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Premi Letterari

Premio Strega Poesia 2026: i dodici finalisti

22 Marzo 2026Updated:18 Maggio 2026Nessun commento26 Mins Read
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Premio Strega Poesia 2026: i dodici finalisti

21 marzo 2026. Un numero che parla da solo, centotrentotto, tanti sono stati i libri candidati alla prima fase del Premio Strega Poesia 2026, che quest’anno spegne la sua quarta candelina. Un numero importante, che testimonia quanto fervore, quanta urgenza di parola ci sia ancora oggi nel mondo della poesia contemporanea.

Ma come si fa a scegliere tra così tante voci, timbri, visioni? È qui che entra in gioco il Comitato scientifico del Premio, una squadra di nomi autorevoli che, come esploratori del verso, si sono addentrati tra le pagine per scovare le opere più significative. A comporlo: Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa, Mario Desiati, Elisa Donzelli, Roberto Galaverni, Vivian Lamarque, Patricia Peterle, Stefano Petrocchi, Laura Pugno, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta.

L’annuncio della cinquina finalista del Premio Strega Poesia 2026 è atteso per il 16 maggio al Salone internazionale del Libro di Torino.

A decretare la poesia vincitrice sarà un’ampia giuria composta da personalità del mondo della cultura, chiamata a valutare con attenzione linguaggio, intensità e originalità delle raccolte in gara. L’assegnazione del premio avverrà il prossimo 13 ottobre, nella suggestiva cornice della Casa dell’Architettura di Roma, all’interno del complesso monumentale dell’Acquario Romano, un appuntamento da non perdere per chi crede ancora nella forza della parola poetica.

I dodici finalisti del Premio Strega poesia 2026

  • Alberto Bertoni, Semplici abbandoni, Einaudi.
  • Vito M. Bonito, Firmamento (1990-2025), Argolibri.
  • Franco Buffoni, Poesie 1975-2025, Mondadori.
  • Azzurra D’Agostino, Cosmic Latte, Marcos y Marcos.
  • Sofia Fiorini, Il passero bianco, Vallecchi.
  • Carmen Gallo, Procne Machine, Einaudi.
  • Federico Italiano, Godzilla e altre poesie, Guanda.
  • Isabella Leardini, Maniere nere, Mondadori.
  • Fabrizio Lombardo, La linea spezzata, Donzelli.
  • Vincenzo Ostuni, Faldone, Il Saggiatore.
  • Fabio Pusterla, Fiumi nefrite vortici, Marcos y Marcos.
  • Giovanna Rosadini, Cicatrici, Einaudi.

I 12 finalisti del Premio Strega Poesia 2026

Alberto Bertoni, Semplici abbandoni, Einaudi.

Alberto Bertoni parte da piccoli episodi quotidiani e autobiografici che si aprono a una dimensione più ampia, dove memoria personale e storia collettiva si intrecciano. Tra ricordi, assenze e gesti comuni, il passato continua ad agire nel presente. Con uno stile che unisce elegia e ironia, la realtà emerge come ambigua e sfuggente, ma capace di restituire, nei dettagli, inattese consolazioni.

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Alberto Bertoni scrive partendo da minimi eventi personali, con riferimenti concreti alla vita di tutti i giorni, in luoghi precisi; ma presto il dato autobiografico deborda dallo spazio interiore e si muove rapido lungo l’asse temporale. Il riaffiorare dei ricordi, i colloqui con i familiari o gli amici scomparsi attivano il dialogo con un passato che non smette di agire nel presente.

Nel serbatoio della memoria, il fermo immagine elegiaco si stempera in ironia o inciampa nella storia collettiva (le guerre, le migrazioni, il covid…). Con i suoi gesti quotidiani – comprare il pane e il giornale, il caffè del mattino e i piaceri della tavola, e poi l’accesa passione per lo sport, i viaggi e gli incontri occasionali –, il presente diventa sulla pagina lo specchio di una realtà che sfugge i tentativi di decifrazione, si presta a equivoci e ambiguità, entra in una zona d’ombra.

E pur muovendosi negli enigmi del paesaggio, disorientati tra le nebbioline di Modena o le biforcazioni di strade mai imboccate, può accadere che nella «fuga inesorabile del tempo» si riaccenda improvviso il dettaglio di un ricordo, qualcosa in grado di mitigare le ansie, le mancanze.

