Sandro Veronesi – Il colibrì (Recensione)

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Il colibrì è un romanzo di Sandro Veronesi, pubblicato nell’ottobre 2019 da La nave di Teseo. Ha vinto il Premio Strega 2020 e nel 2019 è stato votato come “Libro del 2019” nella Classifica di Qualità organizzata ogni anno dal supplemento culturale La Lettura del Corriere della Sera. Narra la vita del dottor Marco Carrera, la vita di un uomo costellata di eventi insoliti e di disgrazie che colpiscono la sua famiglia. Racconta l’uomo dal suo interno. Racconta del colibrì.

“Quante persone sono seppellite dentro di noi?”

Marco Carrera è il protagonista ed è il colibrì. La sua è una vita di perdite e di dolore; il suo passato sembra trascinarlo sempre più a fondo come un mulinello d’acqua. Eppure Marco Carrera non precipita: il suo è un movimento frenetico per rimanere saldo, fermo e, anzi, risalire, capace di straordinarie acrobazie esistenziali. Il colibrì è un romanzo sul dolore e sulla forza struggente della vita, Marco Carrera è – come il Pietro Paladini di “Caos Calmo” – un personaggio talmente vivo e palpitante che è destinato a diventare compagno di viaggio nella vita del lettore. E, intorno a Marco Carrera, Veronesi costruisce un mondo intero, una galleria di personaggi indimenticabili, un’architettura romanzesca perfetta come i meccanismi di un orologio, che si muove tra i primi anni ’70 e il nostro futuro prossimo – nel quale, proprio grazie allo sforzo del colibrì, splenderà l’Uomo Nuovo.

“E ho capito, all’improvviso … che tu sei davvero un colibrì. Ma certo. È stata un’illuminazione: tu sei davvero un colibrì. Ma non per le ragioni per cui ti è stato dato questo soprannome: tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d’ali al secondo per rimanere dove già sei. Sei formidabile, in questo. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro. Ed ecco perché starti vicino è così bello.
E però, quello che a te viene naturale, agli altri riesce difficilissimo.
E però, la tendenza al cambiamento, anche quando è probabile che non porti nulla di meglio, fa parte dell’istinto umano, e tu non la concepisci.
E però, soprattutto, questo stare sempre fermi, facendo tutta quella fatica, a volte non è la cura, è la ferita. Ed ecco perché starti vicino è impossibile.”

Il colibrì è tra gli uccelli più piccoli al mondo, ha la capacità di rimanere quasi immobile, a mezz’aria, grazie a un frenetico e rapidissimo battito alare (dai 12 agli 80 battiti al secondo). La sua apparente immobilità è frutto piuttosto di un lavoro vorticoso, che gli consente anche, oltre alla stasi assoluta, prodezze di volo inimmaginabili per altri uccelli come volare all’indietro.

Nel modo in cui è strutturato è un romanzo originale, quasi sperimentale, la cronologia degli eventi non esiste, lascia a noi la ricostruzione, ma nello stesso tempo è tutto molto chiaro. I capitoli non seguono uno stile, possono essere molto diversi l’uno dall’altro, alcuni sono solo messaggi, email ed elenchi. I personaggi sono ben caratterizzati e talmente forti da prendere vita per conto loro, come protagonisti di altri libri. L’amore nel romanzo sembra percorrere quello dell’amore idealizzato e va anche oltre, l’innamoramento di quello che poteva essere, che poi sono gli amori che durano di più.

“Trentanove anni lui, trentadue lei, furono capaci di dormire nello stesso letto senza abbandonarsi a ciò che entrambi desideravano da anni, senza baciarsi, senza accarezzarsi, senza nemmeno toccarsi, senza fare proprio nulla. Due deficienti.”

Ho sentito parlare molto di questo libro e le frasi più comuni che accompagnano la presentazione sono: “la storia di un uomo comune”; “La storia di una vita come tante”. E no, la vita del protagonista non è poi così normale, è piena di situazioni comuni e messe insieme in un’ unica vita. Troppo. La caratteristica principale di questo personaggio è la resilienza, l’equilibrio che riesce a tenere tra vita e morte, tra gioia e dolore, ma quando tutto diventa troppo il suo carattere non basta, deve trovare un modo per non perdere quell’equilibrio che lo fa andare avanti, e allora ha bisogno di pensare che tutto deve avere un senso, un perché: “la sua mente si è illuminata: tutto, tutto è accaduto per uno scopo”.

