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Premi Letterari

Premio Strega 2026: le 12 opere finaliste

3 Aprile 2026Updated:9 Luglio 2026Nessun commento42 Mins Read
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Premio Strega 12 finalisti 2026

Gli Amici della Domenica, la storica giuria del Premio Strega, hanno selezionato le 12 opere finaliste per il Premio Strega 2026, tra i 79 libri di narrativa proposti e pubblicati in Italia tra l’1 marzo 2025 e il 28 febbraio 2026.

Il Premio Strega è un prestigioso riconoscimento letterario istituito nel 1947 all’interno del salotto letterario di Maria e Goffredo Bellonci, grazie al contributo di Guido Alberti, proprietario della celebre azienda produttrice del Liquore Strega, al quale il premio è intitolato e che tutt’ora lo sponsorizza. Dal 1986 la Fondazione Bellonci organizza e gestisce il premio. La scelta del vincitore avviene grazie al contributo di un gruppo di 800 uomini e donne di cultura, tra cui gli ex vincitori, i quali compongono la giuria denominata Amici della Domenica.

L’ ottantesima edizione del Premio Strega è iniziata. La cinquina dei finalisti sarà annunciata il 3 giugno 2026, a Benevento, al Teatro Romano, mentre la proclamazione del vincitore avverrà l’1 luglio dello stesso anno, al Campidoglio, la premiazione sarà trasmessa in diretta su Rai3.

Conosciamo le 12 opere finaliste del Premio strega 2026

  1. Maria Attanasio con La Rosa Inversa (Sellerio), proposto da Ottavia Piccolo.
  2. Ermanno Cavazzoni con Storia di un’amicizia (Quodlibet), proposto da Massimo Raffaeli.
  3. Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori), proposto da Roberto Saviano.
  4. Mauro Covacich con Lina e il sasso (La nave di Teseo), proposto da Edoardo Nesi.
  5. Michele Mari con I convitati di pietra (Einaudi), proposto da Vittorio Lingiardi.
  6. Matteo Nucci con  Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli), proposto da Giancarlo De Cataldo.
  7. Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi), proposto da Donatella Di Pietrantonio.
  8. Bianca Pitzorno con La sonnambula (Bompiani), proposto da Roberta Mazzanti.
  9. Christian Raimo con L’invenzione del colore (La nave di Teseo), proposto da Luciana Castellina.
  10. Elena Rui con Vedove di Camus (L’orma), proposto da Lisa Ginzburg.
  11. Nadeesha Uyangoda con Acqua sporca (Einaudi), proposto da Gaia Manzini.
  12. Marco Vichi con Occhi di bambina (Guanda), proposto da Laura Bosio.

Premio Strega Giovani

Anche quest’anno, i libri selezionati si contenderanno un posto d’onore nella dodicesima edizione del Premio Strega Giovani, un appuntamento ormai atteso e apprezzato non solo nel panorama letterario, ma anche nelle aule scolastiche. A decretare l’opera vincitrice sarà una giuria composta da oltre mille studentesse e studenti, provenienti da ben 125 scuole secondarie di secondo grado, distribuite tra l’Italia e l’estero, un esercito giovane, curioso e attento, che legge, riflette e vota. La proclamazione del libro vincitore è fissata per il 27 maggio 2026 al PalaCep di Genova.

Premio Strega Europeo

E’ stata svelata anche la cinquina finalista del Premio Strega Europeo, giunto alla sua dodicesima edizione, un traguardo che conferma il valore di un riconoscimento nato per celebrare la letteratura che attraversa confini e lingue.