La Motivazione: «La raccolta Semplici abbandoni, di Alberto Bertoni il cui titolo è ispirato a un verso di Amelia Rosselli, propone una poesia capace di sintetizzare la dimensione privata con quella del fluire delle piccole vicende umane che hanno intercettato il proprio vivere quotidiano. Attraverso luoghi, ricordi e figure della vita comune (la convivialità della buona tavola emiliana, la fede neroazzurra,  la passione per le corse e gli studi) il poeta costruisce una meditazione sulla memoria, sugli affetti e sul passare del tempo, concepita su un doppio crinale: tra ironica dolcezza e virile accettazione dei destini umani, nel tono sempre abilmente intimo e al contempo civile, segnato da una lingua limpida che intreccia ironia, malinconia e consapevolezza e che raccoglie l’eredità della grande tradizione novecentesca – da Sereni a Giudici – mantenendo uno sguardo originale e un respiro sempre autentico sulla realtà.» (Comitato scientifico)

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Vito M. Bonito, Firmamento (1990-2025), Argolibri.

Firmamento di Giovanni Bonito non è un’antologia ma una riscrittura dell’intero percorso poetico dell’autore. Attraverso testi inediti e rielaborazioni, trent’anni di scrittura si trasformano in un’opera nuova, dove linguaggio e memoria si intrecciano. Tra vita e perdita, suono e silenzio, emerge una poesia intensa e in continua evoluzione, sospesa tra corpo e oltre.

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Firmamento non è un’antologia e tanto meno un’auto-antologia; a partire da un nutrito corpus di inediti l’autore ha scelto di rileggere e riscrivere un percorso di scritture che ha attraversato l’ultimo trentennio, dall’esordio A distanza di neve, passando per Soffiati via (premio “Pagliarani” 2015) sino ai suoi lavori più recenti, riattraversandoli a distanza di anni, rastremandoli, dando così nuova forma e sostanza alla sua opera, fatta di lacerti linguistici pulsanti e polisemici, con sguardo fisso nella soglia sempre da attraversare che separa e unisce il corpo dall’incorporeo, l’assurdità barocca della vita dall’esperienza della perdita e della morte.

Scrive infatti Bonito in quarta: « non c’è fine e non c’è inizio al caramellato niente di cui siamo fatti e alla disperata gioia della poesia». Tante le tonalità e le forme attraversate dall’autore nell’arco di oltre trent’anni di scritture, dal recitativo caproniano all’espressionismo celaniano, dal nonsense giocoso e sonoro con «punte di un massimo inebetirsi del suono, sino alla cadenza ipnotica di una sintassi che si limita al catalogo seguendo impulsi fonici, lo scatto di un’assonanza, a un passo dall’afonia, dal vuoto» (scrive Niva Lorenzini) all’orfanità pascoliana, dal sud metafisico di Bodini alle anatomie nervose di Magrelli.

Ma sempre, riconoscibilissima, la voce dell’autore in cui «La parola è presenza, dentro la vita», sempre nuova e incandescente, anche e soprattutto quando sembra gelida e perenne, nella memoria dello sguardo. Un libro sempre nuovo, a venire, proprio perché nato da continue riscritture e ripensamenti: «La fine è nel principio, tuttavia si continua».

La motivazione: «Come da un atlante stellare, la vita di noi piccoli sublunari viene osservata da una lontananza infinita; eppure il linguaggio di questa poesia striscia raso-terra. È una parola elementare, dis-organica, ridotta a protoplasma cellulare, la “parlasìa” il cui brusìo avvertiamo salire dalle pagine di Vito Bonito. Un remoto etimo leopardiano e pascoliano viene preso terribilmente sul serio, e insieme giocato sulla scena del microcosmo famigliare: “negli angoli nei muri nelle porte […] dove niente è niente”». (Comitato scientifico)

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Franco Buffoni, Poesie 1975-2025, Mondadori.

L’opera poetica di Franco Buffoni raccoglie cinquant’anni di scrittura (1975–2025), attraversando stili e temi diversi: dall’ironia degli esordi alla meditazione, dalla memoria personale e storica a sperimentazioni più recenti. Tra lirica, narrazione e poesia “scientifica”, Buffoni costruisce un percorso ricco e inquieto, popolato da figure reali e simboliche, confermandosi una voce centrale della poesia contemporanea.

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Una straordinaria varietà di movimenti tematici e di generi espressivi è nel vasto panorama dell’opera poetica di Franco Buffoni, che qui viene raccolta nel suo insieme, con un saggio introduttivo – vera e propria guida alla lettura – di Massimo Gezzi. Sono versi che abbracciano esattamente mezzo secolo, dal 1975 al 2025, equamente suddivisi tra Novecento e nuovo Millennio.

