La corsa verso il Premio Strega 2026 entra nel vivo, è stata annunciata la sestina finalista dell’ottantesima edizione del più prestigioso riconoscimento letterario italiano, una selezione che conferma la presenza di autori già affermati ma lascia spazio anche a voci capaci di sorprendere critica e lettori.
Si contenderanno la vittoria nella finale i sei finalisti decretati il 3 giugno, dai voti della giuria composta da 677 votanti su 800 aventi diritto, tra gli Amici della domenica, Istituti italiani di cultura, lettori forti selezionati da librerie associate, collettivi di biblioteche, università e circoli di lettura.
L’annuncio è stato dato dal Teatro Romano di Benevento, sede storica dell’azienda produttrice del celebre liquore che finanzia e dà il nome al premio. Una scelta che ha sostituito, anche per quest’anno, la tradizionale cornice di Casa Bellonci, a Roma, un tempo dimora di Goffredo e Maria Bellonci, fondatori del riconoscimento letterario. L’evento è stato trasmesso in diretta su Rai Play.
La proclamazione del vincitore avverrà il 8 luglio, al Campidoglio, la premiazione sarà trasmessa in diretta su Rai3.
La sestina finalista del Premio Strega 2026
Michele Mari con I convitati di pietra (Einaudi), 280 voti
Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli), 242 voti
Bianca Pitzorno con La sonnambula (Bompiani), 195 voti
Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori), 184 voti
Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi), 170 voti
Elena Rui con Vedove di Camus (L’orma), 163 voti
Perché una sestina e non una cinquina
Quest’anno il regolamento del Premio Strega prevede una finale a sei, il sesto posto è riservato all’opera più votata tra quelle pubblicate da piccoli e medi editori che non siano già presenti nei primi cinque classificati. Grazie a questa norma entra nella finale Elena Rui con Vedove di Camus, pubblicato da L’orma, confermando la volontà del premio di valorizzare anche le realtà editoriali indipendenti.
I libri finalisti in dettaglio
Michele Mari con I convitati di pietra (Einaudi), proposto da Vittorio Lingiardi.
Dopo la maturità, gli ex alunni della III A stringono un patto: versare denaro fino a quando resteranno solo tre superstiti, che vinceranno tutto. Col tempo, amicizia e rivalità si intrecciano in una sfida spietata, tra sospetti e ossessioni. Michele Mari racconta così il tempo che passa e le ambiguità dei legami.
Michele Mari ha scritto un romanzo commosso e giocoso, svelando con perfido divertimento le pulsioni che si nascondono dentro l’amicizia. Perché in questa storia, prima di un imprevedibile finale, vale il contrario di quanto recita il proverbio: chi perde un amico trova un tesoro. 22 luglio 1975: la data fatidica in cui una classe del liceo, festeggiando con una cena il primo anniversario dell’esame di maturità, decide di stipulare un accordo di sangue e denaro.
Ognuno dei trenta ex alunni verserà tutti gli anni una cifra, e il capitale sarà investito in modo da generare – col trascorrere dei decenni – un’autentica fortuna. Il meccanismo è semplice: la riffa terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno godere del montepremi… Ma i rancori sopiti, gli amori taciuti, le promesse e le invidie nate sui banchi di scuola s’infiammano un anno dopo l’altro.
E quando ogni 22 luglio si rivedranno a cena, si informeranno dei malanni altrui per prevedere il prossimo di loro che passerà a miglior vita. Fino a trasformare i protagonisti di questa storia in giocatori seduti al tavolo di un’immaginaria roulette, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare».
E si sa che ogni gioco ha le sue regole e i modi per aggirarle: scommesse clandestine, tresche, sospetti, tentativi di omicidio, improbabili macumbe e soprattutto il Caso, che agisce scompigliando anche il piano meglio architettato. Michele Mari, mai così divertito e divertente, segue i suoi personaggi fino al 2050 e oltre, grazie a un ingranaggio affabulatorio che inchioda il lettore alla pagina.