  • Nathacha Appanah con La notte nel cuore, tradotto da Cinzia Poli (Einaudi), vincitrice del Prix Femina 2025 e Prix Goncourt des Lycéens 2025.
  • Leila Guerriero con La chiamata. Storia di una donna argentina, tradotto da Maria Nicola (SUR), vincitrice del Premio Zenda 2023-2024.
  • Isabella Hammad con Entra il fantasma, tradotto da Maurizia Balmelli (Marsilio), vincitrice dell’Encore Award 2024.
  • Tonio Schachinger con In tempo reale, tradotto da Francesca Gabelli (Sellerio), vincitore del Deutscher Buchpreis 2023.
  • Yael van der Wouden con Estranea, tradotto da Roberta Scarabelli (Garzanti), vincitrice del Women’s Prize for Fiction 2025.

L’annuncio del vincitore è atteso per domenica 17 maggio, nella cornice suggestiva del Circolo dei lettori di Torino, durante il Salone del Libro. Un appuntamento, condotta da Eva Giovannini, che non premia soltanto l’opera originale, ma che, come da tradizione, rende omaggio anche a chi ne ha reso possibile la lettura in italiano, valorizzando il delicato e creativo lavoro della traduzione. Un doppio sguardo sulla letteratura, quello dell’autore e quello di chi, con sensibilità e rigore, lo accompagna fino a noi.

Il Premio  verrà assegnato sulla base dei voti di 800 giurati, un corpo elettorale variegato e ben orchestrato, che rappresenta un microcosmo della società civile e culturale italiana. A comporlo, innanzitutto, 460 “Amici della domenica”, gli storici membri del premio, a cui si affiancano 245 votanti dall’estero, selezionati attraverso 35 Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Ognuno di questi istituti propone 7 giurati, scelti con cura tra studiosi, traduttori e appassionati della nostra lingua e letteratura, portando così una voce internazionale nella scelta del vincitore. A completare il mosaico, ci sono 30 voti collettivi, espressi da scuole, università e dai circoli di lettura delle Biblioteche di Roma, a cui si aggiungono 65 lettori forti, selezionati tra esponenti del mondo professionale e imprenditoriale. Un meccanismo complesso e affascinante, dove ogni voto è pensato per offrire una visione sfaccettata e autentica della letteratura che parla al presente.

I 12 libri finalisti in dettaglio

Maria Attanasio con La Rosa Inversa (Sellerio), proposto da Ottavia Piccolo.

In un palazzo siciliano, un uomo scopre un manoscritto del barone Henares, illuminista ribelle del Settecento. Amico di Cagliostro, fonda una loggia libertaria e sfida potere e religione. Tra amore e rivoluzione, emerge una storia che riflette il conflitto eterno tra progresso e conservazione, intrecciando passato e presente in un racconto colto e visionario.

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In un vecchio palazzo nobiliare di Calacte, città della Sicilia Orientale, all’inizio del Novecento un uomo scopre una stanza segreta. Qui trova custoditi i classici dell’Illuminismo, le opere dei «malpensanti del secolo ateo e libertino» come Voltaire, Diderot, Montesquieu e d’Alembert, accanto a simboli e insegne della massoneria. Ad attrarre la sua attenzione è un manoscritto, La Rosa Inversa, racconto autobiografico del barone Ruggero Henares, l’antico proprietario del palazzo. La sua è una storia incredibile rimasta a lungo nascosta.

Nato nel 1743, educato nel Collegio dei Gesuiti, Henares diventa amico di Giuseppe Balsamo, futuro alchimista ed esoterista col nome di Cagliostro; insieme verranno banditi per ordine del rigido padre Crisafulli, e sarà Henares, quando nel 1767 viene disposta l’espulsione dei Gesuiti dalla Sicilia, a esiliare l’odiato Crisafulli innescando la miccia della rivalsa. Sta per avere inizio un’epoca radicale e libertaria, turbamento di religiosi, conservatori e reazionari; Ruggero fonda la loggia La Rosa Inversa, dove si discute di uguaglianza e libertà, la sua sorte si lega a quella di Amalia, artista e amante libertina, con cui condivide letture e desideri.

