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SEI QUI: Home » In Primo Piano » Tarzan delle scimmie di Edgar Rice Burroughs (Recensione)
In Primo Piano

Tarzan delle scimmie di Edgar Rice Burroughs (Recensione)

17 Giugno 2026Nessun commento12 Mins Read
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Tarzan delle scimmie di Edgar Rice Burroughs (Recensione)

Tarzan delle scimmie di Edgar Rice Burroughs è uno di quei libri che hanno segnato profondamente l’immaginario collettivo del Novecento. Pubblicato per la prima volta nel 1912, il romanzo introduce il personaggio di Tarzan, destinato a diventare una delle figure più celebri della letteratura popolare e dell’avventura. Il romanzo fu pubblicato inizialmente su una rivista pulp, The All-Story Magazine, le riviste pulp erano pubblicazioni economiche stampate su carta di bassa qualità e rivolte a un pubblico vastissimo.

“Questa storia mi è stata raccontata da una persona che non aveva il diritto di raccontarla né a me, né a nessun altro. Per spiegarla, sarà meglio che io menzioni fin d’ora l’influenza positiva esercitata da un vino d’annata sul narratore, e il mio incredulo scetticismo nei giorni che seguirono.”

La saga di Tarzan è molto più ampia di quanto si possa immaginare, lo scrittore dedicò al celebre uomo-scimmia ben 24 romanzi, anche se in Italia ne sono stati tradotti soltanto 16. Tutto ebbe inizio con Tarzan delle Scimmie, il primo capitolo di una lunga avventura letteraria che avrebbe conquistato milioni di lettori. La serie fu scritta nell’arco di oltre trent’anni, dal 1912 al 1947, e venne successivamente arricchita da un paio di opere pubblicate dopo la morte dell’autore.

Il contesto storico di Tarzan delle Scimmie

L’opera nasce all’interno della cosiddetta Belle Époque, un periodo caratterizzato da fiducia nel progresso scientifico e tecnologico, ma anche da forti contraddizioni sociali e politiche. Le grandi potenze europee avevano completato gran parte della spartizione coloniale dell’Africa, il continente era spesso rappresentato nella letteratura e nei giornali occidentali come una terra misteriosa, selvaggia e inesplorata, popolata da pericoli e avventure.

Burroughs attinge pienamente a questo immaginario. La giungla di Tarzan è un’Africa fantastica, costruita attraverso stereotipi diffusi nella cultura popolare dell’epoca e molti lettori americani ed europei vedevano il continente come l’ultimo grande spazio dell’avventura.

Un altro elemento fondamentale è l’influenza delle teorie di Charles Darwin, a cinquant’anni dalla pubblicazione de L’origine delle specie, il dibattito sull’evoluzione era ancora molto vivo. Tarzan rappresenta una sorta di esperimento narrativo: cosa accadrebbe se un bambino aristocratico venisse cresciuto dagli animali? Burroughs cerca di conciliare due idee allora molto diffuse, quella dell’importanza dell’eredità biologica e il peso dell’ambiente nella formazione dell’individuo. Nel romanzo emerge spesso la convinzione tipica dell’epoca che Tarzan sarebbe superiore perché nato da una famiglia aristocratica inglese.

La prima cosa che bisogna ricordarsi quando si affrontano queste letture è il contesto storico ed il fatto che il romanzo riflette anche alcune idee oggi considerate problematiche, come il colonialismo che era largamente accettato, l’esistenza delle teorie pseudoscientifiche sulle razze umane e la superiorità della civiltà occidentale. È un romanzo d’avventura, ma anche una testimonianza delle convinzioni, dei pregiudizi e delle aspirazioni dell’Occidente alla vigilia della Prima guerra mondiale.

Recensione

Nelle mie recensioni solitamente parto dalla trama per continuare con la mia personale opinione sulla lettura, ma oggi faccio un’eccezione, il protagonista è così popolare che fare un breve riassunto della trama risulterebbe ridicolo, quindi della trama ne parlerò successivamente.

