21 marzo 2026. Un numero che parla da solo, centotrentotto, tanti sono stati i libri candidati alla prima fase del Premio Strega Poesia 2026, che quest’anno spegne la sua quarta candelina. Un numero importante, che testimonia quanto fervore, quanta urgenza di parola ci sia ancora oggi nel mondo della poesia contemporanea.
Ma come si fa a scegliere tra così tante voci, timbri, visioni? È qui che entra in gioco il Comitato scientifico del Premio, una squadra di nomi autorevoli che, come esploratori del verso, si sono addentrati tra le pagine per scovare le opere più significative. A comporlo: Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa, Mario Desiati, Elisa Donzelli, Roberto Galaverni, Vivian Lamarque, Patricia Peterle, Stefano Petrocchi, Laura Pugno, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta.
L’annuncio della cinquina finalista del Premio Strega Poesia 2026 è atteso per il 16 maggio al Salone internazionale del Libro di Torino.
A decretare la poesia vincitrice sarà un’ampia giuria composta da personalità del mondo della cultura, chiamata a valutare con attenzione linguaggio, intensità e originalità delle raccolte in gara. L’assegnazione del premio avverrà il prossimo 13 ottobre, nella suggestiva cornice della Casa dell’Architettura di Roma, all’interno del complesso monumentale dell’Acquario Romano, un appuntamento da non perdere per chi crede ancora nella forza della parola poetica.
I dodici finalisti del Premio Strega poesia 2026
- Alberto Bertoni, Semplici abbandoni, Einaudi.
- Vito M. Bonito, Firmamento (1990-2025), Argolibri.
- Franco Buffoni, Poesie 1975-2025, Mondadori.
- Azzurra D’Agostino, Cosmic Latte, Marcos y Marcos.
- Sofia Fiorini, Il passero bianco, Vallecchi.
- Carmen Gallo, Procne Machine, Einaudi.
- Federico Italiano, Godzilla e altre poesie, Guanda.
- Isabella Leardini, Maniere nere, Mondadori.
- Fabrizio Lombardo, La linea spezzata, Donzelli.
- Vincenzo Ostuni, Faldone, Il Saggiatore.
- Fabio Pusterla, Fiumi nefrite vortici, Marcos y Marcos.
- Giovanna Rosadini, Cicatrici, Einaudi.
I 12 finalisti del Premio Strega Poesia 2026
Alberto Bertoni, Semplici abbandoni, Einaudi.
Alberto Bertoni parte da piccoli episodi quotidiani e autobiografici che si aprono a una dimensione più ampia, dove memoria personale e storia collettiva si intrecciano. Tra ricordi, assenze e gesti comuni, il passato continua ad agire nel presente. Con uno stile che unisce elegia e ironia, la realtà emerge come ambigua e sfuggente, ma capace di restituire, nei dettagli, inattese consolazioni.
Nel serbatoio della memoria, il fermo immagine elegiaco si stempera in ironia o inciampa nella storia collettiva (le guerre, le migrazioni, il covid…). Con i suoi gesti quotidiani – comprare il pane e il giornale, il caffè del mattino e i piaceri della tavola, e poi l’accesa passione per lo sport, i viaggi e gli incontri occasionali –, il presente diventa sulla pagina lo specchio di una realtà che sfugge i tentativi di decifrazione, si presta a equivoci e ambiguità, entra in una zona d’ombra.
E pur muovendosi negli enigmi del paesaggio, disorientati tra le nebbioline di Modena o le biforcazioni di strade mai imboccate, può accadere che nella «fuga inesorabile del tempo» si riaccenda improvviso il dettaglio di un ricordo, qualcosa in grado di mitigare le ansie, le mancanze.