Del resto tutti noi abbiamo vissuto la singolare ambiguità delle cene di classe, fatte di momenti prodigiosi in cui il tempo sembra essersi arrestato, anche se appena si scrosta la nostalgia quello che rimane è il disincanto di individui che poco hanno da spartire fra di loro. Senza rinunciare alle ossessioni che lo hanno fatto amare dal suo pubblico (i fumetti, il cinema, la mania tassonomica), questa volta Mari racconta la giovinezza, l’epoca in cui ci si crede immortali, e prendendo la rincorsa si sofferma a indagare le inquietudini della vecchiaia.
Tra “Compagni di scuola” e “Final Destination”, un romanzo a orologeria, il cui ticchettare incessante riflette sul tempo a nostra disposizione. «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro».
La motivazione: «La scuola è un tempo fuori dal tempo, possiede il futuro delle nostre vite. Un’epoca che tutti vorremmo osservare, alcuni conservare, nella sua forma sospesa, apparentemente compiuta. La figura che sostiene il romanzo di Michele Mari è quella dei compagni di scuola, convitati di pietra al tavolo infinito degli amori e delle malattie, del denaro e dell’azzardo. Mari inventa una scrittura spietata capace di pietas, tempera ogni parola senza manierismo, gioca con i vocaboli e ci fa giocare con loro, fin dai cognomi dell’appello che, come quelli delle squadre di calcio, popolano in ritmo di lista o di cantilena le anamnesi delle nostre esistenze. Ossessivo e toponomastico, intrapsichico e filmografico, “I convitati di pietra” è un romanzo nero che si fa gioco del tempo che passa. Un libro comico e corale che sarebbe piaciuto a Carlo Emilio Gadda.»
Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli), proposto da Giancarlo De Cataldo.
Romanzo che racconta la vita di Platone dall’infanzia ad Atene segnata dalla guerra, fino all’incontro decisivo con Socrate. Tra dolori, viaggi e passioni, emerge un uomo in cerca di giustizia e verità, guidato dall’amore e dalla filosofia. Un ritratto intenso e umano del pensatore e del suo tempo.
È un romanzo di verità, quello che avete in mano. Un romanzo che per la prima volta ripercorre la vita del più grande filosofo di sempre. Bambino timido e facile all’ira, all’inizio. Sofferente per la morte prematura del padre, dominato da una madre onnipresente, e accudito da una sorella che lo accompagna nel mondo senza darlo a vedere, il ragazzo scruta le vicende del suo tempo con occhi onnivori e assiste attonito alla sconfitta di Atene contro Sparta.
Gli zii lo invitano a partecipare a un’operazione politica sanguinaria, ma resiste. Ha conosciuto Socrate, infatti, l’uomo più strano di Atene, e con lui si consegna alla filosofia. La filosofia però non basta, Socrate viene condannato a morte. Platone allora parte verso Cirene e l’Egitto per trovare la sua strada. Sarà una strada retta e tortuosa assieme. Ciò che la segna, tuttavia, è l’eros, l’amore sensuale vissuto con ragazzi lascivi e uomini dalla mente brillante, e l’amore totalizzante, la passione sublime, il motore più potente dell’animo umano.
Con il suo stile inconfondibile, Matteo Nucci ci regala un romanzo fuori dal tempo, frutto di anni di studio e di sana ossessione, con cui riesce a farci superare di nuovo la linea d’ombra della letteratura, rendendo la nostra esperienza di lettori un capitolo di vita epico, erotico, illuminante. Scopriamo in Platone un uomo sempre in lotta per realizzare giustizia e felicità, un “atleta dell’anima”. Seguendone dolori, fallimenti e amori, alla fine di questa lettura travolgente, ci ritroveremo diversi: cambiati nel profondo da uno scrittore filosofico capace di sfidare ogni luogo comune pur di dare a noi la possibilità di rimettere sempre in gioco il nostro modo di vivere il tempo che ci è concesso.
Amare sempre, per sempre. Lottare per la giustizia con tutto l’amore che c’è. Di Due Uno. Terra e Cielo. Non c’è altro da fare.
