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Premio Strega Poesia 2026: la cinquina finalista

17 Maggio 2026Updated:23 Giugno 2026Nessun commento12 Mins Read
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Premio Strega Poesia 2026: la cinquina finalista

Il Premio Strega Poesia 2026, giunto alla quarta edizione del prestigioso premio dedicato alla poesia contemporanea, ha ufficialmente annunciato la cinquina finalista il 16 maggio 2026, in una cerimonia, al Salone Internazionale del Libro di Torino, condotta da Laura Pugno.

Il Comitato scientifico, composto da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa, Mario Desiati, Roberto Galaverni, Vivian Lamarque, Patricia Peterle, Stefano Petrocchi, Laura Pugno, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta,  ha scelto i finalisti tra i 138 candidati.

  • Carmen Gallo, Procne Machine, Einaudi.
  • Federico Italiano, Godzilla e altre poesie, Guanda.
  • Isabella Leardini, Maniere nere, Mondadori.
  • Fabrizio Lombardo, La linea spezzata, Donzelli.
  • Vincenzo Ostuni, Faldone, Il Saggiatore.

Una giuria composta da personalità della cultura determinerà l’opera vincitrice, il premio verrà assegnato il prossimo 13 ottobre, a Roma, alla Casa dell’Architettura presso il complesso monumentale dell’Acquario Romano.

La cinquina finalista del Premio Strega poesia 2026

Carmen Gallo, Procne Machine, Einaudi.

Procne Machine rielabora il mito di Procne e Filomela in una trama di metamorfosi, violenza e canto. Tra autobiografia e riferimenti alla cultura occidentale, il libro intreccia versi, prose e traduzioni, costruendo una “macchina” poetica ibrida. Ne emerge un percorso tra trauma e memoria, che cerca nel linguaggio una possibilità di resistenza e rinascita.

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Il lungo viaggio di due sorelle dal passato del mito a un presente su cui si allungano ombre di violenza che minacciano corpi e voci. “Procne Machine” è una macchina di associazioni e metamorfosi, come quella che trasforma Procne in una rondine e sua sorella Filomela, con la lingua tagliata, in un’usignola dal canto memorabile: «Ho immaginato di sentirle cantare, entrambe.

Di seguirne nel bosco le tracce, le fughe, i nascondimenti». È anche un attraversamento della cultura occidentale guidati dal volo e dal canto degli uccelli: dal titolo che riecheggia l’“Hamletmaschine” di Heiner Müller a Eschilo e Coetzee, passando per Shakespeare, Keats, Eliot, fino a Laurie Anderson e Lou Reed.

L’intima matrice autobiografica («Ho sempre avuto paura di voi») alimenta e fa proliferare l’immaginazione, animando una creatura ibrida che pensa e si ripensa, esplorando le possibilità della più recente poesia contemporanea: a calibrati componimenti in versi seguono «microsaggi» in prosa, un poemetto dalle suggestioni leopardiane, libere traduzioni di testi classici, la descrizione analitica di un quadro surrealista di Ernst.

Un viaggio sulle tracce di una storia che contiene altre storie, esercizi di violenza e compassione, ma anche la speranza di un canto a venire. A partire da una domanda: «Com’è possibile difendersi da ciò / che ci minaccia o ci reclama dall’alto».

La motivazione: «Carmen Gallo costruisce un solido, un volume tematico, una sorta di monumento classico paradossale, la scultura a parole di quanto di più lieve conosciamo: il volo. E il suo contrario, volo e canto bloccati dal disincanto in varie forme di bellezza atroce. A metà libro compare un saggio in versi sull’atto del volare, con parole che spiccano dalle terre del mito e planano su tutta la volatile, commossa, intelligente materia letteraria, che – come tutta la poesia – è attraversamento della paura, fissazione verbale di una fobia.» (Comitato scientifico)

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Federico Italiano, Godzilla e altre poesie, Guanda.

La raccolta di Federico Italiano unisce tradizione metrica ed echi pop, evocati già dal riferimento a Godzilla. Attraverso versi ritmati e visionari, il poeta esplora il “mostruoso” come segno di crisi ambientale e mutazione. Ne nasce un’atmosfera inquieta, sospesa verso un’apocalisse annunciata, in cui il lettore condivide l’attesa di un possibile collasso.

