Stephenie Meyer – Midnight Sun

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Midnight Sun, un nuovo romanzo della saga vampiesca di Twilight scritta da Stephenie Meyer, pubblicato da Fazi. Dopo 10 anni torna la storia d’amore gotica tra Bella e Edward che ha fatto breccia nel cuore delle adolescenti.

” … vedevo benissimo quanto sarebbe stato facile innamorarsi di lei. Esattamente come cadere: senza sforzo. Impedirmi di amarla era l’opposto, era arrampicarmi su uno strapiombo, una mano dopo l’altra, un’impresa estenuante, come se possedessi soltanto le forze limitate di un umano.”

La storia d’amore tra Edward Cullen e Bella Swan destinata a diventare iconica ha avuto inizio nel romanzo Twilight viene adesso raccontata dal punto di vista di Edward in quest’attesissimo nuovo romanzo. Una storia vissuta nei panni del vampiro assume una veste tutta nuova, decisamente più cupa. L’incontro con Bella è la cosa più spaventosa e più intrigante che gli sia mai successa nella sua lunga vita da vampiro. Mentre apprendiamo nuovi, affascinanti dettagli sul suo passato, capiamo perché questa sia la sfida più difficile della sua esistenza. Come può seguire il suo cuore, se ciò significa mettere Bella in pericolo?

«Io non dormo», mormorai, rispondendole in maniera più completa.
Lei rimase in silenzio per un istante.
«Mai?», domandò.
«Mai», bisbigliai.
Quando incontrai il suo sguardo penetrante vi lessi meraviglia e compassione e, all’improvviso, provai uno struggente desiderio di dormire.
Non per estraniarmi, come mi succedeva prima, non per sfuggire alla noia, ma perché volevo sognare. Forse, se avessi perso conoscenza, se fossi stato capace di sognare, avrei potuto vivere per qualche ora in un mondo dove per me e lei fosse possibile stare insieme.
Lei mi sognava. Anch’io volevo sognarla.
Bella mi guardò, piena di stupore.
Dovetti distogliere lo sguardo.
Io non potevo sognarla.
Lei non avrebbe dovuto sognarmi.

Quando è uscita questa saga il mondo adolescenziale, soprattutto femminile, è impazzito. Oggi quelle adolescenti sono delle donne, chissà se leggeranno questo romanzo con lo stesso entusiasmo, secondo le recensioni che si trovano in rete sembrerebbe che non sia stato scalfito. Le fan si sono emozionate nel leggerlo anche dopo tanta attesa, qualcuno però ha notato una differenza di scrittura dell’autrice, forse divenendo più introspettiva vista la necessità di raccontare la lotta interiore tra il bravo ragazzo e il mostro che si cela nel protagonista. Come sempre per farci una nostra opinione non resta che leggero, anche se sinceramente non so quando avverrà, al momento si trova molto in basso nella mia lunghissima lista dei libri da leggere.

1. A PRIMA VISTA

Era il momento della giornata in cui, più di tutti gli altri, desideravo di poter dormire.
Liceo.
Oppure la parola giusta era purgatorio? Se esisteva un modo qualsiasi per espiare i miei peccati, questo, in qualche misura, doveva pur contare. La noia era una cosa alla quale non mi abituavo mai; ogni giorno sembrava incredibilmente più monotono del precedente.
Forse potevo considerarlo una forma di sonno – se la parola sonno definiva lo stato di inerzia fra un’attività e l’altra.
Fissavo le crepe che percorrevano l’intonaco nell’angolo in fondo alla caffetteria, immaginando dei disegni che non c’erano. Era un modo per mettere a tacere le voci che blateravano nella mia testa come gli spruzzi di un fiume.