Versi che ci consentono di ripercorrere l’intero cammino di un autore capace di passare dai toni ironici, brillanti e fumisti degli esordi, a momenti di narrazione o meditazione, a fulminei lampi epigrammatici o lacerti descrittivi. E ancora: dalla purezza lirica a viaggi nella memoria storica e personale, non senza accenti anche drammatici e spigolosi.

Poeta coltissimo e attivo traduttore dall’inglese di grandi classici, Buffoni ha saputo introdurre nei suoi versi vari personaggi: figure storiche o anonime presenze quotidiane, immerse in luoghi reali. Le sue opere, sempre accolte con pieno favore dagli orientamenti critici più disparati, vanno da un primo libro autonomo come I tre desideri, già ricco di interne, vitali stratificazioni, attraverso varie tappe, a una raccolta centrale nella sua produzione come Il profilo del Rosa (2000), parte essenziale di una trilogia della Bildung che comprende Suora carmelitana e altri racconti in versi (1997) e Theios (2001).

Ma l’incessante inquietudine interiore del poeta lo conduce ad aprirsi, appunto, a un numero considerevole di soluzioni espressive e tematiche, come in Jucci (2014), il canzoniere nel ricordo di un impossibile amore giovanile, fino alla dimensione, rarissima se non unica, dalle vertiginose accensioni interne, di una raccolta come Betelgeuse e altre poesie scientifiche (2021). Fino al gioiello conclusivo, La coda del pavone, l’opera di questi ultimi anni, finora inedita, in cui Buffoni si muove nel campo dell’etologia, nel mondo degli animali, spesso vittime della crudeltà umana.

La motivazione: «Franco Buffoni prosegue la sua interrogazione in versi sulle fondamenta delle specie, con uno sguardo sempre meno antropocentrico sul mondo naturale dei fenomeni, che abbiamo il vizio di mutare in leggi. Lo sguardo è vasto come il fracasso che produce la radice zoologica del male, incastrata nell’artiglio della strega che rapisce i bambini o, invisibile nell’invisibile, fluttuante nella pura informazione delle macchine, nostre struggenti code di pavone, che istruiamo perché ci sopravanzino, perché ci intralcino.» (Comitato scientifico)

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Azzurra D’Agostino, Cosmic Latte, Marcos y Marcos.

La poesia di Azzurra D’Agostino si distingue per una voce limpida e resistente, capace di intrecciare dimensione privata e collettiva. Tra paesaggi appenninici, memoria e tensioni sociali, i versi attraversano tempi e luoghi, unendo elegia e consapevolezza. Con una lingua che oscilla tra italiano e dialetto, la poetessa cerca nuove forme espressive, affermando la forza della parola come gesto di resistenza e cura.

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La prima cosa che colpisce e affascina, nella poesia di Azzurra D’Agostino, è la voce: mite e ferma, tersa e capace di accogliere l’eco del mondo, quello privato e quello collettivo, tra spazi boschivi, contraddizioni del sociale, memorie e stupori improvvisi. Nessuna ingenuità, nessun canto spiegato; ma, anche, nessuna resa, nessun cedimento.

La parola poetica può attraversare i tempi, passando dalle stratificate foreste dell’Appennino alle profondità delle acque, dall’ombra degli antenati alle figure del presente, dai morti sul lavoro all’elegia di un paesaggio, nella coscienza che “siamo / quello che siamo, siamo / quelli che passiamo”.

Nel “bianco / colore invisibile dell’universo” (ecco il senso del titolo audace), scorrono figure colte con poche pennellate, eppure lì, davanti a noi, nella loro presenza e nella loro precarietà, entrambe mirabili: “sulla soglia terribile dello splendore”, davanti alla quale ciò che crediamo di sapere è insufficiente.

Qualcosa tintinna in questo libro. È il tintinnìo di una poesia che non rinuncia a sé stessa e che cerca nuove strade: “E io che pensavo che scrivere fosse un giardino / metto un piede nel vuoto e con l’altro cerco un gradino”. Anche la lingua conosce diverse modalità: dall’italiano potentemente affettivo al dialetto perduto e ritrovato. Perché una cosa è chiara: “Che possiamo chiedere aiuto. / Che possiamo dire no a quello che ci fa male. / Che siamo capaci di fare un presidio anche sotto al temporale”.