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È sorprendente trovare Godzilla nel titolo della raccolta di poesie di un autore guidato intimamente dall’endecasillabo e dalle variazioni che la figura metrica offre. Se poi consideriamo, eventualmente appoggiandoci all’autorità di Ungaretti, come quel ritmo sia la cadenza naturale per chi scrive versi nella nostra lingua, ecco che troviamo nel libro di Federico Italiano un singolare incontro fra tradizione letteraria e frammenti di cultura pop.

L’incrocio è certo inusuale, ma ispirato. E inquietante. Perché è la categoria del «mostruoso», di cui Godzilla rappresenta un emblema storico, a circolare ossessivamente nelle pagine, declinata in immagini che focalizzano mutazioni e degradi ambientali per reinterpretarli visionariamente come avvisaglie d’una apocalisse a venire. Il poeta, dunque, si lancia dentro un universo in folle metamorfosi e a rischio di collasso, dove si intravedono, nei dettagli del vivere quotidiano, le tracce d’un futuro crash epocale; dove, per dirla con Antonio Porta, incombe «l’aria della fine».

E sta qui la forza di versi che procedono per accumulazioni paratattiche e sembrano voler inquadrare un epilogo al quale continuano, invece, solo ad alludere con un movimento di rinvio insistito, estenuato. Il dramma, insomma, è lì: nell’aspettare l’inevitabile. E il lettore diventa, in qualche modo, co-protagonista d’una attesa angosciante. E, a libro chiuso, non si ritroverà pacificato con il mondo. Ma in possesso di qualche consapevolezza in più.

La motivazione: «Godzilla di Federico Italiano, edito da Guanda nella rinata collana di poesia, è un libro della piena maturità poetica, in cui l’autore esalta e porta a compimento la sua particolare poetica della realtà e dell’oggettività. Scene, ricordi, situazioni, cose e paesaggi, soprattutto quello ticinese dell’infanzia, che rimandano, però, sempre a un Altrove interiore, nello spazio o, ancora con più forza in questo libro rispetto alla precedente produzione poetica di Italiano, nel tempo. Fil rouge di tutta l’opera, la Grande Paura della contaminazione nucleare, nei mesi dopo Chernobyl – il Grande Mostro del titolo – che segna uno spartiacque tra un mondo che almeno in poesia si crede innocente, e il nostro mondo, che sa benissimo di non esserlo.» (Comitato scientifico)

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Isabella Leardini, Maniere nere, Mondadori.

Maniere nere di Isabella Leardini rappresenta un vertice della sua ricerca poetica. Tra simboli, visioni e paesaggi acquorei, l’autrice indaga precarietà, amore e morte, “lavorando con l’invisibile”. Ispirata alla tecnica della maniera nera, costruisce un mondo in cui il visibile emerge per sottrazione, intrecciando figure umane, naturali e letterarie in una meditazione intensa e suggestiva.

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Con questa nuova, organica opera, Isabella Leardini tocca il punto più alto della sua vicenda poetica. In “Maniere nere” restiamo avvinti dalla limpida musica della sua pronuncia e insieme dalla forte complessità delle situazioni proposte, ossessive e colte nella loro visionaria concretezza. Eccoci nel mistero dei simboli in cui siamo immersi, qui «la mente è una selva rischiosa / dove tutto si presenta e si nasconde».

Eccoci di fronte al molteplice esprimersi della natura e dell’umana esistenza, nella loro condizione di precarietà, dove «noi siamo nube sfatta di pensieri», tra senso dell’amore e della morte, nell’ansia di una «vita non afferrata» e nell’oscuro presentimento di un passo oltre il suo limite. Leardini realizza la sua articolatissima meditazione lirica «lavorando con l’invisibile», ispirandosi alla tecnica della “maniera nera” per cui «il visibile si mostra per sottrazione».