La motivazione: «Propongo la candidatura di Platone. Una storia d’amore perché sono rimasto emozionato e turbato dal respiro narrativo, dalla profondità argomentativa e dalla qualità letteraria del romanzo di Matteo Nucci. Ho amato la dimensione corporea di questo romanzo: qui si respirano odori, si lascia che la mano scivoli lungo corpi sudati, si cede all’ebbrezza, ci si immerge nello Ionio, si avvertono sulla pelle i brividi inquietanti dello scirocco. Merito della scrittura visionaria, a un tempo affilata e barocca, dell’autore: la sua lingua non descrive paesaggi, ma edifica universi. Nucci ci trasporta nella Grecia creatrice del Mito, ci fa toccare con mano lo splendore del teatro e la miseria della guerra, ci consente di assistere in diretta alla nascita della democrazia, senza nasconderne l’originaria fragilità. La sua ideale macchina del tempo ci consegna un Platone che oscilla fra ardori giovanili e matura consapevolezza. Ma nel suo divenire, il giovane Aristocle, che diverrà Platone, non sacrificherà mai amore e bellezza sull’altare della saggezza: perché una saggezza che si esaurisce nella ribalda prepotenza del corpo o nei raggelanti labirinti dell’intelligenza, è destinata a disseccarsi in uno sterile avvicendarsi di declamazioni tanto reboanti, quanto superficiali. Nucci segue dunque, e noi con lui, la ricerca di Platone, sino a una rivelazione che percuote tanto l’uomo che il filosofo: il senso della vita è nella ricerca del senso. Non un colpo di scena: piuttosto, il logico sviluppo del progredire di un’anima ossessionata dai massimi interrogativi esistenziali. Aristocle è l’adolescente di buona famiglia, ed è Platone dalle larghe spalle. È il ragazzo che scopre gli amori proibiti del Pireo, ed è l’eccelso padre della cultura occidentale, il maestro di Aristotele. Aristocle è Platone, l’uomo è il filosofo, e viceversa. E dunque l’essenza di questa eterna ricerca sta nella tensione verso l’unità degli opposti, laddove la vetta più algida e pura reca la traccia indelebile degli odori pesanti del più acre angiporto, e purezza e lussuria si fondono nella tensione verso un ideale che è forse irraggiungibile. Si direbbe una fatica vana: Platone e Matteo Nucci non la vedono così. E ci esortano a non rassegnarci.»
Bianca Pitzorno con La sonnambula (Bompiani), proposto da Roberta Mazzanti.
Romanzo di Bianca Pitzorno che segue Ofelia, dotata di visioni fin dall’infanzia. Fuggita da un matrimonio pericoloso, si reinventa in Sardegna come “sonnambula” che predice il futuro. Tra mistero e realtà, la sua storia intreccia indipendenza, desideri femminili e il confronto con un passato che ritorna.
Di rado il destino si rivela fin dall’infanzia: ma è proprio quello che accade alla protagonista di questo romanzo, preda fin da bambina di svenimenti improvvisi dai quali si risveglia con il presagio di un evento futuro. I genitori cercano di tenere nascosto questo suo dono e sperano che un buon matrimonio possa metterla al sicuro: e invece è proprio quel matrimonio il luogo più pericoloso per lei, che sarà costretta a fuggire più lontano che può per ricostruirsi una vita contando solo sulle proprie forze.
Comincia così, in una città della Sardegna, l’avventura di Ofelia Rossi, “rinomata sonnambula”, donna sola e fiera, che nel suo salotto in via del Fiore Rosso si guadagna da vivere offrendo vaticini per il prezzo di 5 lire. Le sue clienti sono perlopiù signore che covano nell’animo inquietudini e desideri per sé stesse o per coloro che amano.
La sonnambula le fa parlare, le sa ascoltare, poi simula una trance, impugna una penna d’oca e scrive il suo responso. Fino a quando cominciano a verificarsi eventi che sfuggono anche alla sua sapiente regia, e il passato torna a bussare alla sua porta…
Ispirandosi a un ritaglio di giornale di fine Ottocento, Bianca Pitzorno gioca con gli archetipi del romanzo d’avventura e d’amore, intinge la penna nel gotico e nel picaresco per scrivere un romanzo brulicante di vita, onirico, ironico e politico insieme. Abitata da visioni misteriose, la sonnambula è al tempo stesso aliena da ogni superstizione, capace di affrontare con dignità e coraggio il suo destino di donna sola in un mondo ostile.