La motivazione: «Una poesia che attraversa paesaggi interiori e naturali per raccontare le fratture del presente: tra silenzi abissali e fondali corrosi. Cosmic Latte di Azzurra D’Agostino mette in scena un mondo svuotato, dove anche la capacità di linguaggio è minacciata: “un silenzio cade sul fondo del mondo / lento come un sasso nell’acqua”. Si tratta di una raccolta fortemente tematica, in cui i testi dialogano tra loro attorno a nuclei ricorrenti, costruendo un unico paesaggio poetico coerente e stratificato. Eppure, dentro questa perdita, emerge una tensione verso un’origine indefinibile, “il bianco, il bianco, il bianco / colore invisibile dell’universo”, mentre la parola tenta di resistere e rifiorire: “lingua d’aprile, mia primavera / che bussa con un fiore nella bufera”. La scrittura diventa così un modo per abitare il vuoto e continuare, nonostante tutto, a nominare il mondo.» (Comitato scientifico)

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Sofia Fiorini, Il passero bianco, Vallecchi.

Il passero bianco di Sofia Fiorini è una fiaba iniziatica in versi che esplora il confine tra vita e morte, infanzia e perdita. Tra simboli, metamorfosi e presenze enigmatiche, la protagonista attraversa un percorso di crescita segnato da prove, segreti e rivelazioni. Con una narrazione lirica intensa e visionaria, l’autrice costruisce un racconto poetico sospeso tra incanto e inquietudine.

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Chi entra in queste pagine deve stringere un patto: leggere dall’inizio alla fine. Il passero bianco è una fiaba iniziatica in versi, della morte che nasconde la vita quando la vita nasconde la morte, del loro congiungersi in un territorio limite, tra il giardino e il bosco, tra l’infanzia e la sua perdita desiderante e definitiva.

Un grande gioco di trasformazione include la morte apparente e il rischio dell’inganno sotto mentite spoglie, ma tutto in questa fiaba è onirico e reale, gli animali messaggeri che prendono sarcastici la parola, le creature di mezzo che cacciano per altra fame, il corpo segreto di sangue e ossa da nascondere. Qualcosa di crudele, incantato e tagliente lampeggia rapido, con sotterranea ironia: nessuno è davvero innocente; i dialoghi oracolari e improvvisi celano sempre una sorpresa.

Sofia Fiorini ha intrapreso una direzione originale e complessa, quella della narrazione lirica affidata alla struttura, alla tenuta, a un lungo respiro che di pagina in pagina resta in equilibrio sulla storia. «Hai il dono del passo» dice il gatto alla protagonista, lo stesso si potrebbe dire dell’autrice, che ha un passo lieve, acuminato, precisissimo; la poesia di Sofia Fiorini riesce sulla distanza del sentiero in salita, sulla pazienza della trama.

Nel telaio si intrecciano le dita dei grandi lettori di simboli, Ralph Waldo Emerson, da lei tradotto, Cristina Campo, nume tutelare dei rovesciamenti che nel fiabesco annidano il destino, Emily Dickinson madrina delle madrine, ma si fa avanti con distacco e decisione anche un’inattesa Patrizia Cavalli. Il passero bianco è il totem infero che sceglie la fanciulla, nel suo apprendistato ci saranno la caccia, l’innamoramento, il rito, tre segreti e un diverso finale.

La motivazione: «Mettersi all’ascolto di qualcosa che non si sente e non si vede: è questo il viaggio poetico proposto da Sofia Fiorini. Uno scenario fiabesco che parla di femminilità, di iniziazione e di riti di passaggio. La voce dei morti e quella dei vivi si amalgamano tra ironia e immagini oniriche. Attraversamenti che si presentano come labilità nell’abitare dimensioni paradossali: il confine tra innocenza e crudeltà e quello tra realtà e irrealtà. Una lingua materica e al contempo rarefatta per parlare del corpo fisico e psichico: “quel che resta di queste ossa”». (Comitato scientifico)

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Carmen Gallo, Procne Machine, Einaudi.

Procne Machine rielabora il mito di Procne e Filomela in una trama di metamorfosi, violenza e canto. Tra autobiografia e riferimenti alla cultura occidentale, il libro intreccia versi, prose e traduzioni, costruendo una “macchina” poetica ibrida. Ne emerge un percorso tra trauma e memoria, che cerca nel linguaggio una possibilità di resistenza e rinascita.

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Il lungo viaggio di due sorelle dal passato del mito a un presente su cui si allungano ombre di violenza che minacciano corpi e voci. “Procne Machine” è una macchina di associazioni e metamorfosi, come quella che trasforma Procne in una rondine e sua sorella Filomela, con la lingua tagliata, in un’usignola dal canto memorabile: «Ho immaginato di sentirle cantare, entrambe.