Nel nucleo di questo vortice di gesta, avventure ed eventi, Maria Attanasio insedia un dispositivo di pensiero storico e filosofico che scruta nel passato e ragiona sul presente, sulla duratura guerra tra rinnovatori e nostalgici, esclusi e privilegiati, pragmatici e sognatori.

«Tra i pochi che hanno seguito l’esempio di Sciascia, di narrazioni di storie vere che si fanno romanzo quasi di per sé, per la loro intensità ed esemplarità» come ha scritto di lei Goffredo Fofi, Attanasio ha il gusto per la ricerca erudita e divertita, la sensibilità inventiva, uno sguardo pungente e beffardo; in questo romanzo che percorre il Sette-cento in Sicilia e non solo, l’immaginaria Calacte, nella realtà Caltagirone, diviene uno spazio di creazione letteraria e poetica, teatro di personaggi reali e di finzione: donne e uomini con le loro passioni e intelligenze, figure che emozionano mentre si ribellano alla loro epoca in una sfida che guarda al futuro.

La motivazione: «Il romanzo di Maria Attanasio inizia col ritrovamento di un manoscritto, da lì si torna indietro nel tempo, all’epoca dei lumi, nel pieno del conflitto tra ragione e religione, reazione e rivoluzione. Nelle pagine della Rosa Inversa, nulla è classico: la struttura del racconto, i personaggi, le loro peripezie, gli amori e le passioni, le amicizie e le ostilità, perché Attanasio, che da anni unisce alla sua voce di poetessa quella di scrittrice di romanzi, cerca nella lingua l’energia del gioco e della scoperta, vi introduce l’affronto dell’invenzione e l’accuratezza del ritratto che gode della filologia, del tempo sospeso di una ricerca tra le carte di un archivio. Da tutto questo scaturisce un racconto che parte dalla Sicilia e dall’Italia del Settecento e si proietta verso e oltre di noi, di nuovo stretti tra potenti e aggressivi despoti, di nuovo immersi nel vortice di un mondo che sull’orlo del cambiamento alterna speranza e disperazione, coraggio e depravazione.»

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Ermanno Cavazzoni con Storia di un’amicizia (Quodlibet), proposto da Massimo Raffaeli.

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Questo è un libro di avventure successe a Gianni Celati (1937-2022) e all’autore, un libro di passioni letterarie, e di tanti altri personaggi un po’ svitati, incontrati o transitati nei loro pressi; un libro sulla vita con le sue magie, con le vicende più memorabili, e il cammino fatale verso la fine, quando il tempo concesso scade.

È la storia della loro amicizia, un po’ divertente un po’ struggente, un antidoto contro qualsiasi atteggiamento insincero, nell’arte e nella vita, oggi che tutti sgomitano per stare in vetrina a sproloquiare.

Gianni Celati, oltre che amico, è stato un magistrale scrittore del secondo Novecento, che senza appartenere a nessuna corrente, ha però suggestionato tanti altri più giovani autori, che infatti qui compaiono coi loro tic, le loro manie, le scempiaggini, le benemerenze.

È la descrizione di un’epoca, passata come un sogno, già volato via, che si è posato su queste pagine, con la delicatezza dei ricordi. E non è una biografia, né un libro di critica, ma la favola di un’amicizia autentica, con tutto il suo bello e il suo inevitabile, mesto finale.

La motivazione: «Scritto in un’unica presa di fiato, Storia di un’amicizia è la memoria di un sodalizio umano e letterario ma è anche un personale atto di devozione alla letteratura. Perché Ermanno Cavazzoni, per il tramite del suo lungo rapporto con Gianni Celati, non mira tanto a ribadire una comune poetica quanto a testimoniare una scrittura ritmata sul respiro, sui moti elementari e sui fatti più usuali della vita quotidiana. Dunque il tracciante che delinea la vicenda di Celati qui è il segno dell’esistenza in sé, con le sue luci intermittenti che, pulsando, si espongono in ogni momento alla violenza del buio: ma proprio questo ne segnala la veridicità cioè una conquistata naturalezza.»