Diverse centinaia di quelle voci le ignoravo perché erano noiose. Quando si trattava di menti umane, all’inizio le ascoltavo tutte, poi solo alcune. Quel giorno i pensieri di tutti si concentravano su un evento di eccezionale irrilevanza: una nuova aggiunta all’esiguo corpo studentesco. Bastava così poco per eccitarli. Avevo visto il nuovo volto ripetuto in un pensiero dopo l’altro da ogni angolazione. Era soltanto la solita ragazza umana. L’eccitazione che provocava il suo arrivo era noiosamente prevedibile – era la stessa reazione che ci si poteva aspettare mostrando un oggettino luccicante a un gruppo di mocciosi. Metà dei maschi semiaddormentati già si immaginavano infatuati di lei, solo perché era una cosa nuova da guardare. Mi sforzai ancora di più per metterli a tacere.
Erano soltanto quattro le voci che bloccavo per cortesia, invece che per disgusto: quelle della mia famiglia, i miei due fratelli e le mie due sorelle, talmente abituati alla mancanza di intimità in mia presenza che raramente se ne preoccupavano. Io gli davo ciò che era nelle mie possibilità. Tentavo di non ascoltarli, se potevo farne a meno.
Tentavo con tutte le mie forze, eppure… sapevo.
Rosalie stava pensando, come al solito, a se stessa – la sua mente era un placido stagno con poche sorprese. Aveva scorto il suo profilo riflesso negli occhiali di qualcuno e stava riflettendo a fondo sulla propria perfezione. Nessuna aveva capelli, più dei suoi, vicini all’autentico colore dell’oro, nessuna aveva un corpo a clessidra più perfetto del suo, nessun’altra aveva un viso dall’ovale altrettanto simmetrico e impeccabile. Ma non si confrontava con gli umani: sarebbe stato un confronto ridicolo, assurdo. Pensava agli altri come noi, nessuno dei quali, comunque, le stava alla pari.
L’espressione di Emmett, di solito spensierata, era un broncio di frustrazione. Anche adesso si passava la mano enorme fra i riccioli color ebano, torcendoli nel pugno. Stava ancora rimuginando sull’incontro di lotta che aveva perso contro Jasper durante la notte. Avrebbe esaurito tutta la sua limitata pazienza nel tentativo di arrivare alla fine della giornata scolastica, solo per riorganizzare un incontro. Ascoltare i pensieri di Emmett non mi dava la sensazione di essere indiscreto, perché lui non pensava mai niente che non avrebbe detto ad alta voce oppure messo in atto. Forse mi sentivo in colpa soltanto nel leggere le menti degli altri, perché sapevo che contenevano cose che non avrebbero voluto farmi conoscere. Se la mente di Rosalie era un placido stagno, allora quella di Emmett era un lago senza ombre, trasparente come il vetro.
E Jasper era… sofferente. Repressi un sospiro.
Edward. Alice mi chiamò mentalmente ed ebbe subito la mia attenzione. Era come se mi avesse chiamato a voce alta. Ero felice che, negli ultimi decenni, il mio nome fosse diventato fuori moda – in passato era stato fastidioso; ogni volta che qualcuno pensava a un Edward la mia testa si girava automaticamente.
La mia testa non si girò. Alice e io eravamo bravi in queste conversazioni private. Era raro che qualcuno ci scoprisse. Mantenni lo sguardo fisso sulle crepe nell’intonaco.
Quanto reggerà?, mi chiese Alice.
Io mi accigliai, appena un leggero cambiamento nelle linee della mia bocca. Niente che avrebbe allertato gli altri. Capitava spesso che mi accigliassi per la noia.
Jasper era immobile da troppo tempo. Non si stava producendo nei tic umani come dovevamo fare tutti noi, in perenne movimento per non farci notare, come Emmett che si tirava i capelli, Rosalie che incrociava le gambe prima in un verso, poi nell’altro, o io che spostavo la testa per fissare ghirigori su diversi punti della parete. Jasper sembrava paralizzato, il corpo snello eretto e composto, persino i capelli color miele sembravano non reagire alle folate che arrivavano dai condotti dell’aria.