Di seguirne nel bosco le tracce, le fughe, i nascondimenti». È anche un attraversamento della cultura occidentale guidati dal volo e dal canto degli uccelli: dal titolo che riecheggia l’“Hamletmaschine” di Heiner Müller a Eschilo e Coetzee, passando per Shakespeare, Keats, Eliot, fino a Laurie Anderson e Lou Reed.

L’intima matrice autobiografica («Ho sempre avuto paura di voi») alimenta e fa proliferare l’immaginazione, animando una creatura ibrida che pensa e si ripensa, esplorando le possibilità della più recente poesia contemporanea: a calibrati componimenti in versi seguono «microsaggi» in prosa, un poemetto dalle suggestioni leopardiane, libere traduzioni di testi classici, la descrizione analitica di un quadro surrealista di Ernst.

Un viaggio sulle tracce di una storia che contiene altre storie, esercizi di violenza e compassione, ma anche la speranza di un canto a venire. A partire da una domanda: «Com’è possibile difendersi da ciò / che ci minaccia o ci reclama dall’alto».

La motivazione: «Carmen Gallo costruisce un solido, un volume tematico, una sorta di monumento classico paradossale, la scultura a parole di quanto di più lieve conosciamo: il volo. E il suo contrario, volo e canto bloccati dal disincanto in varie forme di bellezza atroce. A metà libro compare un saggio in versi sull’atto del volare, con parole che spiccano dalle terre del mito e planano su tutta la volatile, commossa, intelligente materia letteraria, che – come tutta la poesia – è attraversamento della paura, fissazione verbale di una fobia.» (Comitato scientifico)

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Federico Italiano, Godzilla e altre poesie, Guanda.

La raccolta di Federico Italiano unisce tradizione metrica ed echi pop, evocati già dal riferimento a Godzilla. Attraverso versi ritmati e visionari, il poeta esplora il “mostruoso” come segno di crisi ambientale e mutazione. Ne nasce un’atmosfera inquieta, sospesa verso un’apocalisse annunciata, in cui il lettore condivide l’attesa di un possibile collasso.

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È sorprendente trovare Godzilla nel titolo della raccolta di poesie di un autore guidato intimamente dall’endecasillabo e dalle variazioni che la figura metrica offre. Se poi consideriamo, eventualmente appoggiandoci all’autorità di Ungaretti, come quel ritmo sia la cadenza naturale per chi scrive versi nella nostra lingua, ecco che troviamo nel libro di Federico Italiano un singolare incontro fra tradizione letteraria e frammenti di cultura pop.

L’incrocio è certo inusuale, ma ispirato. E inquietante. Perché è la categoria del «mostruoso», di cui Godzilla rappresenta un emblema storico, a circolare ossessivamente nelle pagine, declinata in immagini che focalizzano mutazioni e degradi ambientali per reinterpretarli visionariamente come avvisaglie d’una apocalisse a venire. Il poeta, dunque, si lancia dentro un universo in folle metamorfosi e a rischio di collasso, dove si intravedono, nei dettagli del vivere quotidiano, le tracce d’un futuro crash epocale; dove, per dirla con Antonio Porta, incombe «l’aria della fine».

E sta qui la forza di versi che procedono per accumulazioni paratattiche e sembrano voler inquadrare un epilogo al quale continuano, invece, solo ad alludere con un movimento di rinvio insistito, estenuato. Il dramma, insomma, è lì: nell’aspettare l’inevitabile. E il lettore diventa, in qualche modo, co-protagonista d’una attesa angosciante. E, a libro chiuso, non si ritroverà pacificato con il mondo. Ma in possesso di qualche consapevolezza in più.

La motivazione: «Godzilla di Federico Italiano, edito da Guanda nella rinata collana di poesia, è un libro della piena maturità poetica, in cui l’autore esalta e porta a compimento la sua particolare poetica della realtà e dell’oggettività. Scene, ricordi, situazioni, cose e paesaggi, soprattutto quello ticinese dell’infanzia, che rimandano, però, sempre a un Altrove interiore, nello spazio o, ancora con più forza in questo libro rispetto alla precedente produzione poetica di Italiano, nel tempo. Fil rouge di tutta l’opera, la Grande Paura della contaminazione nucleare, nei mesi dopo Chernobyl – il Grande Mostro del titolo – che segna uno spartiacque tra un mondo che almeno in poesia si crede innocente, e il nostro mondo, che sa benissimo di non esserlo.» (Comitato scientifico)

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Isabella Leardini, Maniere nere, Mondadori.