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Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori), proposto da Roberto Saviano.

Una scrittrice, estranea al mondo della criminalità, è incaricata di intervistare ’o Nasone, temuto boss accusato di gravi delitti. L’incontro tra i due si trasforma in un confronto inatteso: dietro la ferocia emergono fragilità, ricordi e affetti. Tra diffidenza e coinvolgimento, la ricerca del figlio del boss diventa per lei un viaggio interiore, fino a riconoscere le proprie mancanze e il legame con la figlia.

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Chi è davvero ‘o Nasone, accusato di rapina a mano armata, associazione a delinquere, associazione mafiosa, 182 omicidi commessi e commissionati? Se lo chiede la scrittrice a cui il giornale dà l’incarico di intervistare proprio lui, il superboss. A lei che di criminalità non sa niente, che si è sempre occupata di adolescenti, tutt’al più cantanti, attrici, gente dello spettacolo. Il loro è l’incontro di due mondi lontanissimi che tali devono rimanere, almeno nelle intenzioni della protagonista.

Eppure, quando lui inizia a parlare, qualcosa cambia. Quest’uomo spietato che alleva colombi e crede negli ufo comincia a interessarla. Non tanto quando si sofferma sulle cronache di furti, sparatorie e vendette, piuttosto per la nostalgia che vibra nei racconti delle donne incontrate e perdute, degli amici morti ammazzati, degli affetti famigliari. Quando insomma, pur non rinnegando il proprio passato, il boss si mostra vulnerabile. Il dubbio: forse la sta manipolando? È sul piano dei rapporti affettivi che i due si incontrano: nelle ferite di genitori incerti, forse sbagliati.

Nel mistero dei figli con cui non sanno più comunicare e che temono di aver perso per sempre. Il confronto tra loro, pur sempre carico di diffidenza, si trasforma allora in un viaggio tra ricordi, confessioni, fraintendimenti e proiezioni, ma soprattutto rivelazioni su figli che non sono quello che loro credono. Così, quando la protagonista si trova a cercare le tracce del figlio del boss nelle strade di Napoli, capisce di cercare qualcun altro: sua figlia che le sta sfuggendo.

Nei quattro anni trascorsi dal suo più recente romanzo ci è mancato lo sguardo di Teresa Ciabatti, la sua cifra stilistica unica, la lucidità, l’ironia, l’equilibrio assoluto del fraseggio. Con l’intensità e l’anticonformismo radicale della sua scrittura, Ciabatti conduce una protagonista che le somiglia in territori a prima vista remoti e indecifrabili, per riportarla a casa più dolente e saggia, capace di riconoscere il baluginare dell’umano ovunque si presenti.

La motivazione: «In questo romanzo Teresa Ciabatti dà conferma della sua capacità unica di raccontare gli interni delle esistenze, di dare sostanza agli aspetti chiaroscurali, di metterci di fronte degli specchi in cui riconoscere parti di noi che forse preferiremmo non guardare. La voce narrante vuole suscitare sensazioni, scatenare cortocircuiti, portare a galla contraddizioni quotidiane. E lo fa mettendo in scena un antagonista estremo. Nel farlo, la stessa protagonista si mette in discussione: ciò che ascolta la avvelena e, da un certo punto in poi, l’aiuta. Ciabatti ha il potere di trasformare in valore letterario ciò che dal punto di vista prettamente cronachistico risulterebbe residuale, riesce ad accedere a una dimensione privata e a elevarla a un livello universale. La prosa è fulminea, fa pensare a Joan Didion, segue con rapidità gli eventi, con il metodo della cronista e dell’antropologa dei sentimenti. Racconta tutto ciò che gli altri non possono vedere.»

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Mauro Covacich con Lina e il sasso (La nave di Teseo), proposto da Edoardo Nesi.