Ora il tono mentale di Alice era allarmato e vidi nella sua mente che stava osservando Jasper con la coda dell’occhio. C’è un pericolo? Frugò nell’immediato futuro, scorrendo visioni di monotonia in cerca dell’origine del mio cipiglio. Anche mentre era impegnata nella ricerca, ricordò di infilarsi il piccolo pugno sotto il mento appuntito e di battere regolarmente le palpebre. Si scostò dagli occhi una ciocca dei corti, spettinati capelli neri.
Io girai lentamente la testa verso sinistra, come per guardare i mattoni del muro, sospirai e poi mi girai verso destra, di nuovo sulle crepe nell’intonaco. Gli altri avrebbero pensato che stessi interpretando la parte dell’essere umano. Soltanto Alice sapeva che stavo scuotendo la testa.
Si rilassò. Fammi sapere se le cose peggiorano.
Spostai soltanto gli occhi, verso il soffitto e poi di nuovo in basso.
Grazie per quello che fai.
Fui felice di non poterle rispondere a voce alta. Che cosa le avrei detto? È un piacere? Non lo era per niente. Non mi divertivo a calarmi nelle lotte interiori di Jasper. Era proprio necessario sperimentare in quel modo? Non sarebbe stato più sicuro ammettere semplicemente che lui non sarebbe mai stato in grado di controllare la sua sete come facevamo noi e non forzare i suoi limiti? Perché giocare con il fuoco?
Erano passate due settimane dalla nostra ultima battuta di caccia. Non era un lasso di tempo troppo problematico per noialtri. Un po’ spiacevole, di tanto in tanto, se un umano ci camminava troppo vicino o se il vento soffiava nel verso sbagliato. Ma gli umani raramente ci camminavano troppo vicino. Il loro istinto gli diceva quello che la mente razionale non avrebbe mai capito: noi eravamo un pericolo da evitare.
In quel momento, Jasper era molto pericoloso.
Non succedeva spesso, ma ogni tanto mi colpiva la noncuranza degli umani che ci giravano intorno. Noi tutti ci eravamo abituati, ce lo aspettavamo sempre, ma qualche volta sembrava più evidente del solito. Nessuno di loro ci notava, lì, mentre ce ne stavamo seduti al tavolo malandato della caffetteria, sebbene un branco di tigri pigramente sdraiate al nostro posto sarebbe stato meno letale di quanto fossimo noi. Tutto quello che vedevano erano cinque tipi strani, abbastanza simili agli umani da passare per loro. Era difficile immaginare di sopravvivere con delle capacità sensoriali così incredibilmente ottuse.
In quel momento, una ragazzina si fermò in fondo al tavolo più vicino al nostro, per parlare con un’amica. Scosse i capelli color sabbia pettinandoli con le dita. La corrente del condizionatore soffiò il suo odore verso di noi. Ero abituato al modo in cui mi faceva sentire quell’odore – il fastidio secco nella gola, il vuoto bramoso nello stomaco, l’istintivo tendersi dei muscoli, l’eccesso di veleno che mi inondava la bocca.
Era tutto abbastanza normale, di solito facile da ignorare. Fu più difficile in quel momento, con le reazioni più forti, raddoppiate, mentre tenevo d’occhio Jasper.
Jasper stava lasciando che la sua fantasia spaziasse sempre più lontano. Lo stava immaginando – immaginava se stesso che si alzava dalla sedia accanto ad Alice e andava a fermarsi vicino alla ragazzina. Immaginava di protendersi verso di lei e abbassarsi, come se volesse sussurrarle all’orecchio, e di lasciare che le sue labbra toccassero l’arco della gola di lei. Immaginava come sarebbe stato sentire il caldo pulsare del sangue, dietro la debole barriera della pelle, sotto la sua bocca…
Tirai un calcio alla sua sedia.
Lui incontrò il mio sguardo, con un lampo di rabbia negli occhi neri, e abbassò il suo. Sentii la vergogna e la ribellione che battagliavano nella sua testa.
«Mi dispiace», borbottò.
Io mi strinsi nelle spalle.