E lo fa coinvolgendo in un mondo acquoreo varie realtà viventi, dai bambini vivi, morti e non nati, a loro volta «perduti vivi nell’enigma», a bambine-perle, piccoli spiriti che ridono nelle stanze, fino alla dimensione altra, ma in fondo ben simile, di animali e vegetali: stelle marine, conchiglie, coralli, alghe e fiori. E coinvolge figure esemplari del pensiero e della poesia, dedicando un capitolo al destino di grandi donne della letteratura, «ragazze morte per acqua», «per aria», «per terra» e «per fuoco»: Virginia Woolf, Mariagloria Sears, Antonia Pozzi, Sylvia Plath.

Nell’ampio tracciato di quest’opera, Isabella Leardini riesce a passare dal prevalere di misure brevi e intense, enigmatiche e coinvolgenti, a componimenti di largo respiro, consegnandoci un testo di insolita vitalità intellettuale nel suo rigore espressivo e al tempo stesso di notevole spessore emozionale, nel carattere esistenziale del suo svolgersi. Maniere nere è un’opera di esemplare originalità, ai più alti livelli della nostra nuova poesia.

La motivazione: «Maniere nere, ultima prova poetica di Isabella Leardini per la collana lo Specchio di Mondadori, ci trasporta in uno scenario acquatico, fatato e rarefatto: un mondo dove corpi, menti e sogni umani, soprattutto femminili, subiscono, come nei celebri versi della Tempesta di Shakespeare, a sea change, un cambiamento dovuto al mare. che ci trasforma into something rich and strange, qualcosa di ricco e di strano. Quella soglia, come lo spiritello Ariel sa, è la morte, e la lingua lirica di Leardini qui è davvero una lingua del dopo, che ci parla con parole che non sono più o che, alla fine della metamorfosi, non saranno ancora state.» (Comitato scientifico)

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Fabrizio Lombardo, La linea spezzata, Donzelli.

La linea spezzata di Fabrizio Lombardo è un’opera divisa tra memoria e presente: da un lato l’infanzia negli anni Settanta tra conflitti sociali e cultura punk, dall’altro la vita adulta tra famiglia e lavoro. Tra autobiografia e storia collettiva, il libro racconta una frattura generazionale e culturale, offrendo un ritratto lucido e complesso del contemporaneo.

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Un libro spezzato in due, come il suo titolo e la sua partitura, per delineare la separatezza tra i tempi del vivere e del contemporaneo. Questo è La Linea spezzata di Fabrizio Lombardo. E spezzata in due appare anche l’unica poesia possibile oggi, come il suo linguaggio.

Da un lato gli anni settanta e ottanta, nel ricordo di un bambino, poi di un ragazzo, cresciuto osservando la lotta operaia e il conflitto di classe, attraverso la ribellione artistica del punk; dall’altro la vita adulta nella genitorialità del nuovo millennio, nell’amore della vita coniugale, e il lavoro di una professione qualificata con il salto, e il rientro, all’interno di una dimensione dell’abitare opposta alla prima: una zona solo borghese, e solo apparentemente borghese.

Nel ridisegnare una impossibile memoria intergenerazionale, questo libro – affatto scontato sulla scena contemporanea – rimarca la scissione e l’unione salda tra esperienza individuale e storia collettiva, in un viaggio che corrode e divarica in due l’Italia: l’epoca appena successiva all’utopia del Sessantotto e il senso imprendibile del presente.

Una prima parte, come storia primitiva, racconta la vera e propria linea spezzata (nel richiamo al terrorismo di prima linea) ed è a sua volta concepita in capitoli, dove la vicenda privata si fonde con il paesaggio politico e culturale degli anni settanta, fino a confluire in Ionio, sezione stratificata in cui il lutto per la morte del padre, e il legame con la Calabria, si sovrappongono in un movimento temporale fluido.

Una seconda vicenda, Strategie di fuga, rallenta l’andatura del racconto catturando ritratti brevi, testi pensati come fotografie in bianco e nero con volti, luoghi, istantanee che lo sguardo coglie passando in auto, accanto a figure celebri di poeti e di scrittori quali frammenti di una geografia emotiva e culturale.

Con lo sfondo in movimento e stasi dell’amore. Ed è questo Atlante dei giorni a far emergere un «noi» generazionale, mai dichiarato ma profondamente presente, pagine come un’eco condivisa. Un libro duplice e reversibile, nello sforzo più alto di una voce già distinta e distinguibile come quella di Lombardo. Ma un libro mai doppio, che apre a una visione potente del contemporaneo, attraverso il racconto di un lento e silenzioso crollo della società e della cultura occidentale, della poesia come strumento di descrizione del mondo. E che si muove tra narrazione, fotografia, riflessione, con l’ambizione di restituire la complessità del tempo vissuto. Pur sempre immaginato.

