E’ stata resa nota la cinquina finalista della 64esima edizione del Premio Campiello 2026, premio letterario istituito nel 1962 per volontà degli Industriali del Veneto, che viene assegnato a opere di narrativa italiana.
Nel corso della selezione, la Giuria dei Letterati ha inoltre assegnato il Premio Campiello Opera Prima, destinato, dal 2004, a un autore al debutto nel panorama narrativo. Il riconoscimento è andato a Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, pubblicato da Einaudi.
Per conoscere il vincitore assoluto si dovrà attendere sabato 3 ottobre, al Lido di Venezia sul palco del Palazzo del Cinema, dove la giuria popolare, composta da 300 lettori anonimi, proclamerà il nome dell’autore premiato, al quale verrà consegnata la tradizionale “Vera del pozzo”, simbolo storico della città lagunare.
La cinquina finalista del Premio Campiello 2026
Marcello Fois con L’immensa distrazione (Einaudi)
Ermanno Cavazzoni con Storia di un’amicizia (Quodlibet)
Elena Varvello con La vita sempre (Ugo Guanga Editore)
Valeria Parrella con La ragazzina (Feltrinelli)
Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi)
Premio Campiello Opera Prima 2026
Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda (Einaudi)
Questo romanzo segue le vicende di quattro donne tra Sri Lanka e Italia, unite da legami familiari, migrazione e desiderio di appartenenza. Il ritorno di Neela nella terra d’origine riapre ferite, ricordi e tensioni che coinvolgono le sue sorelle Himali e Pavitra e la figlia Ayesha. Una saga intensa che intreccia storia, identità e radici, esplorando il significato di casa tra disincanto, memoria e speranza.
Come l’attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull’isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa.
Pavitra, la sorella più piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l’ha costretta a dare in pegno l’unica ricchezza che possedeva. Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica».
Una storia famigliare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa.
I cinque libri selezionati del Premio Campiello 2026
Marcello Fois con L’immensa distrazione (Einaudi)
Nel nuovo romanzo di Marcello Fois, Ettore Manfredini si risveglia subito dopo la morte e ripercorre la storia della sua famiglia. Dai sacrifici della povertà alla costruzione di un impero industriale emiliano, emergono segreti, menzogne e legami che hanno segnato generazioni. Un grande affresco familiare in cui memoria privata e Storia si intrecciano fino alla resa dei conti finale.
I Manfredini hanno trasformato un semplice mattatoio in un impero, con l’accanimento di chi conosce la miseria e l’astuzia di chi ha capito come uscirne. Ma ogni cosa che li riguarda, il loro inesausto gioco di sentimenti, alleanze, silenzi e potere, si fonda su un inganno. Sono questo, i Manfredini: spietati, umanissimi. Venite a conoscerli. È un’alba uguale a tutte le altre, soltanto un po’ più lunga, quella in cui Ettore Manfredini si sveglia appena morto nella casa accanto al macello che è stato il centro della sua vita e di cui conosce ogni lamento, ogni cigolio.
Nato troppo povero per permettersi un’istruzione regolare, impiegato da ragazzo nel mattatoio kosher di cui si impadronirà dopo le leggi razziali, Ettore è un uomo destinato al successo: diventerà uno dei più grandi imprenditori dell’Emilia in bilico tra grande industria e tradizioni contadine. E in quest’alba livida del 21 febbraio 2017, arrivato alla resa dei conti, Ettore capisce di dover percorrere fino in fondo il corridoio dei suoi ricordi. Parte da qui la vorticosa storia della famiglia Manfredini.
Che è in primo luogo la storia di Ettore, ma anche di sua madre Elda, sulla cui spregiudicata opacità si fonda tutta la loro fortuna, e di sua moglie Marida, salvata dalla deportazione ma a carissimo prezzo, e di Carlo, il primogenito, figlio mai del tutto capito, e di Enrica, la vera mente dietro la crescita dell’Azienda, e di Elio, il nipotino amatissimo, e di Ester che rimane invischiata nella lotta armata, di Edvige, di Lucia…
Il nuovo romanzo di Marcello Fois è una straordinaria macchina della memoria, in cui il grande disegno della Storia si mescola a piccoli dettagli fondamentali: il sapore di una ciambella mangiata ottant’anni prima, la serranda perennemente guasta nella casa di famiglia, due vecchie poltrone su cui si sono decisi i destini di tutti loro. E poi la foto di due gemelli ad Auschwitz trovata per caso in un’enciclopedia. Dipingendo l’affresco di una dinastia del Novecento fondata sulla carne e sulla menzogna, Marcello Fois ci regala un romanzo semplicemente maestoso. Perché vivere, forse, non è nient’altro che un’immensa distrazione dal morire.