La Motivazione: «La raccolta Semplici abbandoni, di Alberto Bertoni il cui titolo è ispirato a un verso di Amelia Rosselli, propone una poesia capace di sintetizzare la dimensione privata con quella del fluire delle piccole vicende umane che hanno intercettato il proprio vivere quotidiano. Attraverso luoghi, ricordi e figure della vita comune (la convivialità della buona tavola emiliana, la fede neroazzurra, la passione per le corse e gli studi) il poeta costruisce una meditazione sulla memoria, sugli affetti e sul passare del tempo, concepita su un doppio crinale: tra ironica dolcezza e virile accettazione dei destini umani, nel tono sempre abilmente intimo e al contempo civile, segnato da una lingua limpida che intreccia ironia, malinconia e consapevolezza e che raccoglie l’eredità della grande tradizione novecentesca – da Sereni a Giudici – mantenendo uno sguardo originale e un respiro sempre autentico sulla realtà.» (Comitato scientifico)
Vito M. Bonito, Firmamento (1990-2025), Argolibri.
Firmamento di Giovanni Bonito non è un’antologia ma una riscrittura dell’intero percorso poetico dell’autore. Attraverso testi inediti e rielaborazioni, trent’anni di scrittura si trasformano in un’opera nuova, dove linguaggio e memoria si intrecciano. Tra vita e perdita, suono e silenzio, emerge una poesia intensa e in continua evoluzione, sospesa tra corpo e oltre.
Scrive infatti Bonito in quarta: « non c’è fine e non c’è inizio al caramellato niente di cui siamo fatti e alla disperata gioia della poesia». Tante le tonalità e le forme attraversate dall’autore nell’arco di oltre trent’anni di scritture, dal recitativo caproniano all’espressionismo celaniano, dal nonsense giocoso e sonoro con «punte di un massimo inebetirsi del suono, sino alla cadenza ipnotica di una sintassi che si limita al catalogo seguendo impulsi fonici, lo scatto di un’assonanza, a un passo dall’afonia, dal vuoto» (scrive Niva Lorenzini) all’orfanità pascoliana, dal sud metafisico di Bodini alle anatomie nervose di Magrelli.
Ma sempre, riconoscibilissima, la voce dell’autore in cui «La parola è presenza, dentro la vita», sempre nuova e incandescente, anche e soprattutto quando sembra gelida e perenne, nella memoria dello sguardo. Un libro sempre nuovo, a venire, proprio perché nato da continue riscritture e ripensamenti: «La fine è nel principio, tuttavia si continua».
La motivazione: «Come da un atlante stellare, la vita di noi piccoli sublunari viene osservata da una lontananza infinita; eppure il linguaggio di questa poesia striscia raso-terra. È una parola elementare, dis-organica, ridotta a protoplasma cellulare, la “parlasìa” il cui brusìo avvertiamo salire dalle pagine di Vito Bonito. Un remoto etimo leopardiano e pascoliano viene preso terribilmente sul serio, e insieme giocato sulla scena del microcosmo famigliare: “negli angoli nei muri nelle porte […] dove niente è niente”». (Comitato scientifico)
Franco Buffoni, Poesie 1975-2025, Mondadori.
L’opera poetica di Franco Buffoni raccoglie cinquant’anni di scrittura (1975–2025), attraversando stili e temi diversi: dall’ironia degli esordi alla meditazione, dalla memoria personale e storica a sperimentazioni più recenti. Tra lirica, narrazione e poesia “scientifica”, Buffoni costruisce un percorso ricco e inquieto, popolato da figure reali e simboliche, confermandosi una voce centrale della poesia contemporanea.
Versi che ci consentono di ripercorrere l’intero cammino di un autore capace di passare dai toni ironici, brillanti e fumisti degli esordi, a momenti di narrazione o meditazione, a fulminei lampi epigrammatici o lacerti descrittivi. E ancora: dalla purezza lirica a viaggi nella memoria storica e personale, non senza accenti anche drammatici e spigolosi.
Poeta coltissimo e attivo traduttore dall’inglese di grandi classici, Buffoni ha saputo introdurre nei suoi versi vari personaggi: figure storiche o anonime presenze quotidiane, immerse in luoghi reali. Le sue opere, sempre accolte con pieno favore dagli orientamenti critici più disparati, vanno da un primo libro autonomo come I tre desideri, già ricco di interne, vitali stratificazioni, attraverso varie tappe, a una raccolta centrale nella sua produzione come Il profilo del Rosa (2000), parte essenziale di una trilogia della Bildung che comprende Suora carmelitana e altri racconti in versi (1997) e Theios (2001).