Maniere nere di Isabella Leardini rappresenta un vertice della sua ricerca poetica. Tra simboli, visioni e paesaggi acquorei, l’autrice indaga precarietà, amore e morte, “lavorando con l’invisibile”. Ispirata alla tecnica della maniera nera, costruisce un mondo in cui il visibile emerge per sottrazione, intrecciando figure umane, naturali e letterarie in una meditazione intensa e suggestiva.

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Con questa nuova, organica opera, Isabella Leardini tocca il punto più alto della sua vicenda poetica. In “Maniere nere” restiamo avvinti dalla limpida musica della sua pronuncia e insieme dalla forte complessità delle situazioni proposte, ossessive e colte nella loro visionaria concretezza. Eccoci nel mistero dei simboli in cui siamo immersi, qui «la mente è una selva rischiosa / dove tutto si presenta e si nasconde».

Eccoci di fronte al molteplice esprimersi della natura e dell’umana esistenza, nella loro condizione di precarietà, dove «noi siamo nube sfatta di pensieri», tra senso dell’amore e della morte, nell’ansia di una «vita non afferrata» e nell’oscuro presentimento di un passo oltre il suo limite. Leardini realizza la sua articolatissima meditazione lirica «lavorando con l’invisibile», ispirandosi alla tecnica della “maniera nera” per cui «il visibile si mostra per sottrazione».

E lo fa coinvolgendo in un mondo acquoreo varie realtà viventi, dai bambini vivi, morti e non nati, a loro volta «perduti vivi nell’enigma», a bambine-perle, piccoli spiriti che ridono nelle stanze, fino alla dimensione altra, ma in fondo ben simile, di animali e vegetali: stelle marine, conchiglie, coralli, alghe e fiori. E coinvolge figure esemplari del pensiero e della poesia, dedicando un capitolo al destino di grandi donne della letteratura, «ragazze morte per acqua», «per aria», «per terra» e «per fuoco»: Virginia Woolf, Mariagloria Sears, Antonia Pozzi, Sylvia Plath.

Nell’ampio tracciato di quest’opera, Isabella Leardini riesce a passare dal prevalere di misure brevi e intense, enigmatiche e coinvolgenti, a componimenti di largo respiro, consegnandoci un testo di insolita vitalità intellettuale nel suo rigore espressivo e al tempo stesso di notevole spessore emozionale, nel carattere esistenziale del suo svolgersi. Maniere nere è un’opera di esemplare originalità, ai più alti livelli della nostra nuova poesia.

La motivazione: «Maniere nere, ultima prova poetica di Isabella Leardini per la collana lo Specchio di Mondadori, ci trasporta in uno scenario acquatico, fatato e rarefatto: un mondo dove corpi, menti e sogni umani, soprattutto femminili, subiscono, come nei celebri versi della Tempesta di Shakespeare, a sea change, un cambiamento dovuto al mare. che ci trasforma into something rich and strange, qualcosa di ricco e di strano. Quella soglia, come lo spiritello Ariel sa, è la morte, e la lingua lirica di Leardini qui è davvero una lingua del dopo, che ci parla con parole che non sono più o che, alla fine della metamorfosi, non saranno ancora state.» (Comitato scientifico)

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Fabrizio Lombardo, La linea spezzata, Donzelli.

La linea spezzata di Fabrizio Lombardo è un’opera divisa tra memoria e presente: da un lato l’infanzia negli anni Settanta tra conflitti sociali e cultura punk, dall’altro la vita adulta tra famiglia e lavoro. Tra autobiografia e storia collettiva, il libro racconta una frattura generazionale e culturale, offrendo un ritratto lucido e complesso del contemporaneo.

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Un libro spezzato in due, come il suo titolo e la sua partitura, per delineare la separatezza tra i tempi del vivere e del contemporaneo. Questo è La Linea spezzata di Fabrizio Lombardo. E spezzata in due appare anche l’unica poesia possibile oggi, come il suo linguaggio.

Da un lato gli anni settanta e ottanta, nel ricordo di un bambino, poi di un ragazzo, cresciuto osservando la lotta operaia e il conflitto di classe, attraverso la ribellione artistica del punk; dall’altro la vita adulta nella genitorialità del nuovo millennio, nell’amore della vita coniugale, e il lavoro di una professione qualificata con il salto, e il rientro, all’interno di una dimensione dell’abitare opposta alla prima: una zona solo borghese, e solo apparentemente borghese.

Nel ridisegnare una impossibile memoria intergenerazionale, questo libro – affatto scontato sulla scena contemporanea – rimarca la scissione e l’unione salda tra esperienza individuale e storia collettiva, in un viaggio che corrode e divarica in due l’Italia: l’epoca appena successiva all’utopia del Sessantotto e il senso imprendibile del presente.