La motivazione: «È un libro potente: la “scrittura frana / si fa grana sottile” nello stesso tempo in cui si avverte il bisogno dei versi, non per una ricostruzione, ma proprio per affrontare le fratture. La linea spezzata è qui quella del poeta, nato nel ’68, ma anche quella della società italiana, senza però il rischio di un’immagine cristallizzata; anzi, è l’interrogare/si ad insistere in queste pagine. Una lingua essenziale, nuda, saggia e misurata, che fotografa e inquadra quegli attriti, quelle schegge della memoria, e propone una comunicabilità non ingenua sul nostro tempo presente». (Comitato scientifico)

ACQUISTAVincenzo Ostuni, Faldone, Il Saggiatore.

Faldone di Vincenzo Ostuni è un’opera aperta e mutevole, più di una semplice raccolta poetica: un “corpo” in continua trasformazione. Attraverso temi come linguaggio, politica, memoria ed esperienza personale, il testo intreccia registri diversi e riflette le contraddizioni del presente. Un’opera-mondo che unisce tradizione e sperimentazione, proiettata verso il futuro.

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Un faldone è una grossa cartella nella quale raccogliere scritti o documenti. Possiamo immaginarcelo chiuso da legacci di canapa, ma nessun faldone è chiuso per sempre: nuovi fogli possono esservi facilmente infilati, altri possono esserne sottratti e sparire, l’ordine si può perdere, modificare, ristabilire.

A una simile idea di disposizione sempre provvisoria del materiale verbale – e, in metafora, della storia collettiva e dell’esistenza individuale – è ispirata la costruzione del Faldone, l’opera che si vuole unica di Vincenzo Ostuni, «apertissima» e indecidibile (né raccolta poetica né poema), in continuo e indefinito mutamento che qui compare per la prima volta in forma completa, per quanto completa possa dirsi un’opera per principio interminabile. Chi vi prende la parola sembra riversare in questo corpo mutante la sua intera esperienza vitale, le contraddizioni e i rovesci del nostro tempo.

Nel Faldone si discute di linguaggio e paternità, di politica ed erotismo, di letteratura e di infanzia, e ogni tesi, ogni posizione sentimentale, ogni possibilità storica risuona al contempo della propria sgrammaticata aspirazione alla permanenza e del suo corrompersi prima ancora di essere formulata. Attingendo alla lezione di grandi maestri novecenteschi – Montale, Sanguineti, Pagliarani su tutti – ma anche a fonti, registri, lessici narrativi, drammaturgici, saggistici, Ostuni presenta al lettore un’opera-mondo che, battendo le mille strade della lirica occidentale – dalle più tradizionali alle più sperimentali – sembra volerle trasmutare e conservare assieme, e affidare questo antichissimo «macrogenere» alle incertezze e agli slanci del futuro.

La motivazione: «La pretesa luciferina (o faustiana) di dire “tutto”, in poesia. La politica, il pensiero, l’amore, il mondo. Poeta di cinque anni, Vincenzo Ostuni si sentiva uno dei “burattini di dio”; ma già allora sapeva di poter “creare”, a sua volta, una cosa chiamata “poesia”. Una parola che si è espansa, e continua a espandersi, come un cosmo neonato. Ora che di anni ne ha più di cinquanta, come in un’allucinazione da fantascienza, il poeta si scopre dio del suo mondo: un mondo a forma di Faldone. E noi ci stiamo tutti dentro». (Comitato scientifico)

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Premio Strega Poesia 2026: i dodici finalisti

Il Premio Strega Poesia è promosso da Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e Strega Alberti Benevento, partner BPER Banca, in collaborazione con Tirreno Power, sponsor tecnici Librerie Feltrinelli e SYGLA.


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… rinascita, clima dolce, mandorli in fiore, luce forte, canti di uccelli, colori, prati fioriti, bambini che giocano in cortile, profumi, aria aperta, carezze di sole, di amori ed innamoramenti…

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