Ermanno Cavazzoni con Storia di un’amicizia (Quodlibet)
Questo libro racconta l’amicizia tra l’autore e Gianni Celati, tra avventure, incontri eccentrici e passioni letterarie. Attraverso ricordi vividi e talvolta malinconici, emerge il ritratto di uno scrittore capace di influenzare generazioni di autori e di un’epoca ormai scomparsa. Più che una biografia, è una storia autentica di affetti, vita e memoria, narrata con ironia e delicatezza.
È la storia della loro amicizia, un po’ divertente un po’ struggente, un antidoto contro qualsiasi atteggiamento insincero, nell’arte e nella vita, oggi che tutti sgomitano per stare in vetrina a sproloquiare.
Gianni Celati, oltre che amico, è stato un magistrale scrittore del secondo Novecento, che senza appartenere a nessuna corrente, ha però suggestionato tanti altri più giovani autori, che infatti qui compaiono coi loro tic, le loro manie, le scempiaggini, le benemerenze.
È la descrizione di un’epoca, passata come un sogno, già volato via, che si è posato su queste pagine, con la delicatezza dei ricordi. E non è una biografia, né un libro di critica, ma la favola di un’amicizia autentica, con tutto il suo bello e il suo inevitabile, mesto finale.
Buona lettura.
Elena Varvello con La vita sempre (Ugo Guanga Editore)
Nel romanzo di Elena Varvello, Francesco e Teresa, diversi per carattere e origini, si incontrano e si amano sullo sfondo dell’Italia del fascismo, della guerra e della povertà. Tra sogni, ribellione e sacrifici, la loro storia diventa il racconto della forza dei sentimenti e della capacità della vita di resistere alla Storia. Un intenso affresco corale di memoria, coraggio e libertà.
Con la forza della grande letteratura, Elena Varvello costruisce un romanzo struggente, il racconto di un amore e insieme un affresco di voci, di storie e destini, un confronto serrato con la memoria e i non detti, e ci regala personaggi indimenticabili, pieni di coraggio e ribellione, di desiderio di libertà.
La vita sempre è la storia della vita che tenta di resistere alla Storia. E che dovunque e sempre alza la sua canzone al cielo, una canzone d’amore.
Valeria Parrella con La ragazzina (Feltrinelli)
Valeria Parrella racconta la storia di Giovanna d’Arco restituendole tutta la sua forza e umanità. Ragazzina determinata e ribelle, guida un esercito durante la guerra dei Cent’anni sfidando convenzioni, potere e pregiudizi. Tra storia e attualità, il romanzo celebra il coraggio di chi osa cambiare il mondo, trasformando Giovanna in un simbolo universale di libertà, giustizia e resistenza.
Vestita in abiti maschili – crimine che nel 1400 vale la scomunica –, galoppa per riconquistare i territori che nel corso dell’estenuante guerra dei cent’anni gli inglesi hanno sottratto alla Francia, galoppa per rimettere il Delfino sul trono. Galoppa in testa a un esercito che crede in lei, perché lei va alla guerra in modo diverso, con clemenza verso i popoli, lasciando la battaglia ai soldati, pregando e cercando giustizia. Perché prima di reggere la spada e lo stendardo, lei giocava con i fratelli, ascoltava storie, faceva sogni bellissimi e parlava con sua mamma. Perché prima di tutto lei è una ragazzina.
“La ragazzina” è quasi la traduzione italiana di “la pucelle”, la pulzella d’Orléans. Come la guerra dei cent’anni è quasi come ogni guerra, come l’assedio d’Orléans è quasi come un assedio di oggi. Come il coraggio e la determinazione di Giovanna sono quelli di ogni ragazzina che si mette di traverso per cambiare l’ordine dei potenti e delle cose: e questo senza quasi.
Valeria Parrella prende una delle figure storiche più incredibili, fiabesche e allo stesso tempo più attuali di sempre e ne fa la protagonista di un grande romanzo civile.
In ogni luogo del mondo una ragazzina si mette di traverso.
Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi)
In Lo sbilico, Alcide Pierantozzi racconta dall’interno l’esperienza del disagio psichico, tra disturbo bipolare, paranoia e ricerca di equilibrio. Attraverso ricordi d’infanzia, la vita con la madre e l’ossessione per le parole, il protagonista affronta una realtà fragile e mutevole. Un romanzo intenso e autobiografico che esplora alienazione, solitudine e il difficile tentativo di salvarsi.