Ma l’incessante inquietudine interiore del poeta lo conduce ad aprirsi, appunto, a un numero considerevole di soluzioni espressive e tematiche, come in Jucci (2014), il canzoniere nel ricordo di un impossibile amore giovanile, fino alla dimensione, rarissima se non unica, dalle vertiginose accensioni interne, di una raccolta come Betelgeuse e altre poesie scientifiche (2021). Fino al gioiello conclusivo, La coda del pavone, l’opera di questi ultimi anni, finora inedita, in cui Buffoni si muove nel campo dell’etologia, nel mondo degli animali, spesso vittime della crudeltà umana.
La motivazione: «Franco Buffoni prosegue la sua interrogazione in versi sulle fondamenta delle specie, con uno sguardo sempre meno antropocentrico sul mondo naturale dei fenomeni, che abbiamo il vizio di mutare in leggi. Lo sguardo è vasto come il fracasso che produce la radice zoologica del male, incastrata nell’artiglio della strega che rapisce i bambini o, invisibile nell’invisibile, fluttuante nella pura informazione delle macchine, nostre struggenti code di pavone, che istruiamo perché ci sopravanzino, perché ci intralcino.» (Comitato scientifico)
Azzurra D’Agostino, Cosmic Latte, Marcos y Marcos.
La poesia di Azzurra D’Agostino si distingue per una voce limpida e resistente, capace di intrecciare dimensione privata e collettiva. Tra paesaggi appenninici, memoria e tensioni sociali, i versi attraversano tempi e luoghi, unendo elegia e consapevolezza. Con una lingua che oscilla tra italiano e dialetto, la poetessa cerca nuove forme espressive, affermando la forza della parola come gesto di resistenza e cura.
La parola poetica può attraversare i tempi, passando dalle stratificate foreste dell’Appennino alle profondità delle acque, dall’ombra degli antenati alle figure del presente, dai morti sul lavoro all’elegia di un paesaggio, nella coscienza che “siamo / quello che siamo, siamo / quelli che passiamo”.
Nel “bianco / colore invisibile dell’universo” (ecco il senso del titolo audace), scorrono figure colte con poche pennellate, eppure lì, davanti a noi, nella loro presenza e nella loro precarietà, entrambe mirabili: “sulla soglia terribile dello splendore”, davanti alla quale ciò che crediamo di sapere è insufficiente.
Qualcosa tintinna in questo libro. È il tintinnìo di una poesia che non rinuncia a sé stessa e che cerca nuove strade: “E io che pensavo che scrivere fosse un giardino / metto un piede nel vuoto e con l’altro cerco un gradino”. Anche la lingua conosce diverse modalità: dall’italiano potentemente affettivo al dialetto perduto e ritrovato. Perché una cosa è chiara: “Che possiamo chiedere aiuto. / Che possiamo dire no a quello che ci fa male. / Che siamo capaci di fare un presidio anche sotto al temporale”.
Sofia Fiorini, Il passero bianco, Vallecchi.
Il passero bianco di Sofia Fiorini è una fiaba iniziatica in versi che esplora il confine tra vita e morte, infanzia e perdita. Tra simboli, metamorfosi e presenze enigmatiche, la protagonista attraversa un percorso di crescita segnato da prove, segreti e rivelazioni. Con una narrazione lirica intensa e visionaria, l’autrice costruisce un racconto poetico sospeso tra incanto e inquietudine.
Un grande gioco di trasformazione include la morte apparente e il rischio dell’inganno sotto mentite spoglie, ma tutto in questa fiaba è onirico e reale, gli animali messaggeri che prendono sarcastici la parola, le creature di mezzo che cacciano per altra fame, il corpo segreto di sangue e ossa da nascondere. Qualcosa di crudele, incantato e tagliente lampeggia rapido, con sotterranea ironia: nessuno è davvero innocente; i dialoghi oracolari e improvvisi celano sempre una sorpresa.
