Marc Levy – Il primo giorno (Recensione)

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Il primo giorno è un romanzo scritto da Marc Levy,  che è riuscito, nel 2009, ha stregare ancora una volta la Francia, regalando ai suoi lettori un romanzo pieno di meraviglia, capace di illuminare gli impenetrabili segreti dell’universo, di accendere la voglia di avventura e accarezzare delicatamente il cuore.

“Come progettare il futuro, senza sapere com’era iniziato tutto? Due interrogativi – argomentavo – pongono l’uomo di fronte ai limiti della sua intelligenza, due domande a cui nemmeno il più sapiente di noi è in grado di rispondere: cosa sono l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande e che cos’è l’istante zero, il momento in cui tutto è cominciato?”

Un oggetto strano trovato in un vulcano spento rivoluzionerà tutto quello che pensiamo di sapere della nascita del mondo.
Keira scruta l’orizzonte ancora buio oltre il deserto etiope: il sole sta per sorgere sugli scavi del campo archeologico. In quelle stesse ore, Adrian alza ancora una volta gli occhi alle stelle: attorno a lui la sconfinata notte cilena avvolge i telescopi del più imponente progetto di astronomia mai realizzato. Ma questa non è una notte qualunque.
È l’inizio di un lunghissimo viaggio, perché Adrian e Keira, astronomo lui, archeologa lei, sono da tempo, in modi diversi, in cerca di risposte alle domande che riempiono i loro sogni: «Quanti anni ha il primo essere vivente?» «Dove comincia l’alba?».

“I musei sono dei microcosmi, con le proprie gerarchie: dipartimenti, divisioni, ambiti di competenza. L’uomo è uno strano animale, ha bisogno di vivere in società, ma non può fare a meno di segmentarla. Probabilmente è un retaggio del nostro istinto gregario. Creare spazi comunitari per tenere a bada le nostre paure.”

Sarà quella notte, complice il destino, a incrociare magicamente le loro vite, mettendoli sulle tracce di un misterioso oggetto che potrebbe condurli alla verità che cercano: un monile a specchio, nero e luccicante, parte di una mappa perduta in grado di riflettere la volta celeste com’era quattrocento milioni di anni fa.
Per ricomporre il puzzle, Keira e Adrian dovranno addentrarsi nei territori più impervi del pianeta, dalle isole Andamane alla catena dei monti Qinling, in Cina, affrontando insieme un’avventura entusiasmante e pericolosa, senza sapere che sulle loro tracce c’è un nemico occulto e potentissimo, deciso a cancellare la possibilità che l’uomo aspetta da sempre: conoscere il mistero delle proprie origini.

“Ci sono giornate illuminate da piccole cose, dettagli che fanno sentire incredibilmente felici; un pomeriggio a gironzolare tra le bancarelle, un giocattolo che spunta dall’infanzia sul banco del rigattiere, una mano che prende la vostra, una telefonata inaspettata, una parola gentile, vostro figlio che vi abbraccia forte senza chiedere nulla in cambio se non un momento di grazia, un odore che trsmette gioia, un raggio di sole che entra dalla finestra, il rumore della pioggia mentre si è ancora a letto, le strade innevate o l’arrivo della primavera e dei primi boccioli.”

La storia viene narrata da uno dei protagonisti, Adrian, che conduce il lettore nella narrazione tra un personaggio e l’altro con uno stile scorrevole.  Spesso questo libro viene presentando come una grandissima storia d’amore, non sono d’accordo, qui la storia d’amore è velata, delicata e va in secondo piano, lasciando spazio al mistero, all’azione, allo spionaggio. Infatti in 428 pagine troviamo tutto il necessario per restarne incollati: il mistero intorno ad un oggetto, un segreto sull’origine del mondo, agenzie segrete mondiali che fanno il doppiogioco, il manovratore di turno e la sua scacchiera, inseguimenti, viaggi, codici da criptare e poi ci sono i due protagonisti. Adrian, un sognatore astrofisico alla ricerca del primo giorno dell’universo, e Keira, una cinica paleontologa alla ricerca del primo uomo sulla terra. Il tutto è condito con una giusta dose di piacevolissimo umorismo che alleggerisce nei punti giusti la lettura.

Da amante di tutto quello che parla dei misteri della vita, alla ricerca sempre di documentari nuovi sulla storia antica, sulla fisica, l’astronomia e spiritualità questo libro ha toccato decisamente le mie corde. E’ stata una bella sorpresa, mi aspettavo una storia d’amore, ed invece è stato un viaggio meraviglioso in mezzo alla scienza romantica. Consiglo la lettura, ma anche di ascquistare, se potete, il seguito “La prima stella della notte“, perchè il finale resta aperto.