Una prima parte, come storia primitiva, racconta la vera e propria linea spezzata (nel richiamo al terrorismo di prima linea) ed è a sua volta concepita in capitoli, dove la vicenda privata si fonde con il paesaggio politico e culturale degli anni settanta, fino a confluire in Ionio, sezione stratificata in cui il lutto per la morte del padre, e il legame con la Calabria, si sovrappongono in un movimento temporale fluido.

Una seconda vicenda, Strategie di fuga, rallenta l’andatura del racconto catturando ritratti brevi, testi pensati come fotografie in bianco e nero con volti, luoghi, istantanee che lo sguardo coglie passando in auto, accanto a figure celebri di poeti e di scrittori quali frammenti di una geografia emotiva e culturale.

Con lo sfondo in movimento e stasi dell’amore. Ed è questo Atlante dei giorni a far emergere un «noi» generazionale, mai dichiarato ma profondamente presente, pagine come un’eco condivisa. Un libro duplice e reversibile, nello sforzo più alto di una voce già distinta e distinguibile come quella di Lombardo. Ma un libro mai doppio, che apre a una visione potente del contemporaneo, attraverso il racconto di un lento e silenzioso crollo della società e della cultura occidentale, della poesia come strumento di descrizione del mondo. E che si muove tra narrazione, fotografia, riflessione, con l’ambizione di restituire la complessità del tempo vissuto. Pur sempre immaginato.

La motivazione: «È un libro potente: la “scrittura frana / si fa grana sottile” nello stesso tempo in cui si avverte il bisogno dei versi, non per una ricostruzione, ma proprio per affrontare le fratture. La linea spezzata è qui quella del poeta, nato nel ’68, ma anche quella della società italiana, senza però il rischio di un’immagine cristallizzata; anzi, è l’interrogare/si ad insistere in queste pagine. Una lingua essenziale, nuda, saggia e misurata, che fotografa e inquadra quegli attriti, quelle schegge della memoria, e propone una comunicabilità non ingenua sul nostro tempo presente». (Comitato scientifico)

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Vincenzo Ostuni, Faldone, Il Saggiatore.

Faldone di Vincenzo Ostuni è un’opera aperta e mutevole, più di una semplice raccolta poetica: un “corpo” in continua trasformazione. Attraverso temi come linguaggio, politica, memoria ed esperienza personale, il testo intreccia registri diversi e riflette le contraddizioni del presente. Un’opera-mondo che unisce tradizione e sperimentazione, proiettata verso il futuro.

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Un faldone è una grossa cartella nella quale raccogliere scritti o documenti. Possiamo immaginarcelo chiuso da legacci di canapa, ma nessun faldone è chiuso per sempre: nuovi fogli possono esservi facilmente infilati, altri possono esserne sottratti e sparire, l’ordine si può perdere, modificare, ristabilire.

A una simile idea di disposizione sempre provvisoria del materiale verbale – e, in metafora, della storia collettiva e dell’esistenza individuale – è ispirata la costruzione del Faldone, l’opera che si vuole unica di Vincenzo Ostuni, «apertissima» e indecidibile (né raccolta poetica né poema), in continuo e indefinito mutamento che qui compare per la prima volta in forma completa, per quanto completa possa dirsi un’opera per principio interminabile. Chi vi prende la parola sembra riversare in questo corpo mutante la sua intera esperienza vitale, le contraddizioni e i rovesci del nostro tempo.

Nel Faldone si discute di linguaggio e paternità, di politica ed erotismo, di letteratura e di infanzia, e ogni tesi, ogni posizione sentimentale, ogni possibilità storica risuona al contempo della propria sgrammaticata aspirazione alla permanenza e del suo corrompersi prima ancora di essere formulata. Attingendo alla lezione di grandi maestri novecenteschi – Montale, Sanguineti, Pagliarani su tutti – ma anche a fonti, registri, lessici narrativi, drammaturgici, saggistici, Ostuni presenta al lettore un’opera-mondo che, battendo le mille strade della lirica occidentale – dalle più tradizionali alle più sperimentali – sembra volerle trasmutare e conservare assieme, e affidare questo antichissimo «macrogenere» alle incertezze e agli slanci del futuro.

