Iain Pears – La pista Caravaggio (Recensione)

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La pista Caravaggio è un giallo ambientato nel mondo dell’arte, scritto da Iain Pears, che è appunto uno storico dell’arte, il romanzo fu pubblicato nel 1996 ed è il sesto volume di un ciclo con protagonista Jonathan Argyll, storico dell’arte e membro della Squadra d’arte della polizia italiana. I colleghi più stretti di Jonathan sono Flavia Di Stefano, che è il vice della squadra e il generale Bottardi, il capo della squadra.

«Quando è arrivata questa roba?» chiese un’incredula Flavia, appena rientrata in ufficio, dopo aver letto il foglietto sul quale era riportato per sommi capi quanto aveva comunicato per telefono l’anonimo informatore. … «Nessuna parola in codice? Non era uno dei nostri soliti informatori?»
«No. Ha solo detto che nei prossimi giorni ci sarà un clamoroso furto. In un monastero, se ho capito bene. San Giovanni.»
«Che cos’hanno di importante, in quel posto? È sulla nostra lista degli obiettivi sensibili?

La serie è composta da: Il caso Raffaello (1991), questo primo libro presenta i personaggi principali e i temi principali. Jonathan Argyll si trova in una posizione difficile quando viene arrestato in una chiesa romana per vagabondaggio. Quando gli viene chiesta una spiegazione, dà una serie di teorie che giustificano la sua ricerca del Raffaello, un dipinto che crede sia nella chiesa; Il comitato Tiziano (1992), Il busto di Bernini (1993), Il quadro che uccide (1994), Il tocco di Giotto (1995), La donna che collezionava segreti (2000).

«In realtà hanno ben poco, a parte alcuni oggetti d’oro e d’argento, che però sono quasi tutti custoditi nel caveau di una banca, perché così aveva consigliato il generale Bottardi dopo l’ultima effrazione. L’unica cosa apparentemente di valore è una tela del Caravaggio. Un dipinto importante, anche se, a detta di un esperto, non uno dei migliori. Anzi, secondo un altro esperto, indebitamente attribuito al Caravaggio.»

Anche questa sesta avventura è ambientata nella nostra bella Italia, regina dell’arte mondiale. A roma c’è un monastero sull’Aventino, con l’annessa chiesa di San Giovanni, una piccola gemma nascosta in mezzo a un ammasso di vecchi edifici: passa inosservato, finché non te lo trovi davanti, quando meno te lo aspetti, appena girato l’angolo. Capita spesso, nella capitale. Neppure chi vi abita da tempo e sostiene di conoscerla palmo a palmo può sfuggire a sorprese di questo tipo. Non contiene certo grandi tesori d’arte, solo un quadro di dubbia attribuzione al Caravaggio.
Quando al Nucleo investigativo per la tutela del patrimonio artistico arriva una soffiata sull’imminente furto di un presunto Caravaggio nella chiesa del monastero, Flavia Di Stefano è perplessa, non sa da che parte cominciare a indagare. Non conosce l’edificio, e nemmeno il dipinto in questione. Del resto c’è ben poco da vedere, la tela versa in pessime condizioni ed è in fase di restauro.
La perplessità si trasforma in stupore quando i ladri rubano il quadro sbagliato, un’icona della Madonna collocata nella minuscola cappella a metà della navata, il cui unico valore sembra risiedere nella devozione e nell’affetto che le riservano i fedeli. Ma forse non c’è stato alcun errore, forse la leggenda che vuole che questa icona abbia dei poteri miracolosi potrebbe rappresentare una traccia in un’indagine che si rivela molto più intricata del previsto, il mistero si infittisce: nessun indizio tra le mani, nessuna pista da seguire, solo una vecchia conoscenza riapparsa all’improvviso e coinvolta in un caso mai risolto e il cadavere di un mercante d’arte francese ripescato dal Tevere nei giorni immediatamente seguenti al furto. Il tutto mentre il generale Taddeo Bottardi, un tempo a capo della squadra, è alle prese con una spinosa decisione sul suo futuro. I nervi di Flavia sono messi a dura prova dall’enigma, meno male che è affiancata anche questa volta da Jonathan Argyll, suo compagno di vita e di investigazioni, insieme dovranno sbrogliare una matassa molto più fosca e complessa del previsto.