Attraverso la sua straordinaria avventura Bianca Pitzorno celebra il potere della mente umana e ci ricorda che grazie alla nostra forza d’animo, razionalità e fantasia siamo noi a scrivere le nostre vite.
La motivazione: «Non chiedetevi a quale genere appartiene questo romanzo, ma abbandonatevi al piacere di una narrazione che Bianca Pitzorno mantiene in equilibrio tra realtà e invenzione: come un’acrobata tra romanzo picaresco, sentimentale, fantastico e storico, riattraversa tradizioni popolari e colte, ne ribalta le convenzioni e ci trascina in una sarabanda sorprendente, dove ogni frammento si fonda su un dato storico e si fonde con l’invenzione romanzesca. La vicenda della Sonnambula nella Sardegna di fine Ottocento sfugge al pittoresco perché radicata in ricerche d’archivio e memorie familiari; evita gli stereotipi del femminile perché le protagoniste sono donne normali ed eccentriche, che nei consulti con la Sonnambula trovano il coraggio di sottrarsi alla sottomissione ai costumi tradizionali. Geniale è la rappresentazione della relazione fra la Sonnambula e le sue clienti come una “terapia di parola”: forse nessun potere sovrumano, ma la capacità di ascoltare e trarre consigli preziosi. Così il lettore sospende l’incredulità di fronte a personaggi reali più fantastici degli inventati, fino al lieto fine che rovescia i ruoli di genere nella libertà nomade del circo.»
Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori), proposto da Roberto Saviano.
Una scrittrice, estranea al mondo della criminalità, è incaricata di intervistare ’o Nasone, temuto boss accusato di gravi delitti. L’incontro tra i due si trasforma in un confronto inatteso: dietro la ferocia emergono fragilità, ricordi e affetti. Tra diffidenza e coinvolgimento, la ricerca del figlio del boss diventa per lei un viaggio interiore, fino a riconoscere le proprie mancanze e il legame con la figlia.
Eppure, quando lui inizia a parlare, qualcosa cambia. Quest’uomo spietato che alleva colombi e crede negli ufo comincia a interessarla. Non tanto quando si sofferma sulle cronache di furti, sparatorie e vendette, piuttosto per la nostalgia che vibra nei racconti delle donne incontrate e perdute, degli amici morti ammazzati, degli affetti famigliari. Quando insomma, pur non rinnegando il proprio passato, il boss si mostra vulnerabile. Il dubbio: forse la sta manipolando? È sul piano dei rapporti affettivi che i due si incontrano: nelle ferite di genitori incerti, forse sbagliati.
Nel mistero dei figli con cui non sanno più comunicare e che temono di aver perso per sempre. Il confronto tra loro, pur sempre carico di diffidenza, si trasforma allora in un viaggio tra ricordi, confessioni, fraintendimenti e proiezioni, ma soprattutto rivelazioni su figli che non sono quello che loro credono. Così, quando la protagonista si trova a cercare le tracce del figlio del boss nelle strade di Napoli, capisce di cercare qualcun altro: sua figlia che le sta sfuggendo.
Nei quattro anni trascorsi dal suo più recente romanzo ci è mancato lo sguardo di Teresa Ciabatti, la sua cifra stilistica unica, la lucidità, l’ironia, l’equilibrio assoluto del fraseggio. Con l’intensità e l’anticonformismo radicale della sua scrittura, Ciabatti conduce una protagonista che le somiglia in territori a prima vista remoti e indecifrabili, per riportarla a casa più dolente e saggia, capace di riconoscere il baluginare dell’umano ovunque si presenti.