Nella periferia di Roma, Lina, bambina speciale, illumina la vita della madre Elena e di Max, scrittore fragile che le si affeziona profondamente. Intorno a loro ruotano relazioni instabili e desideri nascosti, come quelli di Carlotta. Tra amore, inquietudine e scelte imprevedibili, la storia diventa una favola moderna sui legami e sulle trasformazioni interiori.

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Lina è una bambina di nove anni, è diversa dai suoi compagni di scuola ma è capace di accendere il cosmo intorno a lei. Sua madre Elena, dopo la separazione dall’ex marito, la cresce nella periferia di Roma insieme al nuovo compagno, Max, uno scrittore in crisi. Max si affeziona a Lina, va a prenderla a scuola, le racconta le fiabe, la osserva complice dei suoi misteriosi comportamenti e, soprattutto, la difende dalle cattiverie del mondo.

Nel frattempo Carlotta, l’ex di Max, affianca alla sua carriera di colta intervistatrice di successo una vita parallela di trasgressivi incontri notturni, finché i due mondi non sembrano pericolosamente incontrarsi. Nell’impossibile equilibrio di queste forze, ogni piccolo accadimento può generare un terremoto che apre all’amore i corpi dei protagonisti, nella forma dolce di un mazzo di rose inviato da un ammiratore segreto, o in quella terribile di un marchio d’infamia.

Mauro Covacich compone un romanzo dalla geometria perfetta, una favola moderna sulle combinazioni imprevedibili dei sentimenti che riscrivono le nostre vite, rischiarata da una bambina la cui luce brilla, acceca, colpisce. Seguendo la scia di Lina, inevitabilmente, ci ritroviamo addosso un poco della polvere iridescente che semina tra queste pagine.

La motivazione: «Certamente merita Lina e il sasso, l’ultimo romanzo di Mauro Covacich, d’essere candidato al Premio Strega 2026. Racconta l’umanità, il nostro. La fradicia, noncurante, disperata umanità dei protagonisti di questa storia, monadi smarrite nella periferia di una Roma enorme e irriconoscibile che così diaccia e vera può esser dipinta solo da chi non v’è nato, da uno straniero in terra straniera com’è il triestino Covacich, autore di questo romanzo frammentato e coraggioso che si incarica di restituirci il senso profondo di una contemporaneità senza speranza, della macerazione continua dell’anima che si prova ogni giorno a vivere questo presente.»

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Michele Mari con I convitati di pietra (Einaudi), proposto da Vittorio Lingiardi.

Dopo la maturità, gli ex alunni della III A stringono un patto: versare denaro fino a quando resteranno solo tre superstiti, che vinceranno tutto. Col tempo, amicizia e rivalità si intrecciano in una sfida spietata, tra sospetti e ossessioni. Michele Mari racconta così il tempo che passa e le ambiguità dei legami.

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Davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto? È questo che pensano gli ex alunni della III A quando, superato l’esame di maturità, siglano il «patto sciagurato» che li vincolerà fino all’ultimo giorno. Del resto il tempo della scuola è l’unico a rimanere immobile: anche dopo trent’anni non saranno le rughe o i chili in più a contraffare la sagoma di un vecchio compagno di banco. Ma quando di mezzo ci sono il demone della competizione e il miraggio di un premio favoloso le variabili si moltiplicano. E così un accordo nato quasi per scherzo si tramuta in una sfida senza esclusione di colpi per rimanere in vita il più possibile.

Michele Mari ha scritto un romanzo commosso e giocoso, svelando con perfido divertimento le pulsioni che si nascondono dentro l’amicizia. Perché in questa storia, prima di un imprevedibile finale, vale il contrario di quanto recita il proverbio: chi perde un amico trova un tesoro. 22 luglio 1975: la data fatidica in cui una classe del liceo, festeggiando con una cena il primo anniversario dell’esame di maturità, decide di stipulare un accordo di sangue e denaro.