“Poiché quella mattina non aveva di meglio da fare, Argyll si avviò verso il monastero di San Giovanni per dare un’occhiata a Dan Menzies e al Caravaggio. Benché il suo intervento fosse assolutamente superfluo, non riusciva a togliersi di mente la vaga idea di poter magari, per puro caso, curiosando qua e là, scoprire qualcosa di interessante su quel dipinto. Che fosse o no un autentico Caravaggio non aveva importanza, perché poteva comunque servirgli da spunto per un testo che poi, eventualmente, avrebbe cercato di pubblicare. Gli forniva anche l’opportunità di dare una mano a Flavia nella sua indagine.”

Sebbene rappresenti il ​​sesto romanzo della serie si può tranquillamente leggere perchè Pears riesce ad informare i nuovi lettori delle relazioni chiave e delle storie passate dei suoi personaggi.
La trama è ben composta e non si perde in inutili dettagli o descrizioni, tutto è perfettamente misurato e i dialoghi risultano reali. Non immaginatevi un thriller, ma è un semplice giallo sullo stile classico, dove si intrecciano criminalità, arte, storia e superstizione. La narrazione è consegnata ai personaggi, quelli principali hanno tutti il loro momento e riescono a diventare familiari. La lettura è stata gradevole, sicuramente leggero gli altri libri della serie.

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Le riunioni d’affari si somigliano più o meno tutte, in qualunque parte del mondo si svolgano, ed è sempre stato così, fin dalla notte dei tempi. Oltre al grande capo, al suo factotum e a chi non vede l’ora di fare le scarpe a entrambi, ci sono i relativi sostenitori o nemici, più tutti quelli che non prendono posizione, ma si fanno placidamente trasportare dalla corrente, sperando di non incappare in qualche rapida. E durante ogni riunione scoppia sempre una lite, che ha l’unico scopo di far emergere in qualche modo i numerosi contrasti. A volte, i divari sono davvero incolmabili e giustificano la violenza con cui vengono esposti, ma capita di rado.
Una di quelle rare occasioni si concretizzò in un pomeriggio di settembre, in una grande e funzionale sala di un complesso di vecchi edifici di Roma, sull’Aventino. I presenti, maschi di età compresa fra i trentacinque e i settantacinque anni, erano una ventina; gli argomenti all’ordine del giorno quattordici e due le opposte fazioni, ognuna decisa a fare piazza pulita, chi dei sostenitori di una puerile e pericolosa innovazione, chi dei gretti fautori di un tradizionalismo incapace di comprendere le necessità del mondo moderno. Sarebbe stato un pomeriggio molto lungo, si disse l’uomo che presiedeva la riunione, limitandosi a sperare che le due ore appena trascorse in preghiera, in cui tutti avevano invocato Dio affinché infondesse la propria saggezza nel consesso chiamato a decidere, impedissero all’imminente dibattito di degenerare.
Ma aveva seri dubbi. Benché il solo formulare un simile pensiero lo facesse sentire sull’orlo di quella pericolosa voragine che era l’eresia, a volte desiderava che il Signore manifestasse la propria volontà in modi un po’ meno astrusi: così lui, padre Xavier Münster, trentanovesimo priore dell’Ordine di San Giovanni il Pietista, non avrebbe più dovuto temere di esserne l’ultimo. Quando scorse i cruenti bagliori negli occhi di quelle anime che, almeno nominalmente, erano sottomesse alla sua autorità, si sentì mancare. In modo particolare, lo colpì lo sguardo di padre Jean, il quale stava disponendo davanti a sé le proprie carte, quasi fossero divisioni corazzate in attesa di avanzare. Deciso a ingaggiare battaglia, senza preoccuparsi dei problemi che avrebbe dovuto affrontare, anche se, date le circostanze, c’era da augurarsi che lo facesse. «Ritengo», disse in quel momento padre Xavier in tono fermo, ai membri dell’Ordine riuniti a Roma, «che sia il caso di iniziare.»

Cinque ore più tardi la riunione si concluse e i religiosi, stremati, uscirono barcollando dalla sala. Di solito alla fine di ogni incontro si spostavano sulla terrazza, dove potevano dissetarsi con i rinfreschi offerti per l’occasione, ma stavolta ad approfittarne furono in pochi, più o meno gli stessi che non si erano lasciati coinvolgere troppo nella disdicevole zuffa. Tutti gli altri andarono a rinchiudersi nelle proprie celle (che a dire il vero differivano ben poco dalle stanze destinate agli studenti) per meditare, pregare o schiumare di rabbia.


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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