La motivazione: «In questo romanzo Teresa Ciabatti dà conferma della sua capacità unica di raccontare gli interni delle esistenze, di dare sostanza agli aspetti chiaroscurali, di metterci di fronte degli specchi in cui riconoscere parti di noi che forse preferiremmo non guardare. La voce narrante vuole suscitare sensazioni, scatenare cortocircuiti, portare a galla contraddizioni quotidiane. E lo fa mettendo in scena un antagonista estremo. Nel farlo, la stessa protagonista si mette in discussione: ciò che ascolta la avvelena e, da un certo punto in poi, l’aiuta. Ciabatti ha il potere di trasformare in valore letterario ciò che dal punto di vista prettamente cronachistico risulterebbe residuale, riesce ad accedere a una dimensione privata e a elevarla a un livello universale. La prosa è fulminea, fa pensare a Joan Didion, segue con rapidità gli eventi, con il metodo della cronista e dell’antropologa dei sentimenti. Racconta tutto ciò che gli altri non possono vedere.»
Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi), proposto da Donatella Di Pietrantonio.
Romanzo autobiografico di Alcide Pierantozzi, racconta la vita di un uomo segnato da disturbi psichici tra paranoia, dissociazione e solitudine. Tra Abruzzo e ricordi di Milano, emerge una lotta quotidiana per restare lucido. Una narrazione cruda e intensa sul disagio mentale e sul bisogno di dare un nome al dolore.
Alcide Pierantozzi si è immerso in quel precipizio, e ne è uscito stringendo tra le mani un libro unico, letterario e ossessivo, capace di raccontarci per la prima volta in modo crudo e vero, “da dentro”, un male che è di molti. Una storia di una potenza disarmante, che urtica e lenisce insieme, e che una volta iniziata pretende di essere letta fino all’ultima parola. O bevuta fino all’ultima goccia, come una medicina.
Alcide ha quarant’anni, a volte dorme ancora con sua madre, prende sette pasticche al giorno (cinque la mattina e due dopo cena), ed è considerato «un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido». È un essere umano «difettoso» tra i tanti, ma i suoi difetti stanno tutti dentro quattro pagine di diagnosi controfirmate da uno dei più famosi psichiatri italiani: «disturbo bipolare», «spettro dell’autismo», «dissociazione dell’io», «antipsicotici», «pensieri di mancata autoconservazione»…
Dal suo esilio in una cittadina dell’Abruzzo, dove ogni cosa sembra da sempre uguale a sé stessa, Alcide ci racconta il tempo melmoso delle sue giornate. Le ore in spiaggia, o a sfinirsi in palestra, dove va per riguadagnare in muscoli quello che ha perso in lucidità mentale. Soprattutto ci racconta – con tutta la chimica che ha in testa – cosa accade quando l’equilibrio psichico s’incrina: l’innesco della paranoia, la percezione che si sdoppia, il modo in cui il tempo fermo di un’attesa non è mai davvero fermo, perché è lì che arrivano i pensieri.
Nel suo resoconto si alternano momenti di un “prima” a Milano, la città che da sola sembrava poterlo tenere in vita, e di un “prima ancora”, un’infanzia in cui tutto faceva già troppo male ma a salvarlo c’erano la nonna, la bicicletta, tutto uno zoo di animaletti di campagna. Nel presente, invece, c’è la vita con sua madre, che è insieme origine, scandaglio e unico argine possibile delle sue psicosi. E poi c’è l’ossessione per le parole: la ricerca quotidiana in biblioteca, nei dizionari, nei libri, dei termini esatti, che sappiano ridurre l’irriducibile, nominare l’innominabile.
Questa è la storia di uno sperdimento, una storia che possiede il dono e la condanna di saper parlare davvero a chiunque. A chiunque, almeno una volta, non si sia riconosciuto nel proprio riflesso allo specchio; a chiunque abbia sentito la realtà passargli accanto come un vento laterale; a chiunque abbia messo in dubbio la fondatezza dei propri pensieri e dei propri desideri.