Cosa mi ha portato a leggere questo libro? L’ho letto anni fa, quando mi ero imposta di leggere i libri che hanno reso famosi certi personaggi e che attraverso gli adattamenti per l’infanzia e quelli cinematografici hanno trasformato e snaturato l’idea originale e tradito l’arte della narrazione. Come potete vedere dalle foto il libro che posseggo è datato, costava 2000 lire e risale ad una pubblicazione del 1994, un tempo in cui compravo libri nelle edicole alla stazione tra un viaggio e l’altro. Anche questo ha il suo fascino come le sue pagine ingiallite.

È stato strano leggere un romanzo la cui storia è già nota in ogni dettaglio, eppure, nella fonte originale le sorprese non sono mancate, come la scoperta che la scimmietta Cita non esiste e neanche la celeberrima frase “Io Jane, tu Tarzan”.

Tarzan cresce nella giungla africana alla fine del XIX secolo quindi ci sono interazioni tra soldati/coloni europei e nativi africani che potrebbero mettere a disagio i lettori moderni. C’è anche una domestica americana di colore paurosa, incline agli svenimenti e caratterizzata da un linguaggio volutamente storpiato che probabilmente provocherà almeno un’alzata di occhi al cielo da parte del lettore, diciamo una Mami di Via col vento, una caricatura ancora più stereotipata, il personaggio di Esmeralda non supererebbe il vaglio degli editori di oggi.  

L’aspetto che mi ha infastidito di più è stato il modo in cui Jane viene trattata dagli uomini che la circondano, emerge un atteggiamento paternalistico e sessista che, da lettrice contemporanea, risulta irritante, ma ho apprezzato il modo in cui Burroughs riesce a mostrare, attraverso Jane, i limiti e le aspettative imposte alle donne dell’epoca, ne esce un personaggio più complesso e realistico.

Siamo cresciuti con un Tarzan che parla a malapena, ma nel libro è un personaggio complesso, dotato di intelligenza e forza fisica, descritto sia con un’innocenza infantile che con una violenza inquietante, il che lo rende un personaggio interessante e sfaccettato. Tarzan, quando ritiene necessario farlo, uccide, non per crudeltà, vendetta o rabbia, ma con la stessa naturalezza con cui un predatore caccia per sopravvivere, le sue azioni sono guidate dall’istinto e dalle leggi della natura, non da considerazioni morali e per questo affronta e uccide indistintamente animali feroci, grandi scimmie e anche gli abitanti del villaggio cannibale vicino, senza che il romanzo attribuisca a questi gesti un particolare giudizio etico.

Tarzan non cerca l’approvazione degli altri e non attribuisce alcun valore al prestigio sociale, accetta ciò che non può cambiare e agisce con determinazione su ciò che è alla sua portata, per me incarna una forma di nobiltà primordiale, quella di un uomo non ancora condizionato dalle regole, dalle ipocrisie e dalle gerarchie della società.

La scrittura di Burroughs risente inevitabilmente della sua epoca, è formale, ricercata e a tratti elegante, soprattutto se rapportata alla natura avventurosa e spesso inverosimile della storia, questo contrasto funziona particolarmente bene nelle scene più violente, che acquistano una forza quasi epica. La brutalità della giungla non viene mai compiaciuta o spettacolarizzata, gli animali uccidono per fame, per difesa o per sopravvivenza, seguendo le leggi della natura. È un tipo di violenza essenziale, priva di malizia, che il romanzo sembra contrapporre implicitamente a quella, ben più crudele e consapevole, di cui gli esseri umani sono capaci. Gli animali non torturano.

Il romanzo sembra accettare un legame evolutivo tra uomo e bestia, ma insiste costantemente sull’ordine naturale in cui gli uomini bianchi sono superiori agli uomini e alle bestie dalla pelle scura, e gli uomini bianchi aristocratici sono superiori a tutti.

Sicuramente non leggerò altri libri della serie, sia per il finale sia perché sono convinta che la serie diventi ripetitiva con il passare del tempo e noi lettori non abbiamo tempo da perdere con l’infinita lista di libri ancora da leggere che ci aspetta.