Sofia Fiorini ha intrapreso una direzione originale e complessa, quella della narrazione lirica affidata alla struttura, alla tenuta, a un lungo respiro che di pagina in pagina resta in equilibrio sulla storia. «Hai il dono del passo» dice il gatto alla protagonista, lo stesso si potrebbe dire dell’autrice, che ha un passo lieve, acuminato, precisissimo; la poesia di Sofia Fiorini riesce sulla distanza del sentiero in salita, sulla pazienza della trama.
Nel telaio si intrecciano le dita dei grandi lettori di simboli, Ralph Waldo Emerson, da lei tradotto, Cristina Campo, nume tutelare dei rovesciamenti che nel fiabesco annidano il destino, Emily Dickinson madrina delle madrine, ma si fa avanti con distacco e decisione anche un’inattesa Patrizia Cavalli. Il passero bianco è il totem infero che sceglie la fanciulla, nel suo apprendistato ci saranno la caccia, l’innamoramento, il rito, tre segreti e un diverso finale.
Carmen Gallo, Procne Machine, Einaudi.
Procne Machine rielabora il mito di Procne e Filomela in una trama di metamorfosi, violenza e canto. Tra autobiografia e riferimenti alla cultura occidentale, il libro intreccia versi, prose e traduzioni, costruendo una “macchina” poetica ibrida. Ne emerge un percorso tra trauma e memoria, che cerca nel linguaggio una possibilità di resistenza e rinascita.
Di seguirne nel bosco le tracce, le fughe, i nascondimenti». È anche un attraversamento della cultura occidentale guidati dal volo e dal canto degli uccelli: dal titolo che riecheggia l’“Hamletmaschine” di Heiner Müller a Eschilo e Coetzee, passando per Shakespeare, Keats, Eliot, fino a Laurie Anderson e Lou Reed.
L’intima matrice autobiografica («Ho sempre avuto paura di voi») alimenta e fa proliferare l’immaginazione, animando una creatura ibrida che pensa e si ripensa, esplorando le possibilità della più recente poesia contemporanea: a calibrati componimenti in versi seguono «microsaggi» in prosa, un poemetto dalle suggestioni leopardiane, libere traduzioni di testi classici, la descrizione analitica di un quadro surrealista di Ernst.
Un viaggio sulle tracce di una storia che contiene altre storie, esercizi di violenza e compassione, ma anche la speranza di un canto a venire. A partire da una domanda: «Com’è possibile difendersi da ciò / che ci minaccia o ci reclama dall’alto».
Federico Italiano, Godzilla e altre poesie, Guanda.
La raccolta di Federico Italiano unisce tradizione metrica ed echi pop, evocati già dal riferimento a Godzilla. Attraverso versi ritmati e visionari, il poeta esplora il “mostruoso” come segno di crisi ambientale e mutazione. Ne nasce un’atmosfera inquieta, sospesa verso un’apocalisse annunciata, in cui il lettore condivide l’attesa di un possibile collasso.
L’incrocio è certo inusuale, ma ispirato. E inquietante. Perché è la categoria del «mostruoso», di cui Godzilla rappresenta un emblema storico, a circolare ossessivamente nelle pagine, declinata in immagini che focalizzano mutazioni e degradi ambientali per reinterpretarli visionariamente come avvisaglie d’una apocalisse a venire. Il poeta, dunque, si lancia dentro un universo in folle metamorfosi e a rischio di collasso, dove si intravedono, nei dettagli del vivere quotidiano, le tracce d’un futuro crash epocale; dove, per dirla con Antonio Porta, incombe «l’aria della fine».
E sta qui la forza di versi che procedono per accumulazioni paratattiche e sembrano voler inquadrare un epilogo al quale continuano, invece, solo ad alludere con un movimento di rinvio insistito, estenuato. Il dramma, insomma, è lì: nell’aspettare l’inevitabile. E il lettore diventa, in qualche modo, co-protagonista d’una attesa angosciante. E, a libro chiuso, non si ritroverà pacificato con il mondo. Ma in possesso di qualche consapevolezza in più.
