James Patterson – L’enigma del rapitore

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L’enigma del rapitore è un thriller di James Patterson, in collaborazione con la scrittrice Maxine Paetro, pubblicato in Italia l’11 febbraio 2021, da Longanesi. Come suggerisce il titolo originale, 18th Adbuction, questo è il 18esimo capitolo della serie Le Donne del Club Omicidi, con protagonista Lindsay Boxer, detective della polizia di San Francisco, che questa volta deve unire le forze con Joe e tutte le Donne del club omicidi per proteggere San Francisco e loro stessi non solo da un fantasma del passato, ma anche da un vero mostro del presente. Un individuo tanto pericoloso quanto spietato nei confronti dell’universo femminile.

“Ci serve un indizio. Un testimone. Una teoria che non faccia acqua. Come sapete, Boxer è l’investigatore capo. Boxer, nessuno va a casa finché non abbiamo qualcosa che stia in piedi».
Eravamo tutti d’accordo. Dov’erano Carly, Adele e Susan? Non ne avevamo la più pallida idea. L’orologio della morte stava ticchettando e la decina di investigatori della squadra Omicidi lavorava senza sosta continuando a sperare, al di là di ogni ragionevolezza, di ritrovare vive le insegnanti.”

Doveva essere una tranquilla cena fuori fra colleghe per tre insegnanti. Ma a fine serata nessuna di loro rientra più a casa. Sembrano sparite nel nulla, finché viene ritrovato in un motel il corpo di una delle tre. A indagare sul caso, c’è il sergente Lindsay Boxer della polizia di San Francisco. Chi è stato? Perché? Dove sono le altre due donne? Lindsay deve fronteggiare le pressioni del capo della polizia e della stampa: tutti vogliono il colpevole, tutti vogliono fermare l’orrore, ma lei brancola nel buio. Contemporaneamente, il marito e collega di Lindsay, Joe Molinari, incontra una sconosciuta proveniente dall’Europa dell’Est che afferma di aver identificato proprio a San Francisco un noto criminale di guerra del suo Paese d’origine, fino a quel momento ritenuto morto. Un uomo che si era macchiato di crimini atroci e di cui lei stessa era stata vittima. Ma subito dopo la denuncia del fatto, anche lei finisce drammaticamente nella scia delle donne scomparse…

“Era molto preoccupato. Aveva desiderato per anni entrare alla Omicidi e adesso stava vivendo il lato oscuro del suo sogno. Sapevo a cosa stava pensando, perché ci stavo pensando anch’io.
Dov’erano le professoresse?
Erano vive?
Quanto tempo gli rimaneva?
Mentre mandavo un messaggio a Joe, il mio nuovo marito, Rich cantava il ritornello di una vecchia canzone di Steve Miller: «Time keeps on slippin’, slippin’, slippin’ into the future».
Inviai il messaggio alla svelta, quindi mi rivolsi al mio partner: «Okay, Rich. Andiamo».”

I lettori della lunga serie del “Le donne del club omicidi” sanno già cosa aspettarsi, quest’ultimo capito, al di fuori del prologo e dell’epilogo, è ambientato cinque anni prima, quando il detective della omicidi di San Francisco Lindsay Boxer è appena sposata con l’agente dell’FBI Joe Molinari.
E’ uscito da poco qui in Italia e le recensioni sono ancora pochissime e discordanti, chi definisce questo romanzo come il peggiore della serie e chi invece ne parla con entusiasmo. Non ci resta che leggerlo e farci una nostra opinione.

Prologo
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Io e Joe eravamo seduti sul sedile posteriore di una berlina nera che correva a tutta velocità dall’aeroporto di Amsterdam Schiphol verso la Corte penale internazionale dell’Aia.
Il cielo era grigio, ma qualche raggio di luce filtrava tra le nuvole illuminando luccicanti file di tulipani nei campi ai lati della A44. Non ero mai stata in Olanda, ma non potevo proprio abbandonarmi al suo fascino. Non eravamo in ferie, e quella non era una vacanza.
Sono una poliziotta della Omicidi di San Francisco. Possiedo cinque paia di pantaloni blu, giacche abbinate e uno scaffale di camicie in tessuto Oxford. Preferisco scarpe basse da lavoro e generalmente raccolgo i capelli biondi in una coda di cavallo.
Quel giorno indossavo un severo completo nero con la gonna, insieme a una collana di perle, scarpe col tacco e avevo un taglio di capelli appena fatto: nulla era lasciato al caso.
Mio marito Joe, ex agente dell’FBI e dell’antiterrorismo, è ora uno dei migliori consulenti di valutazione del rischio nel settore, e solitamente lavora da casa. Per l’occasione aveva sostituito i suoi pantaloni cachi e i suoi maglioni con un completo grigio e una cravatta blu a righe sottili.
La formalità era necessaria.
Eravamo lì per un caso, e non un caso qualunque, uno di importanza enorme, se non mondiale. Entrambi eravamo molto preoccupati per il possibile esito. Le mie emozioni viravano tra l’ansia, l’aspettativa, l’eccitazione e la paura.
In meno di un’ora saremmo stati seduti in un’aula della Corte penale internazionale, un tribunale creato per i reati come il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra.
In che modo avrebbe deliberato la Corte sul caso di Slobodan Petrović?
Prima della fine della giornata, l’avremmo saputo.