Sono pagine brucianti, che Alcide Pierantozzi ha scritto come se il suo corpo fosse un sismografo, registrando il disagio psichico nella sua forma più pura, descrivendo la violenza – poetica e brutale – di una mente smarrita che cerca di trovare una stabilità impossibile, ma che sempre, sempre, prova a salvarsi. “Lo sbilico” dà voce a un bisogno collettivo fortissimo: quello di nominare con precisione il malessere psicologico, l’alienazione, la medicalizzazione e la solitudine.
Un’impresa che può fare soltanto la grande letteratura. «Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi».
La motivazione: «Lo sbilico è il punto di rottura della mente, una linea di faglia, l’estremo ancora nominabile. Solo chi conosce quell’orlo smarginato per averlo sentito cedere sotto i passi può tornare indietro dal non ritorno e prestargli una voce vera con gli strumenti della letteratura. Alcide Pierantozzi viene a noi da quel punto di flesso ignorato, viene a raccontarci l’apocalisse dei nervi umani e degli animali, che nessuno aveva colto prima con una tale prossimità da vivente a viventi. Soltanto sua è questa lingua di parole mai viste, vertiginose e spellate, che guizzano funamboliche sulla pagina. Lo sbilico è un romanzo che turba e scomoda, mentre cura. Lo stavamo tutti aspettando, senza saperlo.»
Elena Rui con Vedove di Camus (L’orma), proposto da Lisa Ginzburg.
Il romanzo prende avvio dalla morte di Albert Camus nel incidente stradale del 4 gennaio 1960 in Borgogna e racconta il dolore di quattro donne che lo amarono. Tra voci e ricordi, emerge un ritratto complesso dell’amore, lontano da certezze morali, che esplora contraddizioni, legami e fragilità umane.
Mentre il mondo intero rimane attonito, orfano di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, quattro donne si ritrovano all’improvviso “vedove” dell’uomo che amavano: la moglie Francine Faure, la brillante attrice Catherine Sellers, la giovane pittrice Mette Ivers, di origini danesi, e Maria Casarès, immensa interprete del teatro francese, che Camus stesso – fedele ai paradossi del sentimento – definiva «l’Unica».
Con estro e rigore, Elena Rui indaga le vite e le voci di queste quattro figure femminili di fronte all’ineluttabilità della disgrazia. Si imbastisce così «un discorso sull’amore» che rifiuta viete certezze morali per restituire la trama sottile, contraddittoria e irriducibile degli affetti, offrendo a chi legge la libertà – e l’onere – di interrogarsi sui confini e sugli abissi dei rapporti umani.
La motivazione: «Con convinzione candido questo libro di Elena Rui che si impone per la sua forza prismatica. Racconta di quattro donne dalle personalità assai diverse, ciascuna a proprio modo legata sentimentalmente ad Albert Camus. Come accade nel prisma di un caleidoscopio, la vividezza e verosimiglianza con cui Rui sa restituircele proietta nuova e forte luce su quel che sta al centro. Dai quattro punti di vista femminili, dal racconto di quattro lutti e quattro cuori gonfi di nostalgia per un grande amore perduto si staglia non solo il Camus uomo, marito, amante: anche lo scrittore dal talento con instancabile passione innervato nella realtà del mondo e della vita. Un libro che si legge d’un fiato grazie al perfetto dosaggio tra il vero e la sua reinvenzione letteraria. Un romanzo immaginato a partire dal tragico incidente dell’auto guidata dall’editore Gallimard in cui Camus trovò la morte il 4 gennaio 1960, basato su manoscritti e lettere custoditi alla BNF di Parigi, ma tessuto con vera sapienza narrativa in virtù di un’immaginazione feconda, preliminare a ogni realtà, e stile e ritmo compatti e tesi. Una partitura a quattro voci che sa tratteggiare benissimo il mondo privato di un grande scrittore e intanto dirci cosa siano l’amore, la perdita, il lutto, la rinascita.»
Potete incontrare i cinque finalisti seguendo le tappe dello Strega Tour
I cinque finalisti si confronteranno con il pubblico in un tour articolato in diciotto tappe. Come da tradizione, una di queste si svolgerà all’estero: l’appuntamento è fissato per il 17 giugno, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia.
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