in cucina, dove la luce era accesa. Accanto alla porta, parzialmente nascosta in un angolo, c’era una mazza da baseball di alluminio che apparteneva a suo figlio. L’aveva messa lì un’ora prima, per difendersi in caso lui avesse deciso di aggredire i ragazzi. Aveva pregato il Signore perché le desse il coraggio di usarla, ma continuava ad avere dei dubbi. Lui urtò contro la porta della cucina e scosse il pomello come se fosse chiusa a chiave; non lo era. Alla fine la spalancò con un calcio mandandola a sbattere contro il frigorifero.
Da ubriaco, Stuart era goffo e violento. La sua pallida carnagione irlandese si arrossava, le guance si infiammavano e gli occhi luccicavano di un fuoco acceso dal whiskey, che lei aveva visto troppe volte. A trentatré anni i suoi capelli avevano cominciato a ingrigirsi e a cadere, e lui cercava di nasconderlo con un orribile riporto che, dopo una sera passata a girare per locali, gli aveva lasciato lunghe ciocche che pendevano sopra le orecchie. Sulla faccia non aveva tagli o lividi, forse era un buon segno, forse no. Gli piaceva fare a botte nelle bettole, e dopo una serata complicata di solito si leccava le ferite andando dritto a letto. Ma se non c’erano state risse, spesso veniva a cercarle a casa.
«Che ci fai in piedi?» grugnì mentre tentava di chiudersi la porta alle spalle.
«Ti stavo aspettando, tesoro. Stai bene?» chiese Josie con tutta la calma possibile.
«Non ho bisogno che mi aspetti. Che ore sono, le due?»
Lei sorrise, come se fosse tutto a posto. Una settimana prima aveva deciso di andare a letto e di aspettarlo lì. Lui era tornato a casa tardi, era salito al piano di sopra e aveva minacciato i ragazzi.
«Quasi le due» disse in tono dolce. «Andiamo a letto.»
«Perché hai addosso quella roba? Sembri proprio una puttana. Stasera c’è stato qui qualcuno?»
Niente di nuovo, le solite accuse. «Ovviamente no» rispose Josie. «Stavo solo per coricarmi.»
«Sei una troia.»
«E dài, Stu. Ho sonno. Andiamo a letto.»
«Con chi eri?» ringhiò lui mentre ricadeva contro la porta.
«Con chi? Con nessuno. Sono stata qui tutta la sera con i ragazzi.»
«Sei una stronza bugiarda, lo sai?»
«È la verità, Stu. Andiamo a letto, è tardi.»
«Mi hanno detto che un paio di giorni fa qualcuno ha visto il pick-up di John Albert qui fuori.»
«E chi è John Albert?»
«E chi è John Albert, chiede la puttanella? Sai benissimo chi è John Albert.» Si staccò dalla porta, fece qualche passo incerto verso di lei e cercò di reggersi al piano della cucina. Le puntò un dito contro. «Sei una troietta e fai venire qui i tuoi ex. Ti avevo avvertita.»
«Io sto solo con te, Stuart, te l’ho detto mille volte. Perché non mi credi?»
«Perché sei una bugiarda e ti ho già beccata a raccontare balle. Te la ricordi la carta di credito? Stronza.»
«Per favore, Stu, è stato un anno fa e l’abbiamo risolta.»
Lui le afferrò il polso di scatto con la sinistra e si preparò a colpirla forte in faccia: la schiaffeggiò a mano aperta, uno schiocco sonoro e sgradevole, carne contro carne. Lei gridò di dolore e spavento. Si era ripromessa di non urlare per nessun motivo, perché i ragazzi erano al piano di sopra dietro la porta chiusa a chiave, ad ascoltare tutto.
«Smettila, Stu!» strillò e si toccò la faccia cercando di riprendere fiato. «Basta botte! Ti ho detto che me ne vado e ti giuro che lo faccio!»
Lui scoppiò a ridere. «Ah, sì? E dove vai, puttanella? Torni nel camper nei boschi? Torni a vivere in macchina?» Le strattonò il polso, la fece girare e le circondò il collo con il suo grosso avambraccio. Le sussurrò rabbioso all’orecchio: «Non hai un posto dove stare, stronza, nemmeno il parcheggio di roulotte in cui sei nata». Le schizzò sull’orecchio un fiotto di saliva calda che puzzava di whiskey e birra stantii.
Josie fece uno scatto e cercò di liberarsi, ma Stu le spinse il braccio verso l’alto, come se volesse spezzarle un osso. Lei non poté impedirsi di gridare di nuovo e, mentre lo faceva, pensò con dolore ai suoi figli. «Mi rompi il braccio, Stu! Basta, ti prego!»
Lui le abbassò il braccio di qualche centimetro, ma strinse la presa. «Dove te ne vai? Hai un tetto sulla testa, hai da mangiare e una camera per i tuoi figli schifosi e parli di andartene? Non penso proprio» le sibilò all’orecchio.
Josie si irrigidì e si dimenò cercando di sfuggirgli, ma lui era un uomo forte e violento. «Stu, mi stai rompendo il braccio… Ti prego, lasciami!»
Per tutta risposta, lui la strattonò ancora di più e lei gridò.


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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