Esco a fare due passi – Fabio Volo (Recensione)

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Nel 2001 Fabio volo pubblica il suo primo libro “Esco a fare due passi”, che vende più di 3000.000 copie.

“Nella pagina delle cose certe che voglio nella mia vita ci sono scritte poche righe, fra l’altro qualcuna anche a matita, mentre in quella delle cose che non voglio c’è più roba, c’è più sicurezza, più determinazione.”

L’autore ci accompagna in un divertente viaggio nell’universo giovanile, il proprio corpo come unica bussola. Parlando di sesso, canne, musica e amicizia. Verità, aneddoti divertenti, rivelazioni e tanta sincerità.

Il protagonista di questo libro è Nico. Ventotto anni, un lavoro di deejay radiofonico, un discreto successo con le donne, Nico vive una vita felice, ma si sente profondamente immaturo, un adolescente intrappolato nel corpo di un uomo e senza alcuna volontà di crescere. Come un bambino, del tutto privo di pudori e inibizioni, affetto da una inguaribile sindrome di Peter Pan, si cimenta con i grandi temi della vita.

All’inizio del libro, il protagonista decide di scrivere a se stesso una lettera in cui si racconta, immaginando di riceverla 5 anni dopo. In questa lettera racconta di come si sente in quel momento, come si trova nei confronti del mondo e delle persone che lo circondano: donne, colleghi di lavoro, la sua famiglia.

“Mi sento come uno scalatore appeso alla parete rocciosa che vede solo ciò che ha davanti appiccicato al naso, e non riesce più a vedere la cima, la vetta, il motivo per cui sta scalando, e nemmeno cosa sta scalando.
Forse ho bisogno di scendere un attimo e chiarirmi bene le idee.”

Questo libro ha avuto il pregio di avvicinare molti giovani, che non avevano mai preso un libro in mano, alla lettura. Si vede che è il primo libro di Fabio Volo, ma è comunque una lettura piacevole, specie per i maschietti che si possono riconoscere. Può piacere se non si hanno grosse aspettative nello stile della scrittura, immaginiamo un simpatico amico ci racconta una storia.