Pur riconoscendo ed apprezzando la bellezza artistica del romanzo, emotivamente non l’ho amato come avrei dovuto, forse non era il momento giusto per leggerlo. Quello che mi è rimasto è malinconia e tedio. A parte i primi capitoli molto vivi che alimentano curiosità, il resto è stata una lettura sofferta, aprivo il libro per leggerlo con lo stesso entusiasmo di quando si deve prende una medicina amara.

Si può ben dire (1999)
Il quartiere Trieste di Roma è, si può ben dire, un centro di questa storia dai molti altri centri. È un quartiere che ha sempre oscillato tra l’eleganza e la decadenza, tra il lusso e la mediocrità, tra il privilegio e l’ordinarietà, e per adesso tanto basti: inutile descriverlo oltre, perché una sua descrizione potrebbe risultare noiosa, all’inizio della storia, addirittura controproducente. Del resto, la migliore descrizione che si può dare di qualunque posto è raccontare cosa vi succede, e qui sta per succedere qualcosa di importante.
Mettiamola così: una delle cose che succedono in questa storia dalle molte altre storie succede nel quartiere Trieste, a Roma, in una mattina di metà ottobre del 1999, in particolare all’angolo tra via Chiana e via Reno, al primo piano di uno di quei palazzi che appunto non staremo qui a descrivere, dove sono già successe migliaia di altre cose. Solo che la cosa che sta per accadervi è decisiva e, si può ben dire, potenzialmente esiziale per la vita del protagonista di questa storia. Dott. Marco Carrera, dice la targa apposta sulla porta del suo ambulatorio, specialista in oculistica e oftalmologia – quella porta che ancora per poco lo separa dal momento più critico della sua vita dai molti altri momenti critici. All’interno dell’ambulatorio, infatti, al primo piano di uno di quei palazzi eccetera, egli sta prescrivendo una ricetta a una vecchia signora malata di blefarite ciliare – collirio antibiotico, dopo un innovativo, anzi, rivoluzionario, si può ben dire, trattamento a base di N-acetilcisteina instillata nell’occhio che ha già risolto in altri suoi pazienti il problema più grave di questa patologia, e cioè la tendenza a cronicizzare. All’esterno, invece, il destino sta aspettando di travolgerlo per il tramite di un ometto basso di nome Daniele Carradori, calvo e barbuto, dotato però di uno sguardo – si può ben dire – magnetico, che tra poco si concentrerà sugli occhi dell’oculista instillandovi prima incredulità, poi sconcerto e infine un dolore che non potranno essere curati dalla sua (dell’oculista) scienza. È una decisione che l’ometto ormai ha preso, e che lo ha spinto fino alla sala d’attesa dove ora sta seduto a guardarsi le scarpe senza approfittare della ricca offerta di riviste nuove di zecca – non marce e vecchie di mesi – sparse sui tavolini. Inutile sperare che ci ripensi.
Ci siamo. La porta dell’ambulatorio si apre, la vecchia blefaritica varca la soglia, si volta a stringere la mano del dottore e se ne va verso il banco della segreteria a pagare la prestazione (120.000 lire), mentre Carrera fa capoccella per invitare il prossimo paziente. L’ometto si alza, si fa avanti, Carrera gli stringe la mano e lo fa accomodare. Il giradischi d’epoca marca Thorens ormai superato dai tempi – ma ai suoi, di tempi, cioè un quarto di secolo fa, uno dei migliori –, incastonato nello scaffale insieme al fido amplificatore Marantz e alle due casse in mogano AR6, sta riproducendo a volume bassissimo il disco di Graham Nash intitolato Songs for Beginners (1971), la cui enigmatica copertina, appoggiata al suddetto scaffale, e raffigurante il suddetto Graham Nash con una macchina fotografica in mano in un contesto di difficile decifrazione, risulta la cosa più vistosa di tutta la stanza. La porta si richiude. Ci siamo. La membrana che separava il dottor Carrera dal più potente urto emotivo di una vita ricca di altri potenti urti emotivi è caduta.
Preghiamo per lui, e per tutte le navi in mare.


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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