Mi piacerebbe che realizzassero un adattamento cinematografico fedele all’originale, penso che sia una storia fantastica e non c’è assolutamente bisogno di cambiarla.

Trama di Tarzan delle scimmie

La storia ha inizio nel 1888, quando John Clayton, Lord Greystoke, viene inviato dal governo britannico in Africa occidentale per un’indagine riservata. Lo accompagna la giovane moglie, Alice Rutherford. Durante il viaggio a bordo del veliero Fuwalda, l’equipaggio, composto da criminali, si ammutina uccidendo gli ufficiali. Grazie all’intervento di Clayton in difesa di un marinaio, Black Michael, la vita dei coniugi viene risparmiata, ma i due vengono abbandonati su una costa selvaggia e remota.

In una capanna costruita da Clayton ai margini della foresta, nasce il loro figlio. Un anno dopo, Lady Alice muore per cause naturali, mentre Clayton viene ucciso poco dopo da Kerciak, il brutale capo di una tribù di scimmie antropoidi che assale la capanna. Il neonato viene salvato da Kala, una scimmia che ha appena perso il suo piccolo e che decide di adottare l’essere umano, chiamandolo Tarzan (“Pelle Bianca”).

“Il re degli scimmioni, dopo aver lasciato cadere a terra il corpo ormai inerte di John Clayton, lord Greystoke, volse la sua attenzione alla culla; ma Kala vi giunse prima, gli strappò di sotto il bimbo che egli stava per afferrare, e prima che avesse il tempo di trattenerla scappò a rifugiarsi su un albero.
Nel raccogliere il bimbo vivo di Alice Clayton, la scimmia aveva lasciato cadere nella culla vuota il suo piccolo. L’istinto della maternità che le gonfiava il seno aveva trovato immediatamente in quella creatura viva ciò che il suo piccolo morto non poteva darle più.”

Nonostante la sua debolezza fisica rispetto ai compagni, Tarzan cresce sviluppando un’agilità e una forza straordinarie, diventando un atleta formidabile. La sua intelligenza superiore lo porta a scoprire la capanna dei genitori, dove trova dei libri e, attraverso un abecedario illustrato, impara da solo a leggere e scrivere in inglese, senza però saper parlare la lingua. Con il tempo, impara a usare il coltello del padre e a fabbricare corde e lacci, strumenti che gli permettono di sconfiggere nemici letali come il gorilla Bolgani e la leonessa Sabor. Infine, Tarzan sfida e uccide Kerciak, diventando il nuovo Re degli Scimmioni.

“Fin dalla prima infanzia aveva usato le mani per saltare di ramo in ramo, come vedeva fare alla sua gigantesca madre; crescendo negli anni si era dedicato a quell’esercizio ogni giorno, per ore ed ore, balzando in alto, fra i rami, coi giovani della tribù.”

Anni dopo, la tranquillità della giungla è interrotta dall’arrivo di una tribù di indigeni, guidata da Mbonga, e successivamente da un gruppo di bianchi abbandonati da altri ammutinati. Tra questi ci sono il Professor Porter, sua figlia Jane Porter, il segretario Philander e William Cecil Clayton (ignaro cugino di Tarzan e attuale detentore del titolo di Lord Greystoke). Tarzan osserva i nuovi arrivati con curiosità e, attratto da Jane, inizia a proteggerli segretamente, portando loro cibo e difendendoli dalle belve. Il legame con Jane si consolida quando Tarzan la salva dal rinnegato Terkoz; sebbene lei non comprenda la sua lingua scimmiesca, percepisce la nobiltà del suo animo e se ne innamora.

“Ultima a metter piede a terra fu una fanciulla di una ventina d’anni; il giovanotto vestito di bianco l’attese presso la prora della lancia, la prese in braccio e la depose sulla sabbia in modo che ella non si bagnasse. La fanciulla lo ringraziò con un sorriso franco e grazioso; ma nessuno dei due disse una parola.”