Prologo

«Dove comincia l’alba?»
Avevo solo dieci anni quando, sfidando la mia timidezza patologica, osai porre questa domanda. Il professore di scienze si voltò con aria seccata, scrollò le spalle e continuò a ricopiare il compito del giorno sulla lavagna, come se io non esistessi. Abbassai lo sguardo verso il banco, fingendo di ignorare le occhiate crudeli e canzonatorie dei miei compagni, che peraltro sulla questione non ne sapevano molto più di me. Dove comincia l’alba? Dove finisce il giorno? Se milioni di stelle illuminano la nostra volta celeste, perché noi non possiamo vedere né conoscere i mondi ai quali le stelle appartengono? Com’è iniziato tutto?
Ogni notte, da bambino, aspettavo che i miei genitori si addormentassero e poi mi alzavo per andare furtivamente verso la finestra, dove, con il viso incollato alle persiane, scrutavo il cielo.
Mi chiamo Adrianos, ma da anni mi chiamano Adrian, a parte la gente del paese di mia madre. Sono un astrofisico, specializzato in stelle extrasolari. Il mio ufficio si trova in Gower Court, nella zona della London University, dipartimento di astronomia; ma non ci vado quasi mai. La Terra è rotonda, lo spazio curvo e, per cercare di penetrare i misteri dell’universo, bisogna amare gli spostamenti, i continui andirivieni lungo il pianeta, nei luoghi più remoti, alla ricerca del miglior punto di osservazione, del buio totale, lontano dalle grandi città. Suppongo che ciò che da tanti anni mi spingeva a rinunciare a vivere come la maggior parte delle persone, con casa, moglie e figli, fosse la speranza di trovare infine una risposta alla domanda che non ha mai smesso di occupare i miei sogni: «Dove comincia l’alba?».
Oggi inizio la stesura di questo diario nutrendo un’altra speranza: che prima o poi qualcuno legga queste pagine e abbia il coraggio di raccontarne la storia.
La massima umiltà per uno scienziato consiste nell’accettare che nulla è impossibile. Oggi mi rendo conto di quanto io sia stato distante da questa umiltà fino al giorno in cui ho ritrovato Keira.
Ciò che mi è capitato di vivere negli ultimi mesi ha esteso all’infinito il campo delle mie conoscenze e sconvolto tutto ciò che credevo di sapere sulla nascita del mondo.

Citazioni che ho segnato:

“Una partenza silenziosa è peggio di un abbandono, è un vero e proprio tradimento.”

“In giacca e cravatta, con il camice da scienziato o vestito da clown, il bambino che siamo stati rimane per sempre dentro di noi.”

“Walter appartiene a quella categoria di persone capaci di ostentare di fronte a te un’espressione assolutamente amabile mentre nel loro intimo uno gnomo maligno si sbellica dalle risate; di solito, pochi minuti in sua compagnia sono sufficienti per portarmi all’esasperazione.”

“Perdere la persona che si ama è terribile, ma sarebbe peggio non averla incontrata.”

“«Lei non ha risposto alla mia domanda, signor astrofisico: che cosa sa dell’universo?»
«Molte cose, gliel’assicuro» rispose Walter al mio posto. «Sono stato suo allievo per alcune settimane e lei non immagina la quantità di conoscenze che ho dovuto assimilare; anzi, non riuscivo a ricordarmi tutto.»
«Cifre, nomi di stelle, configurazioni, distanze, movimenti: tutti questi sono semplici dati; lei e i suoi colleghi cominciate a intravedere qualcosa, ma che cosa avete compreso? Saprebbe dirmi che cos’è l’infinitamente grande o l’infinitamente piccolo? Conoscete l’origine, sapete dov’è la fine? Sapete chi siamo noi, che cosa voglia dire essere umani? Saprebbe spiegare a un bambino di sei anni che cos’è l’intelligenza di cui parlava la signorina, quella che avrebbe permesso all’uomo di domare il fuoco?»
«Perché a un bambino di sei anni?»
«Perché se non siete in grado di spiegare un concetto a un bambino di sei anni significa che non lo possedete davvero!»
Il prete aveva alzato il tono della voce per la prima volta e l’eco risuonò tra le pareti della chiesa di Santa Maria.
«Siamo tutti come bambini di sei anni, su questo piccolo pianeta» disse acquietandosi.
«No, non sono in grado di rispondere a nessuna di queste domande, padre, nessuno potrebbe farlo.»
«Non ancora, ma se vi venissero offerte queste risposte, vi sentireste pronti, tutti e due, ad ascoltarle?»
Aveva sospirato pronunciando queste parole, come per una sofferenza interiore.
«Volete che illumini il vostro cammino? Ci sono soltanto due modi per comprendere che cos’è la luce, due vie per procedere verso di essa. L’uomo ne conosce solo una. È per questo che Dio è così importante per lui. A quel bambino di sei anni che chiedeva cos’è l’intelligenza, si sarebbe potuto rispondere con una sola parola: l’amore. Si tratta di un concetto la cui portata ci sfuggirà ancora per molto tempo. È questo limite che vi apprestate a superare: non sarà più possibile tornare indietro. Quando saprete sarà troppo tardi per rinunciare. È per questo che vi rivolgo ancora una volta la stessa domanda.
«Siete preparati a superare i limiti della vostra stessa intelligenza, ad assumervi il rischio di abbandonare la condizione umana, così come si esce dall’infanzia? Comprendete che vedere il proprio padre non significa conoscerlo? Accettereste di essere orfani di colui che vi ha portato nella condizione di esseri umani?»”


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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