Cosa accade quando la realtà si smaglia, e lascia entrare l’allucinazione? Quando la paura ti avvinghia e si accorcia il respiro? Quando l’unico modo che hai per stare al mondo è vivere su un precipizio, nello «sbilico» delle cose? Alcide Pierantozzi si è immerso in quel precipizio, e ne è uscito stringendo tra le mani un libro unico, letterario e ossessivo, capace di raccontarci per la prima volta in modo crudo e vero, “da dentro”, un male che è di molti. Una storia di una potenza disarmante, che urtica e lenisce insieme, e che una volta iniziata pretende di essere letta fino all’ultima parola. O bevuta fino all’ultima goccia, come una medicina.
Alcide ha quarant’anni, a volte dorme ancora con sua madre, prende sette pasticche al giorno (cinque la mattina e due dopo cena), ed è considerato «un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido». È un essere umano «difettoso» tra i tanti, ma i suoi difetti stanno tutti dentro quattro pagine di diagnosi controfirmate da uno dei più famosi psichiatri italiani: «disturbo bipolare», «spettro dell’autismo», «dissociazione dell’io», «antipsicotici», «pensieri di mancata autoconservazione»…
Dal suo esilio in una cittadina dell’Abruzzo, dove ogni cosa sembra da sempre uguale a sé stessa, Alcide ci racconta il tempo melmoso delle sue giornate. Le ore in spiaggia, o a sfinirsi in palestra, dove va per riguadagnare in muscoli quello che ha perso in lucidità mentale. Soprattutto ci racconta – con tutta la chimica che ha in testa – cosa accade quando l’equilibrio psichico s’incrina: l’innesco della paranoia, la percezione che si sdoppia, il modo in cui il tempo fermo di un’attesa non è mai davvero fermo, perché è lì che arrivano i pensieri.
Nel suo resoconto si alternano momenti di un “prima” a Milano, la città che da sola sembrava poterlo tenere in vita, e di un “prima ancora”, un’infanzia in cui tutto faceva già troppo male ma a salvarlo c’erano la nonna, la bicicletta, tutto uno zoo di animaletti di campagna. Nel presente, invece, c’è la vita con sua madre, che è insieme origine, scandaglio e unico argine possibile delle sue psicosi. E poi c’è l’ossessione per le parole: la ricerca quotidiana in biblioteca, nei dizionari, nei libri, dei termini esatti, che sappiano ridurre l’irriducibile, nominare l’innominabile.
Questa è la storia di uno sperdimento, una storia che possiede il dono e la condanna di saper parlare davvero a chiunque. A chiunque, almeno una volta, non si sia riconosciuto nel proprio riflesso allo specchio; a chiunque abbia sentito la realtà passargli accanto come un vento laterale; a chiunque abbia messo in dubbio la fondatezza dei propri pensieri e dei propri desideri.
Sono pagine brucianti, che Alcide Pierantozzi ha scritto come se il suo corpo fosse un sismografo, registrando il disagio psichico nella sua forma più pura, descrivendo la violenza – poetica e brutale – di una mente smarrita che cerca di trovare una stabilità impossibile, ma che sempre, sempre, prova a salvarsi.
“Lo sbilico” dà voce a un bisogno collettivo fortissimo: quello di nominare con precisione il malessere psicologico, l’alienazione, la medicalizzazione e la solitudine. Un’impresa che può fare soltanto la grande letteratura. «Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi».
La Giuria dei Letterati quest’anno è presieduta da Roberto Cicutto, produttore cinematografico italiano, accanto a lui Alessandro Beretta, giornalista e critico letterario; Daniela Brogi, docente di Letteratura italiana contemporanea; Matteo Caccia, autore e conduttore radiofonico; Daria Galateria, docente di Letteratura francese; Rita Librandi, professoressa emerita di Linguistica italiana e Storia della lingua italiana e Vicepresidente dell’Accademia della Crusca; Stefano Mancuso, neuroscienziato e saggista italiano; Liliana Rampello, critica letteraria e saggista; Stefano Salis, caporedattore delle pagine dei Commenti e della Domenica del Sole 24 Ore; Alessandra Tedesco, giornalista di Radio24; Lorenzo Tomasin, ocente di Filologia romanza; Roberto Vecchioni, cantautore, scrittore, docente Università di Pavia.
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