La motivazione: «La pretesa luciferina (o faustiana) di dire “tutto”, in poesia. La politica, il pensiero, l’amore, il mondo. Poeta di cinque anni, Vincenzo Ostuni si sentiva uno dei “burattini di dio”; ma già allora sapeva di poter “creare”, a sua volta, una cosa chiamata “poesia”. Una parola che si è espansa, e continua a espandersi, come un cosmo neonato. Ora che di anni ne ha più di cinquanta, come in un’allucinazione da fantascienza, il poeta si scopre dio del suo mondo: un mondo a forma di Faldone. E noi ci stiamo tutti dentro». (Comitato scientifico)

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Fabio Pusterla, Fiumi nefrite vortici, Marcos y Marcos.

Il dramma dell’invecchiamento; il progressivo imbarbarimento della società civile occidentale; l’avanzata delle destre populiste e sovraniste in tutta Europa; lo scoppio della guerra in Ucraina e in Medio Oriente; l’incombente catastrofe ambientale; le figure allegre dei nipotini, Lucio, Tullio e Gemma. Come sempre, la poesia di Fabio Pusterla tocca temi che riguardano la sfera dell’impegno politico e civile, un occhio rivolto al mondo, un occhio alla realtà più prossima e personale.

La motivazione: «Nella raccolta di Fabio Pusterla, la voce poetica si muove dentro la violenza del tempo storico, trasformando paesaggi, corpi e linguaggio in spazi di tensione e conflitto. La scrittura attraversa guerre, crisi politiche ed ecologiche, dando forma a un mondo ferito in cui il corpo individuale sembra coincidere con una dimensione plurale. La lingua riflette questo stato di crisi: si frammenta, alterna momenti lirici a toni duri e accusatori, mescolando registri alti e bassi. Visione e denuncia convivono, mentre la voce poetica si interroga sul senso del dire, sospesa tra testimoniare e il dubbio che il silenzio possa essere più dignitoso. Se la raccolta vive di tensione tra opposti, la pluralità di voci converge in un’unica cifra poetica: il verso è il dispositivo più sublime per indagare le speranze del nostro tempo.» (Comitato scientifico)

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Giovanna Rosadini, Cicatrici, Einaudi.

Dopo i precedenti bilanci esistenziali, Giovanna Rosadini amplia lo sguardo, cercando nel presente una via di rinascita senza rimuovere il passato. Tra memorie, assenze e dialoghi con chi non c’è più, la poesia intreccia esperienza personale e storia. Ne nasce una voce luminosa e consapevole, capace di trasformare le ferite in possibilità di nuova vita.

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Dopo i bilanci esistenziali dei libri precedenti, Giovanna Rosadini allarga lo sguardo sulla realtà e trova «nell’aperto orizzonte sgomberato» una via di fuga dalle ombre che ancora ingombrano il passato. Senza però nascondersi che per far finalmente schiudere «il cuore velato delle cose» sia prima necessario decifrare le tracce di voci remote, degli «amori spenti», intraprendere un commosso dialogo con le persone scomparse e con un mondo ormai svanito.

Riaffiorano cosí le vite degli altri, la Cina d’altri tempi frequentata durante gli studi universitari, le amicizie tragicamente interrotte, echi di eventi bellici. Perché per lasciarsi accadere nel presente (ma «come in sogno»), nelle bellezze incerte ma vibranti di luce di una vita che si rigenera, bisogna saper convivere con l’assenza, con le cicatrici del passato.

La motivazione: «Cicatrici di Giovanna Rosadini pone al centro della lingua la ferita come esperienza esistenziale e storica trasfigurata in segno di memoria e di consapevolezza totalizzanti. Le tracce epidermiche personali sono però la figura-pretesto di un dolore che sarebbe fuorviante ricondurre tout court alla sfera dell’autobiografismo lirico. Piuttosto una poesia-fenice, che ha come matrice simbolica il fuoco e la cenere di un maestro europeo quale René Char, fondata sulla possibilità di una perenne metamorfosi del bìos oltrepassante la singolarità della morte in un movimento collettivo della lingua e nella tensione verso l’altro. Un processo rigenerativo creaturale, marcatamente femminile, dove è piuttosto l’acqua l’elemento ricorrente, e ambivalente, di un principio di contraddizione: acqua come primitiva forza di cancellazione della “cosa perduta”; acqua potenza di ricongiungimento e trasfigurazione dell’origine.» (Comitato scientifico)

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E’ tempo di …

… rinascita, clima dolce, mandorli in fiore, luce forte, canti di uccelli, colori, prati fioriti, bambini che giocano in cortile, profumi, aria aperta, carezze di sole, di amori ed innamoramenti…

I fiori della primavera sono i sogni dell’inverno raccontati, la mattina, al tavolo degli angeli. (Khalil Gibran)

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