Ognuno dei trenta ex alunni verserà tutti gli anni una cifra, e il capitale sarà investito in modo da generare – col trascorrere dei decenni – un’autentica fortuna. Il meccanismo è semplice: la riffa terminerà quando saranno rimasti in vita soltanto tre compagni di classe, e a quel punto i superstiti potranno godere del montepremi… Ma i rancori sopiti, gli amori taciuti, le promesse e le invidie nate sui banchi di scuola s’infiammano un anno dopo l’altro.

E quando ogni 22 luglio si rivedranno a cena, si informeranno dei malanni altrui per prevedere il prossimo di loro che passerà a miglior vita. Fino a trasformare i protagonisti di questa storia in giocatori seduti al tavolo di un’immaginaria roulette, «per i quali indovinare un numero significa desiderarlo, se non altro per poter continuare a giocare».

E si sa che ogni gioco ha le sue regole e i modi per aggirarle: scommesse clandestine, tresche, sospetti, tentativi di omicidio, improbabili macumbe e soprattutto il Caso, che agisce scompigliando anche il piano meglio architettato. Michele Mari, mai così divertito e divertente, segue i suoi personaggi fino al 2050 e oltre, grazie a un ingranaggio affabulatorio che inchioda il lettore alla pagina.

Del resto tutti noi abbiamo vissuto la singolare ambiguità delle cene di classe, fatte di momenti prodigiosi in cui il tempo sembra essersi arrestato, anche se appena si scrosta la nostalgia quello che rimane è il disincanto di individui che poco hanno da spartire fra di loro. Senza rinunciare alle ossessioni che lo hanno fatto amare dal suo pubblico (i fumetti, il cinema, la mania tassonomica), questa volta Mari racconta la giovinezza, l’epoca in cui ci si crede immortali, e prendendo la rincorsa si sofferma a indagare le inquietudini della vecchiaia.

Tra “Compagni di scuola” e “Final Destination”, un romanzo a orologeria, il cui ticchettare incessante riflette sul tempo a nostra disposizione. «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro».

La motivazione: «La scuola è un tempo fuori dal tempo, possiede il futuro delle nostre vite. Un’epoca che tutti vorremmo osservare, alcuni conservare, nella sua forma sospesa, apparentemente compiuta. La figura che sostiene il romanzo di Michele Mari è quella dei compagni di scuola, convitati di pietra al tavolo infinito degli amori e delle malattie, del denaro e dell’azzardo. Mari inventa una scrittura spietata capace di pietas, tempera ogni parola senza manierismo, gioca con i vocaboli e ci fa giocare con loro, fin dai cognomi dell’appello che, come quelli delle squadre di calcio, popolano in ritmo di lista o di cantilena le anamnesi delle nostre esistenze. Ossessivo e toponomastico, intrapsichico e filmografico, “I convitati di pietra” è un romanzo nero che si fa gioco del tempo che passa. Un libro comico e corale che sarebbe piaciuto a Carlo Emilio Gadda.»

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Matteo Nucci con  Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli), proposto da Giancarlo De Cataldo.

Romanzo che racconta la vita di Platone dall’infanzia ad Atene segnata dalla guerra, fino all’incontro decisivo con Socrate. Tra dolori, viaggi e passioni, emerge un uomo in cerca di giustizia e verità, guidato dall’amore e dalla filosofia. Un ritratto intenso e umano del pensatore e del suo tempo.

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È un mattino d’estate del 415 a.C. e su un masso che sporge sopra il porto del Pireo sono appollaiati quattro ragazzini. Il canto delle cicale copre il brusio della folla. C’è aria di festa, ma la guerra incombe, e i quattro tacciono, assorti. Tra loro c’è un dodicenne dallo sguardo febbrile. Si chiama Aristocle e, cinque anni più tardi, per via delle ampie spalle, prenderà un nome destinato all’eternità: Platone. Accanto a lui, in quel mattino decisivo, l’uomo che ne racconta la storia. Questa storia. Una storia d’amore.