CINQUE ANNI PRIMA

1
Anna chiuse la zip della giacca leggera che indossava sopra il maglione e i pantaloni, si avvolse una sciarpa sui capelli e la annodò sotto il mento per nascondere l’ampia cicatrice da ustione sul lato sinistro della faccia.
Doveva comprare qualcosa per cena prima che facesse buio e, se fosse andata in bicicletta, avrebbe evitato il traffico dell’ora di punta. Si mise lo zaino sulle spalle, chiuse la porta del monolocale dietro di sé, quindi fece sobbalzare la bici giù per due rampe di scale e fuori dal portone in una mite temperatura di quindici gradi. Sollevò la bici sulla scalinata d’ingresso fino alla strada, dove montò in sella e partì.
Come faceva sempre, assorbì la bellezza del vasto tappeto erboso di Alamo Square Park di fronte al suo appartamento su Fulton Street e si sentì davvero fortunata di essere viva e lì in America.
Non se ne stancava mai.
Passò in mezzo alle vecchie adorabili case vittoriane, le Painted Ladies di San Francisco, e girò a destra in Fell Street, il rettilineo che l’avrebbe portata al negozio di alimentari. Pedalò per diversi isolati prima di fermarsi a un incrocio. Mentre aspettava che il semaforo diventasse verde, Anna vide qualcosa che la lasciò senza fiato.
Un uomo grosso e robusto che fumava un sigaro stava scendendo i gradini proprio di una di quelle case vittoriane. Vederlo fu uno shock fisico, come essere investita da un’auto.
Tutto divenne nero. Le ginocchia cedettero, ma anche se il sangue le era defluito dalla testa Anna riuscì ad appellarsi alle ultime forze, strinse il manubrio e si raddrizzò.
Quando guardò di nuovo, l’uomo era ancora lì, fermo sui gradini a riaccendersi il sigaro, lasciandole alcuni secondi perché lei potesse assicurarsi che non stava avendo un’allucinazione o un distacco psicotico dalla realtà. Forse si sbagliava.
Anna fissò lo sguardo sul diavolo che aspirava il sigaro. I capelli erano grigi ormai. Ma il volto non era cambiato per nulla: stesse labbra piene, stessa fronte ampia senza rughe, stesso collo sottile. E lei non avrebbe mai dimenticato quel corpo, né il modo in cui camminava, rigido e cauto come un orso sulle zampe posteriori.
Era davvero Slobodan Petrović, un uomo visto nei suoi incubi e, prima ancora, nella vita reale.
Il cervello di Anna era in fiamme. Le venne in mente un’immagine come un flash: Petrović in piedi sulle macerie di quello che era stato un condominio. Si era chinato ad abbracciare una ragazzina, le aveva avvolto attorno le braccia prima di sollevare il proprio viso raggiante verso la folla e le telecamere. La voce era entusiasta e dolce.
«Se deporrete le armi, vi proteggeremo. Ve lo prometto.»
Quel discorso era accompagnato dalle raffiche degli spari, dalle urla dei bambini, dall’esplosione delle bombe che rompeva l’aria. Si ricordò di un’altra promessa che Petrović aveva fatto: «Vi bombarderemo fino a farvi impazzire».
In questo aveva mantenuto la parola.
Anna ritornò al presente: Petrović che scendeva i gradini su Fell Street nei suoi bei vestiti americani, fumando un sigaro, vivo e in salute a San Francisco.
Lui non l’aveva vista.
Un clacson suonò impaziente dietro di lei, interrompendo il corso dei pensieri. Il semaforo era diventato verde.
Petrović aprì la portiera di una Jaguar e vi montò. Non aspettò che passasse il flusso lento del traffico. Sterzò, accelerò di colpo e tagliò la strada alla macchina dietro di lui.
I clacson strombazzarono furiosamente e Anna guardò la Jaguar guadagnare velocità. Afferrò il manubrio della bici e partì all’inseguimento di Petrović, provando, senza riuscirci, ad arginare le immagini della sua brutalità che le affollavano la mente.
Quelle immagini vivevano ancora dentro di lei.
Petrović non l’avrebbe fatta franca per ciò che aveva commesso.
Non quella volta. Non di nuovo.


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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