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Premio Strega Giovani 2026. Il Vincitore

28 Maggio 2026Updated:23 Giugno 2026Nessun commento10 Mins Read
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Premio Strega Giovani 2026. Il Vincitore

Il 27 maggio, una giuria composta da ragazze e ragazzi tra i 16 e i 18 anni, provenienti da oltre cento scuole secondarie superiori distribuite in tutta Italia e anche all’estero, ha scelto il vincitore della tredicesima edizione del Premio Strega Giovani 2026.

Il riconoscimento, assegnato ogni anno a uno dei libri candidati al Premio Strega, è stato conferito nel corso di una cerimonia condotta da Loredana Lipperini, e annunciato da Silvia Salis, Sindaca del Comune di Genova.

Ha vinto Michele Mari con I convitati di pietra (Einaudi), con 83 preferenze su un totale di 579 espresse. Al secondo posto si è classificato Marco Vichi con Occhi di bambina (Guanda), 74 voti e al terzo posto Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori), 65 voti. I tre libri sul podio ricevono un voto valido per entrare tra i finalisti al Premio Strega 2026.

Il libro vincitore è stato presentato da Vittorio Lingiardi con questa motivazione:

«La scuola è un tempo fuori dal tempo, possiede il futuro delle nostre vite. Un’epoca che tutti vorremmo osservare, alcuni conservare, nella sua forma sospesa, apparentemente compiuta. La figura che sostiene il romanzo di Michele Mari è quella dei compagni di scuola, convitati di pietra al tavolo infinito degli amori e delle malattie, del denaro e dell’azzardo. Mari inventa una scrittura spietata capace di pietas, tempera ogni parola senza manierismo, gioca con i vocaboli e ci fa giocare con loro, fin dai cognomi dell’appello che, come quelli delle squadre di calcio, popolano in ritmo di lista o di cantilena le anamnesi delle nostre esistenze. Ossessivo e toponomastico, intrapsichico e filmografico, “I convitati di pietra” è un romanzo nero che si fa gioco del tempo che passa. Un libro comico e corale che sarebbe piaciuto a Carlo Emilio Gadda.»

Michele Mari con I convitati di pietra (Einaudi).

Dopo la maturità, gli ex alunni della III A stringono un patto: versare denaro fino a quando resteranno solo tre superstiti, che vinceranno tutto. Col tempo, amicizia e rivalità si intrecciano in una sfida spietata, tra sospetti e ossessioni. Michele Mari racconta così il tempo che passa e le ambiguità dei legami.

Davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto? È questo che pensano gli ex alunni della III A quando, superato l’esame di maturità, siglano il «patto sciagurato» che li vincolerà fino all’ultimo giorno. Del resto il tempo della scuola è l’unico a rimanere immobile: anche dopo trent’anni non saranno le rughe o i chili in più a contraffare la sagoma di un vecchio compagno di banco. Ma quando di mezzo ci sono il demone della competizione e il miraggio di un premio favoloso le variabili si moltiplicano. E così un accordo nato quasi per scherzo si tramuta in una sfida senza esclusione di colpi per rimanere in vita il più possibile.

Michele Mari ha scritto un romanzo commosso e giocoso, svelando con perfido divertimento le pulsioni che si nascondono dentro l’amicizia. Perché in questa storia, prima di un imprevedibile finale, vale il contrario di quanto recita il proverbio: chi perde un amico trova un tesoro. 22 luglio 1975: la data fatidica in cui una classe del liceo, festeggiando con una cena il primo anniversario dell’esame di maturità, decide di stipulare un accordo di sangue e denaro.

Ognuno dei trenta ex alunni verserà tutti gli anni una cifra, e il capitale sarà investito in modo da generare – col trascorrere dei decenni – un’autentica fortuna. Il meccanismo è semplice: la riffa terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno godere del montepremi… Ma i rancori sopiti, gli amori taciuti, le promesse e le invidie nate sui banchi di scuola s’infiammano un anno dopo l’altro.

E quando ogni 22 luglio si rivedranno a cena, si informeranno dei malanni altrui per prevedere il prossimo di loro che passerà a miglior vita. Fino a trasformare i protagonisti di questa storia in giocatori seduti al tavolo di un’immaginaria roulette, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare».