È un romanzo di verità, quello che avete in mano. Un romanzo che per la prima volta ripercorre la vita del più grande filosofo di sempre. Bambino timido e facile all’ira, all’inizio. Sofferente per la morte prematura del padre, dominato da una madre onnipresente, e accudito da una sorella che lo accompagna nel mondo senza darlo a vedere, il ragazzo scruta le vicende del suo tempo con occhi onnivori e assiste attonito alla sconfitta di Atene contro Sparta.

Gli zii lo invitano a partecipare a un’operazione politica sanguinaria, ma resiste. Ha conosciuto Socrate, infatti, l’uomo più strano di Atene, e con lui si consegna alla filosofia. La filosofia però non basta, Socrate viene condannato a morte. Platone allora parte verso Cirene e l’Egitto per trovare la sua strada. Sarà una strada retta e tortuosa assieme. Ciò che la segna, tuttavia, è l’eros, l’amore sensuale vissuto con ragazzi lascivi e uomini dalla mente brillante, e l’amore totalizzante, la passione sublime, il motore più potente dell’animo umano.

Con il suo stile inconfondibile, Matteo Nucci ci regala un romanzo fuori dal tempo, frutto di anni di studio e di sana ossessione, con cui riesce a farci superare di nuovo la linea d’ombra della letteratura, rendendo la nostra esperienza di lettori un capitolo di vita epico, erotico, illuminante. Scopriamo in Platone un uomo sempre in lotta per realizzare giustizia e felicità, un “atleta dell’anima”. Seguendone dolori, fallimenti e amori, alla fine di questa lettura travolgente, ci ritroveremo diversi: cambiati nel profondo da uno scrittore filosofico capace di sfidare ogni luogo comune pur di dare a noi la possibilità di rimettere sempre in gioco il nostro modo di vivere il tempo che ci è concesso.

Amare sempre, per sempre. Lottare per la giustizia con tutto l’amore che c’è. Di Due Uno. Terra e Cielo. Non c’è altro da fare.

La motivazione: «Propongo la candidatura di Platone. Una storia d’amore perché sono rimasto emozionato e turbato dal respiro narrativo, dalla profondità argomentativa e dalla qualità letteraria del romanzo di Matteo Nucci. Ho amato la dimensione corporea di questo romanzo: qui si respirano odori, si lascia che la mano scivoli lungo corpi sudati, si cede all’ebbrezza, ci si immerge nello Ionio, si avvertono sulla pelle i brividi inquietanti dello scirocco. Merito della scrittura visionaria, a un tempo affilata e barocca, dell’autore: la sua lingua non descrive paesaggi, ma edifica universi. Nucci ci trasporta nella Grecia creatrice del Mito, ci fa toccare con mano lo splendore del teatro e la miseria della guerra, ci consente di assistere in diretta alla nascita della democrazia, senza nasconderne l’originaria fragilità. La sua ideale macchina del tempo ci consegna un Platone che oscilla fra ardori giovanili e matura consapevolezza. Ma nel suo divenire, il giovane Aristocle, che diverrà Platone, non sacrificherà mai amore e bellezza sull’altare della saggezza: perché una saggezza che si esaurisce nella ribalda prepotenza del corpo o nei raggelanti labirinti dell’intelligenza, è destinata a disseccarsi in uno sterile avvicendarsi di declamazioni tanto reboanti, quanto superficiali. Nucci segue dunque, e noi con lui, la ricerca di Platone, sino a una rivelazione che percuote tanto l’uomo che il filosofo: il senso della vita è nella ricerca del senso. Non un colpo di scena: piuttosto, il logico sviluppo del progredire di un’anima ossessionata dai massimi interrogativi esistenziali. Aristocle è l’adolescente di buona famiglia, ed è Platone dalle larghe spalle. È il ragazzo che scopre gli amori proibiti del Pireo, ed è l’eccelso padre della cultura occidentale, il maestro di Aristotele. Aristocle è Platone, l’uomo è il filosofo, e viceversa. E dunque l’essenza di questa eterna ricerca sta nella tensione verso l’unità degli opposti, laddove la vetta più algida e pura reca la traccia indelebile degli odori pesanti del più acre angiporto, e purezza e lussuria si fondono nella tensione verso un ideale che è forse irraggiungibile. Si direbbe una fatica vana: Platone e Matteo Nucci non la vedono così. E ci esortano a non rassegnarci.»