«Non avresti fatto niente», mormorò Alice, alleviando la sua mortificazione. «Questo l’ho visto».
Repressi a fatica l’occhiataccia che avrebbe tradito la sua menzogna. Dovevamo rimanere uniti, io e Alice. Non era facile essere i mostri in mezzo ad altri mostri. Proteggevamo a vicenda i nostri segreti.
«Un po’ ti aiuta se pensi a loro come a delle persone», suggerì Alice, con la sua voce acuta e musicale, troppo rapida per essere intelligibile alle orecchie umane, se qualcuno si fosse trovato abbastanza vicino da sentirla. «Si chiama Whitney. Ha una sorellina più piccola che adora. Sua madre ha invitato Esme a quella festa in giardino, ricordi?».
«Lo so chi è», disse seccamente Jasper. Si voltò per fissare una delle finestrelle disposte tutto intorno alle pareti della lunga sala, appena al di sotto delle grondaie. Il suo tono pose fine alla conversazione.
Sarebbe andato a caccia quella notte stessa. Era ridicolo correre un rischio come quello, per tentare di mettere alla prova la sua forza, di incrementare la sua resistenza. Jasper doveva soltanto accettare i suoi limiti e muoversi entro di essi.
Alice sospirò in silenzio e si alzò, portando via il vassoio del pranzo – cioè il suo attrezzo di scena – e lasciandolo in pace. Sapeva quando Jasper ne aveva avuto abbastanza dei suoi incoraggiamenti. Sebbene Rosalie ed Emmett fossero più plateali rispetto alla relazione che li legava, erano Alice e Jasper a conoscere ogni reciproca necessità come fossero le proprie. Come se sapessero leggere le menti – ma esclusivamente le loro.
Edward.
Reazione istintiva. Mi girai sentendo chiamare il mio nome, anche se non era stato chiamato, ma soltanto pensato.
I miei occhi rimasero fissi, per mezzo secondo, in un paio d’occhi umani color cioccolato, incastonati in un viso pallido a forma di cuore. Conoscevo quel viso, anche se non l’avevo mai visto di persona fino a quel momento. Era stata la visione principale di tutte le menti, quel giorno. La nuova studentessa, Isabella Swan. Figlia del capo della polizia della città, si era trasferita a Forks a causa di un cambiamento nella custodia genitoriale. Bella. Aveva corretto chiunque avesse usato il suo nome intero.
Annoiato, distolsi lo sguardo. Mi ci volle un secondo per rendermi conto che non era stata lei a pensare il mio nome.
Ovviamente si è già presa una cotta per i Cullen, udii proseguire il primo pensiero.
Adesso riconobbi la “voce”.
Jessica Stanley – era da un po’ che non mi infastidiva più con le sue chiacchiere interiori. Che sollievo era stato quando aveva superato la sua fissazione mal riposta. Era stato quasi impossibile sfuggire ai suoi ridicoli, costanti sogni a occhi aperti. All’epoca avrei tanto voluto poterle spiegare esattamente cosa sarebbe accaduto se le mie labbra, e i denti che vi erano dietro, si fossero in qualunque modo avvicinati a lei. Sicuramente avrei messo a tacere quelle fastidiose fantasie. Il pensiero della sua reazione mi fece quasi sorridere.
Sarà soltanto un buco nell’acqua, proseguì Jessica. Non è nemmeno carina. Non capisco perché Eric la stia fissando così tanto… e anche Mike.
Sussultò mentalmente sull’ultimo nome. La sua nuova ossessione, il popolare Mike Newton, ignorava completamente la sua esistenza. Ma a quanto pareva non era altrettanto ignaro della nuova ragazza. Un altro bambino con la mano tesa verso l’oggetto luccicante. Ciò aggiunse una sfumatura di cattiveria nei pensieri di Jessica anche se, dall’esterno, lei si mostrava cordiale verso la nuova arrivata mentre le spiegava quali fossero le informazioni comunemente note sulla mia famiglia.