Spoiler finale
Dopo che i bianchi vengono recuperati da un incrociatore francese, Tarzan salva l’ufficiale Paul D’Arnot dai cannibali di Mbonga. D’Arnot, per sdebitarsi, insegna a Tarzan a parlare (in francese) e le usanze della società civile. Attraverso lo studio delle impronte digitali presenti nel diario di Lord Greystoke, D’Arnot scopre che Tarzan è il legittimo erede del titolo dei Greystoke. Tarzan decide di seguire Jane in America, arrivando fino in Wisconsin. Qui salva nuovamente la fanciulla da un incendio e interviene per impedire che lei sposi per dovere il viscido Robert Canler, a cui il professor Porter deve molto denaro. Tarzan restituisce l’onore ai Porter consegnando loro il tesoro (recuperato in precedenza dai marinai dell’Arrow) che D’Arnot ha convertito in una lettera di credito.

Nonostante Jane ami Tarzan, ha ormai dato la sua parola a Cecil Clayton. Quando Tarzan riceve la conferma definitiva da D’Arnot di essere il vero Lord Greystoke, decide di non rivelare la sua identità per non privare Cecil del titolo e Jane di una posizione sociale sicura. Alla domanda di Cecil su come sia finito nella giungla, Tarzan risponde semplicemente di esservi nato e che sua madre era una scimmia, rinunciando alla sua eredità per amore.

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Trama di Tarzan delle scimmie

1
In mare

Ho appreso questa strana storia da un tale che non aveva alcuna ragione di raccontarla, né a me né ad altri. Il principio mi fu narrato in grazia di certe vecchie bottiglie di vino che ebbero il potere di sciogliere lo scilinguagnolo di quel tale; e, quanto al seguito, debbo esserne grato alla mia incredulità.

Infatti, quando il mio anfitrione, che mi aveva narrato la vicenda soltanto fino ad un certo punto, si accorse, nei giorni che seguirono, che io ero rimasto piuttosto scettico, fu spinto dal suo amor proprio a terminare il racconto incominciato sotto l’azione di quelle certe bottiglie, e a convalidarlo, anzi, appoggiandolo con prove convincenti, rappresentate da alcuni manoscritti, corrosi dall’umidità, e da un certo numero di aridi documenti dell’Ufficio Coloniale Britannico, che ne confermavano molti dei passi più importanti e bizzarri.

Naturalmente, io non mi faccio garante della sua autenticità, perché non ne fui testimone, ma il fatto che, nel riportarlo, io prenda la precauzione di dare nomi immaginari ai personaggi principali dimostrerà sufficientemente che i miei dubbi sono ora sfumati.

Tanto le carte ufficiali quanto le pagine gialle e un po’ ammuffite del diario di un uomo morto da molto tempo concordano perfettamente con quello che ho saputo dal mio ospite. Eccovi perciò la storia, desunta con gran fatica dalle varie fonti. Se così come sono riuscito a ricostruirla non vi sembrerà credibile, dovrete almeno riconoscere con me che è curiosa ed interessante, unica nel suo genere.

Dai documenti ufficiali e dal diario del morto risulta dunque che un giovine gentiluomo inglese, che chiameremo John Clayton, lord Greystoke, fu incaricato di una inchiesta di indole particolarmente delicata sulle condizioni di una colonia britannica nell’Africa occidentale, nella quale – a quanto si sapeva – un’altra potenza europea andava arruolando soldati per le sue truppe coloniali, che impiegava poi esclusivamente per l’incetta forzata di caucciù e avorio presso le tribù selvagge, lungo il Congo e l’Aruwimi.

Gli indigeni della colonia britannica si lagnavano che molti giovani delle loro tribù fossero adescati e condotti via con promesse brillanti, e che poi ben pochi tornassero, se pur ne tornava qualcuno, alle loro famiglie. Fra gli Inglesi di laggiù si diceva anche di peggio: ossia che quei miseri negri fossero in realtà tenuti come schiavi, giacché, quando la ferma era già terminata, gli ufficiali bianchi approfittavano dell’ignoranza di quei poveretti per far loro credere che avevano ancora parecchi anni da fare.


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