Isabella Leardini, Maniere nere, Mondadori.
Maniere nere di Isabella Leardini rappresenta un vertice della sua ricerca poetica. Tra simboli, visioni e paesaggi acquorei, l’autrice indaga precarietà, amore e morte, “lavorando con l’invisibile”. Ispirata alla tecnica della maniera nera, costruisce un mondo in cui il visibile emerge per sottrazione, intrecciando figure umane, naturali e letterarie in una meditazione intensa e suggestiva.
Eccoci di fronte al molteplice esprimersi della natura e dell’umana esistenza, nella loro condizione di precarietà, dove «noi siamo nube sfatta di pensieri», tra senso dell’amore e della morte, nell’ansia di una «vita non afferrata» e nell’oscuro presentimento di un passo oltre il suo limite. Leardini realizza la sua articolatissima meditazione lirica «lavorando con l’invisibile», ispirandosi alla tecnica della “maniera nera” per cui «il visibile si mostra per sottrazione».
E lo fa coinvolgendo in un mondo acquoreo varie realtà viventi, dai bambini vivi, morti e non nati, a loro volta «perduti vivi nell’enigma», a bambine-perle, piccoli spiriti che ridono nelle stanze, fino alla dimensione altra, ma in fondo ben simile, di animali e vegetali: stelle marine, conchiglie, coralli, alghe e fiori. E coinvolge figure esemplari del pensiero e della poesia, dedicando un capitolo al destino di grandi donne della letteratura, «ragazze morte per acqua», «per aria», «per terra» e «per fuoco»: Virginia Woolf, Mariagloria Sears, Antonia Pozzi, Sylvia Plath.
Nell’ampio tracciato di quest’opera, Isabella Leardini riesce a passare dal prevalere di misure brevi e intense, enigmatiche e coinvolgenti, a componimenti di largo respiro, consegnandoci un testo di insolita vitalità intellettuale nel suo rigore espressivo e al tempo stesso di notevole spessore emozionale, nel carattere esistenziale del suo svolgersi. Maniere nere è un’opera di esemplare originalità, ai più alti livelli della nostra nuova poesia.
Fabrizio Lombardo, La linea spezzata, Donzelli.
La linea spezzata di Fabrizio Lombardo è un’opera divisa tra memoria e presente: da un lato l’infanzia negli anni Settanta tra conflitti sociali e cultura punk, dall’altro la vita adulta tra famiglia e lavoro. Tra autobiografia e storia collettiva, il libro racconta una frattura generazionale e culturale, offrendo un ritratto lucido e complesso del contemporaneo.
Da un lato gli anni settanta e ottanta, nel ricordo di un bambino, poi di un ragazzo, cresciuto osservando la lotta operaia e il conflitto di classe, attraverso la ribellione artistica del punk; dall’altro la vita adulta nella genitorialità del nuovo millennio, nell’amore della vita coniugale, e il lavoro di una professione qualificata con il salto, e il rientro, all’interno di una dimensione dell’abitare opposta alla prima: una zona solo borghese, e solo apparentemente borghese.
Nel ridisegnare una impossibile memoria intergenerazionale, questo libro – affatto scontato sulla scena contemporanea – rimarca la scissione e l’unione salda tra esperienza individuale e storia collettiva, in un viaggio che corrode e divarica in due l’Italia: l’epoca appena successiva all’utopia del Sessantotto e il senso imprendibile del presente.
Una prima parte, come storia primitiva, racconta la vera e propria linea spezzata (nel richiamo al terrorismo di prima linea) ed è a sua volta concepita in capitoli, dove la vicenda privata si fonde con il paesaggio politico e culturale degli anni settanta, fino a confluire in Ionio, sezione stratificata in cui il lutto per la morte del padre, e il legame con la Calabria, si sovrappongono in un movimento temporale fluido.
Una seconda vicenda, Strategie di fuga, rallenta l’andatura del racconto catturando ritratti brevi, testi pensati come fotografie in bianco e nero con volti, luoghi, istantanee che lo sguardo coglie passando in auto, accanto a figure celebri di poeti e di scrittori quali frammenti di una geografia emotiva e culturale.