Oggi tutti stanno guardando anche me, pensò Jessica, con un certo compiacimento. Non è una fortuna che Bella segua due corsi insieme a me? Scommetto che Mike mi chiederà che cosa le…
Tentai di tenere quelle chiacchiere insulse fuori dalla mia mente prima che la marea della stupidità mi facesse impazzire.
«Jessica Stanley sta lavando tutti i panni sporchi della famiglia Cullen davanti alla nuova arrivata», mormorai a Emmett, per distrarlo.
Lui ridacchiò sommessamente. Spero che lo faccia bene, pensò.
«Senza troppa fantasia, in realtà. Appena una vaga insinuazione scandalosa. Nemmeno un grammo d’orrore. Sono un po’ deluso».
E la nuova ragazza? Anche lei è delusa dai pettegolezzi?
Mi misi in ascolto per sentire che cosa pensasse la nuova ragazza, Bella, della storia di Jessica. Che cosa vedeva quando guardava la strana famiglia dalla pelle bianca come il gesso, che era universalmente evitata?
Conoscere la sua reazione era una mia responsabilità. Facevo da vedetta, in mancanza di un termine migliore, per la mia famiglia. Per proteggerci. Se mai qualcuno diventava sospettoso, io potevo avvertire tutti immediatamente e darci la possibilità di fare subito un passo indietro. Ogni tanto accadeva – qualche umano vedeva in noi i personaggi di un libro o di un film. Di solito sbagliavano, ma era meglio trasferirsi in un posto nuovo piuttosto che rischiare di essere sottoposti a un esame minuzioso. Raramente, molto raramente, qualcuno immaginava la verità. Non gli lasciavamo la possibilità di dimostrare le sue ipotesi. Semplicemente, sparivamo per trasformarci in niente di più di un ricordo spaventoso.
Non accadeva più da decenni.
Non udii niente, anche se ascoltai vicino al punto in cui il frivolo monologo interiore di Jessica continuava a straripare. Che strano. La ragazza si era forse spostata? Non sembrava probabile, visto che Jessica stava ancora blaterando. Mi sentii disorientato, alzai lo sguardo. Controllare il funzionamento del mio “udito” extra… era una cosa che non avevo mai dovuto fare.
Di nuovo, il mio sguardo si fermò su quei grandi occhi color cioccolato. Lei era seduta proprio dov’era prima e ci guardava – una cosa naturale, immaginai, visto che Jessica si stava ancora prodigando nel riferire i pettegolezzi locali sui Cullen.
Anche pensare a noi sarebbe stato naturale.
Ma non riuscii a udire nemmeno un sussurro.
Un caldo, invitante rossore macchiò le guance della ragazza mentre abbassava gli occhi per liberarsi dall’imbarazzante gaffe di essere stata sorpresa a fissare un estraneo. Era un bene che Jasper stesse ancora guardando fuori dalla finestra. Non mi piaceva immaginare l’effetto che avrebbe avuto sul suo controllo tutto quel sangue a fior di pelle.
Le emozioni che aveva provato si erano manifestate sul suo viso con la stessa chiarezza di un discorso: sorpresa, come se avesse assimilato inconsapevolmente i segni delle sottili differenze fra i suoi simili e i miei; curiosità, mentre ascoltava il racconto di Jessica; e qualcos’altro… attrazione? Non sarebbe stata la prima volta. Per loro, per le nostre prede designate, noi eravamo bellissimi. Poi, alla fine, l’imbarazzo.
Eppure, sebbene i pensieri fossero stati così limpidi nei suoi strani occhi – strani per gli abissi che nascondevano –, dal posto in cui era seduta sentivo arrivare soltanto silenzio. Soltanto… silenzio. Per un istante, mi sentii turbato.
Era una situazione in cui non mi ero mai trovato. C’era qualcosa che non andava in me? Mi sentivo esattamente come al solito. Preoccupato, ascoltai con maggiore impegno.
Tutte le voci che avevo bloccato, all’improvviso, urlarono nella mia testa.


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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