E si sa che ogni gioco ha le sue regole e i modi per aggirarle: scommesse clandestine, tresche, sospetti, tentativi di omicidio, improbabili macumbe e soprattutto il Caso, che agisce scompigliando anche il piano meglio architettato. Michele Mari, mai così divertito e divertente, segue i suoi personaggi fino al 2050 e oltre, grazie a un ingranaggio affabulatorio che inchioda il lettore alla pagina.

Del resto tutti noi abbiamo vissuto la singolare ambiguità delle cene di classe, fatte di momenti prodigiosi in cui il tempo sembra essersi arrestato, anche se appena si scrosta la nostalgia quello che rimane è il disincanto di individui che poco hanno da spartire fra di loro. Senza rinunciare alle ossessioni che lo hanno fatto amare dal suo pubblico (i fumetti, il cinema, la mania tassonomica), questa volta Mari racconta la giovinezza, l’epoca in cui ci si crede immortali, e prendendo la rincorsa si sofferma a indagare le inquietudini della vecchiaia.

Tra “Compagni di scuola” e “Final Destination”, un romanzo a orologeria, il cui ticchettare incessante riflette sul tempo a nostra disposizione. «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro».

Il Premio Strega Giovani 2026 per la migliore recensione

Il Premio Strega Giovani per la migliore recensione a Brando Mazzella, studente dell’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Cristofaro Mennella” (Ischia), che ha ricevuto un buono libri del valore di 500 euro. La recensione al libro I convitati di pietra di Michele Mari:

“Le narrazioni più complesse non descrivono soltanto il reale, ma mostrano come gli individui costruiscono significato entro sistemi culturali instabili. L’opera si pone come una meditazione fenomenologica sulla finitudine, analizzando come il contratto sociale possa rovesciarsi in una scommessa agonistica sulla mortalità. La vicenda diventa metafora di una lotta darwiniana mascherata da rito borghese: una classe liceale che cristallizza il proprio legame non nel sentimento, ma in una “riffa della morte”. La narrazione costruisce un sistema in cui l’Altro è ridotto a variabile economica, trasformando il tempo in un countdown verso un’accumulazione di capitale che nessuno potrà realmente abitare. Sul piano simbolico, il testo problematizza la dialettica tra il memento mori e l’interesse composto. La fotografia di classe non è più un simulacro di giovinezza, ma una mappa necroscopica dove i volti sono cancellati con precisione rituale. La tensione tra la “terribile sublimità” del trapasso e la meschina contesa agonistica riflette un’alienazione profonda: i protagonisti si rifugiano in feticci culturali per sfuggire all’orrore della carne che decade. La struttura narrativa riflette un’estetica dell’enumerazione e del catalogo, simile a un registro notarile che alterna la fredda precisione dei necrologi alla densità simbolica delle ossessioni solipsistiche. La prosa costruisce una continua oscillazione tra la realtà concreta delle vie milanesi e la percezione interiore di un tempo che sembra ripiegarsi ciclicamente sull’anno dell’esame di Maturità. Il testo costringe il lettore a una partecipazione interpretativa attiva, quasi enciclopedica, dove ogni riferimento colto funge da ipertesto che amplia il campo semantico della “maledizione” che colpisce la classe. Il significato rimane volutamente instabile: la narrazione suggerisce che la vittoria finale non sia un trionfo, ma la condanna alla solitudine del sopravvissuto, unico custode di un mondo scomparso. Un limite risiede nella ridondanza del catalogo patologico, dove i dettagli clinici rischiano di opacizzare il ritmo drammatico a favore di una tassonomia del decadimento. In conclusione, l’opera si offre come una riflessione intensa sulla crisi dell’identità collettiva e sulla memoria come spazio di contesa spietata. Il significato profondo risiede nella constatazione che l’unico “tempo ritrovato” è quello di un’aula scolastica che continua a proiettare le sue ombre sul futuro. Resta una costruzione culturale memorabile sulla condizione umana, vista come un’ininterrotta ricerca di senso davanti al silenzio dell’ultimo sopravvissuto.”

Gli altri finalisti del Premio Strega Giovani 2026

Marco Vichi con Occhi di bambina (Guanda), proposto da Laura Bosio.