Con lo sfondo in movimento e stasi dell’amore. Ed è questo Atlante dei giorni a far emergere un «noi» generazionale, mai dichiarato ma profondamente presente, pagine come un’eco condivisa. Un libro duplice e reversibile, nello sforzo più alto di una voce già distinta e distinguibile come quella di Lombardo. Ma un libro mai doppio, che apre a una visione potente del contemporaneo, attraverso il racconto di un lento e silenzioso crollo della società e della cultura occidentale, della poesia come strumento di descrizione del mondo. E che si muove tra narrazione, fotografia, riflessione, con l’ambizione di restituire la complessità del tempo vissuto. Pur sempre immaginato.
Vincenzo Ostuni, Faldone, Il Saggiatore.
Faldone di Vincenzo Ostuni è un’opera aperta e mutevole, più di una semplice raccolta poetica: un “corpo” in continua trasformazione. Attraverso temi come linguaggio, politica, memoria ed esperienza personale, il testo intreccia registri diversi e riflette le contraddizioni del presente. Un’opera-mondo che unisce tradizione e sperimentazione, proiettata verso il futuro.
A una simile idea di disposizione sempre provvisoria del materiale verbale – e, in metafora, della storia collettiva e dell’esistenza individuale – è ispirata la costruzione del Faldone, l’opera che si vuole unica di Vincenzo Ostuni, «apertissima» e indecidibile (né raccolta poetica né poema), in continuo e indefinito mutamento che qui compare per la prima volta in forma completa, per quanto completa possa dirsi un’opera per principio interminabile. Chi vi prende la parola sembra riversare in questo corpo mutante la sua intera esperienza vitale, le contraddizioni e i rovesci del nostro tempo.
Nel Faldone si discute di linguaggio e paternità, di politica ed erotismo, di letteratura e di infanzia, e ogni tesi, ogni posizione sentimentale, ogni possibilità storica risuona al contempo della propria sgrammaticata aspirazione alla permanenza e del suo corrompersi prima ancora di essere formulata. Attingendo alla lezione di grandi maestri novecenteschi – Montale, Sanguineti, Pagliarani su tutti – ma anche a fonti, registri, lessici narrativi, drammaturgici, saggistici, Ostuni presenta al lettore un’opera-mondo che, battendo le mille strade della lirica occidentale – dalle più tradizionali alle più sperimentali – sembra volerle trasmutare e conservare assieme, e affidare questo antichissimo «macrogenere» alle incertezze e agli slanci del futuro.
Fabio Pusterla, Fiumi nefrite vortici, Marcos y Marcos.
Il dramma dell’invecchiamento; il progressivo imbarbarimento della società civile occidentale; l’avanzata delle destre populiste e sovraniste in tutta Europa; lo scoppio della guerra in Ucraina e in Medio Oriente; l’incombente catastrofe ambientale; le figure allegre dei nipotini, Lucio, Tullio e Gemma. Come sempre, la poesia di Fabio Pusterla tocca temi che riguardano la sfera dell’impegno politico e civile, un occhio rivolto al mondo, un occhio alla realtà più prossima e personale.
Giovanna Rosadini, Cicatrici, Einaudi.
Dopo i precedenti bilanci esistenziali, Giovanna Rosadini amplia lo sguardo, cercando nel presente una via di rinascita senza rimuovere il passato. Tra memorie, assenze e dialoghi con chi non c’è più, la poesia intreccia esperienza personale e storia. Ne nasce una voce luminosa e consapevole, capace di trasformare le ferite in possibilità di nuova vita.
Riaffiorano cosí le vite degli altri, la Cina d’altri tempi frequentata durante gli studi universitari, le amicizie tragicamente interrotte, echi di eventi bellici. Perché per lasciarsi accadere nel presente (ma «come in sogno»), nelle bellezze incerte ma vibranti di luce di una vita che si rigenera, bisogna saper convivere con l’assenza, con le cicatrici del passato.
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