Esco a fare due passi 600Buon compleanno. Auguri

Fuori piove. Ho deciso. Cioè non è che ho deciso che fuori piove, pioveva già. Ho deciso che ti scriverò una lettera. Oggi che è anche il tuo compleanno. Trentatré per l’esattezza. Così può essere come un regalo, un pensiero, non è un pacco ma una busta… durerà di più.
Mentre apri un pacco, c’è sempre un filo di imbarazzo. La paura che tu non riesca a essere veramente entusiasta nel vedere il regalo. La paura che sul tuo viso si legga quel «che cazzo ci faccio io con ’sto coso qui». Quell’imbarazzo simile a quando qualcuno che non conosci bene inizia a raccontarti una barzelletta, e tu speri veramente che ti faccia ridere, ma magari a metà scopri che la sai già e devi far finta di niente perché ti spiace dirglielo.
Niente imbarazzo tra noi: solamente una lettera.
Quando apri un pacco finisce tutto.
Oh… una maglietta, grazie.
Oh… le Nike, grazie.
Oh… una stampante, grazie mille.
Una lettera occupa meno spazio e più tempo. Ma siccome questo vale anche per i libri, i cd e le videocassette, mi sono accorto di averti scritto una gran cazzata. Scusa.
Cominciamo bene.
Ricomincio:
ha smesso di piovere. E anche stavolta io non c’entro. Peccato, mi piace di più scrivere quando sento la pioggia. Aprirò la doccia.
Buongiorno Nico, ma soprattutto buon compleanno.
Da oggi per un anno saranno trentatré, come gli anni di Cristo o come l’Alfa Romeo di Matteo.
Come ti senti? È diverso da quando ne avevi ventotto come me?
Sicuramente sì, ma sarei curioso di sapere che cosa è diverso, che cosa è veramente cambiato.
Sono passati circa cinque anni da quando ti ho scritto la prima volta e negli ultimi cinque anni nella mia vita ne sono cambiate di cose, figuriamoci nella tua.
Cerco di immaginare dove sei ora, mentre leggi questa lettera, ma la memoria che ho di te è vecchia.
Ho deciso di scriverti perché è un periodo strano, di confusione silenziosa. Mi sento come anestetizzato dalla vita, sento che deve succedere qualcosa, ma non so cosa. O forse è solo il mio desiderio di cambiamento che me lo fa pensare.
Ma qualcosa mi manca. Ti ricordi? È sempre stato così, lo sento da come respiro la vita.
Sento che mi manca come se mi fosse già appartenuta e qualcuno me l’avesse portata via.
Ma non so esattamente cos’è.
C’è chi cerca l’altra metà della mela, io sto cercando ancora la mia mezza. Sono uno spicchio di me stesso.
Ho deciso di parlartene, di scriverti perché tu sei più grande, hai visto e vissuto molte più cose di me, e magari la tua metà l’hai trovata.
Credo che ti chiederò un sacco di cose, perché in questo momento sono un po’ confuso. Non capisco. È un po’ che penso a questa lettera, a cosa scriverti, ma non tutti i miei pensieri arriveranno a te perché la mente è più veloce della mano e quindi tanti di loro andranno persi. Quello che ti scriverò sarà ciò che la mano e la memoria riusciranno a catturare. Saranno sicuramente pensieri confusi, pieni di contraddizioni e forse anche un po’ banali.
Nico, mi sembra di diventare semplicemente un trionfo di luoghi comuni: anzi, ho paura di esserlo già.
Comunque, ho ventotto anni e ci capisco meno di quando ne avevo venti. Speravo che crescendo sarebbe stato tutto più chiaro. Speravo di capire le cose che voglio, i miei obbiettivi, i miei gusti, i miei desideri, e invece no, qui è sempre tutto da capo. A volte vorrei già essere più grande. Avere quell’età in cui ciò che volevo fare purtroppo non l’ho fatto, ma ormai è tardi, e così lo metto via e non ci penso più. Mi accontento, mi standardizzo, insomma mi sistemo.
Ma quali cacchio sono le cose che voglio fare?
Per esempio, parlando di lavoro, ti ricordi di Paolo? Lui alle medie diceva che avrebbe fatto l’architetto, e architetto è diventato: ha scelto la sua strada e l’ha percorsa. Via degli architetti.
Io invece la mia strada non l’ho ancora decisa, o meglio non l’ho ancora capita. A volte ne inizio una e poi a un certo punto non mi piace più il paesaggio che vedo, e allora esco alla prima uscita. O al massimo la ritardo e mi blocco in qualche Autogrill.
Non mi pongo nemmeno il problema di capire se sia giusto o no percorrere una strada e cercare di arrivare il più lontano possibile, perché il mio problema è un passo indietro. Il mio problema è: Qual è la mia strada?
Forse è solo una questione di immaturità: non voglio fare il salto, non voglio saltare la mia linea d’ombra, ma il fatto è che oltre a non sapere cosa è giusto o sbagliato per me, non posso nemmeno saltare perché non vedo nessuna nave nel mio porto. Sono un passo indietro dal decidere tra la cicala e la formica.
C’è anche da dire che io sono molto umorale. Ci sono giorni che mi sveglio e vorrei cambiare ogni cosa, scoppio di sicurezza e mi sento come Tony Manero quando esce di casa e dice: «Vado a farmi il mondo». Poi magari il giorno dopo sono l’uomo più insicuro dell’universo, mi faccio mille domande e tutto diventa come un’enorme cartina geografica da ripiegare – una cosa che non sono mai stato capace di fare. Quando ne apro una rimane aperta sul sedile dietro della macchina per mesi. Tiene compagnia alle bottigliette d’acqua vuote che rotolandoci sopra mentre viaggio diventano passeggeri metaforici della mia vita e del mondo.
In questo periodo mi sento come Alice nel paese delle meraviglie quando mangia il fungo e passa da grande grande a piccola piccola.
Il mio umore è come un pene insicuro e indeciso. Un po’ guarda in su e un po’ guarda in giù.
Insomma, continuo a camminare, poi torno indietro, faccio un passo avanti, due di lato. Il mio non è un cammino, ma la danza tribale di un ballerino bendato, con qualche livido.


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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