Nel 1985 Arianna, bambina di sette anni, deve scegliere tra la madre e la sicurezza dei nonni. Tra giochi e paure, cresce con il senso di precarietà e misteri irrisolti sul passato della madre. Un racconto vero e intenso sull’infanzia, tra fragilità e resilienza, capace di trovare luce anche nelle situazioni più difficili.

leggi la trama ...
Arianna ha sette anni quando la nonna le fa una domanda che potrebbe cambiare la vita di tutte e due: «Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?» Con i nonni Arianna sta bene, ha tantissimi giochi, può mangiare tutto quello che vuole e la notte può dormire in mezzo a loro nel lettone. Ma la mamma le manca…

Siamo nel 1985, e inizia così l’avventura di una bambina che non sa ancora quale sarà la sua odissea. Si scontrerà con il mondo dei grandi e con i loro litigi, anche se riuscirà a vivere quel che una bambina dovrebbe sempre vivere: giochi, amicizie, scuola, stupore e scoperta. Ma sullo sfondo rimane la sensazione costante di essere provvisori, di non poter mettere radici da nessuna parte, di dover restare sempre all’erta, pronti a fuggire. Chissà perché poi…

Cosa avrà fatto la mamma di così sbagliato, si chiede Arianna, per dover vivere con questa paura addosso? E chi è che la sta cercando? Un’incredibile storia vera raccontata con candore attraverso i ricordi di una bambina con un passato fuori dall’ordinario, un passato anche drammatico, che però non è riuscito ad avvelenarle l’anima. Un romanzo di rara intensità che esplora le fragilità e il coraggio dei più piccoli di fronte alle situazioni della vita, e la loro sorprendente capacità di trovare la luce nel buio.

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Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori), proposto da Roberto Saviano.

Una scrittrice, estranea al mondo della criminalità, è incaricata di intervistare ’o Nasone, temuto boss accusato di gravi delitti. L’incontro tra i due si trasforma in un confronto inatteso: dietro la ferocia emergono fragilità, ricordi e affetti. Tra diffidenza e coinvolgimento, la ricerca del figlio del boss diventa per lei un viaggio interiore, fino a riconoscere le proprie mancanze e il legame con la figlia.

leggi la trama ...
Chi è davvero ‘o Nasone, accusato di rapina a mano armata, associazione a delinquere, associazione mafiosa, 182 omicidi commessi e commissionati? Se lo chiede la scrittrice a cui il giornale dà l’incarico di intervistare proprio lui, il superboss. A lei che di criminalità non sa niente, che si è sempre occupata di adolescenti, tutt’al più cantanti, attrici, gente dello spettacolo. Il loro è l’incontro di due mondi lontanissimi che tali devono rimanere, almeno nelle intenzioni della protagonista.

Eppure, quando lui inizia a parlare, qualcosa cambia. Quest’uomo spietato che alleva colombi e crede negli ufo comincia a interessarla. Non tanto quando si sofferma sulle cronache di furti, sparatorie e vendette, piuttosto per la nostalgia che vibra nei racconti delle donne incontrate e perdute, degli amici morti ammazzati, degli affetti famigliari. Quando insomma, pur non rinnegando il proprio passato, il boss si mostra vulnerabile. Il dubbio: forse la sta manipolando? È sul piano dei rapporti affettivi che i due si incontrano: nelle ferite di genitori incerti, forse sbagliati.

Nel mistero dei figli con cui non sanno più comunicare e che temono di aver perso per sempre. Il confronto tra loro, pur sempre carico di diffidenza, si trasforma allora in un viaggio tra ricordi, confessioni, fraintendimenti e proiezioni, ma soprattutto rivelazioni su figli che non sono quello che loro credono. Così, quando la protagonista si trova a cercare le tracce del figlio del boss nelle strade di Napoli, capisce di cercare qualcun altro: sua figlia che le sta sfuggendo.

Nei quattro anni trascorsi dal suo più recente romanzo ci è mancato lo sguardo di Teresa Ciabatti, la sua cifra stilistica unica, la lucidità, l’ironia, l’equilibrio assoluto del fraseggio. Con l’intensità e l’anticonformismo radicale della sua scrittura, Ciabatti conduce una protagonista che le somiglia in territori a prima vista remoti e indecifrabili, per riportarla a casa più dolente e saggia, capace di riconoscere il baluginare dell’umano ovunque si presenti.

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