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Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi), proposto da Donatella Di Pietrantonio.

Romanzo autobiografico di Alcide Pierantozzi, racconta la vita di un uomo segnato da disturbi psichici tra paranoia, dissociazione e solitudine. Tra Abruzzo e ricordi di Milano, emerge una lotta quotidiana per restare lucido. Una narrazione cruda e intensa sul disagio mentale e sul bisogno di dare un nome al dolore.

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«Il problema era che io aspettavo i corvi, e invece arrivavano i pensieri». Cosa accade quando la realtà si smaglia, e lascia entrare l’allucinazione? Quando la paura ti avvinghia e si accorcia il respiro? Quando l’unico modo che hai per stare al mondo è vivere su un precipizio, nello «sbilico» delle cose?

Alcide Pierantozzi si è immerso in quel precipizio, e ne è uscito stringendo tra le mani un libro unico, letterario e ossessivo, capace di raccontarci per la prima volta in modo crudo e vero, “da dentro”, un male che è di molti. Una storia di una potenza disarmante, che urtica e lenisce insieme, e che una volta iniziata pretende di essere letta fino all’ultima parola. O bevuta fino all’ultima goccia, come una medicina.

Alcide ha quarant’anni, a volte dorme ancora con sua madre, prende sette pasticche al giorno (cinque la mattina e due dopo cena), ed è considerato «un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido». È un essere umano «difettoso» tra i tanti, ma i suoi difetti stanno tutti dentro quattro pagine di diagnosi controfirmate da uno dei più famosi psichiatri italiani: «disturbo bipolare», «spettro dell’autismo», «dissociazione dell’io», «antipsicotici», «pensieri di mancata autoconservazione»…

Dal suo esilio in una cittadina dell’Abruzzo, dove ogni cosa sembra da sempre uguale a sé stessa, Alcide ci racconta il tempo melmoso delle sue giornate. Le ore in spiaggia, o a sfinirsi in palestra, dove va per riguadagnare in muscoli quello che ha perso in lucidità mentale. Soprattutto ci racconta – con tutta la chimica che ha in testa – cosa accade quando l’equilibrio psichico s’incrina: l’innesco della paranoia, la percezione che si sdoppia, il modo in cui il tempo fermo di un’attesa non è mai davvero fermo, perché è lì che arrivano i pensieri.

Nel suo resoconto si alternano momenti di un “prima” a Milano, la città che da sola sembrava poterlo tenere in vita, e di un “prima ancora”, un’infanzia in cui tutto faceva già troppo male ma a salvarlo c’erano la nonna, la bicicletta, tutto uno zoo di animaletti di campagna. Nel presente, invece, c’è la vita con sua madre, che è insieme origine, scandaglio e unico argine possibile delle sue psicosi. E poi c’è l’ossessione per le parole: la ricerca quotidiana in biblioteca, nei dizionari, nei libri, dei termini esatti, che sappiano ridurre l’irriducibile, nominare l’innominabile.

Questa è la storia di uno sperdimento, una storia che possiede il dono e la condanna di saper parlare davvero a chiunque. A chiunque, almeno una volta, non si sia riconosciuto nel proprio riflesso allo specchio; a chiunque abbia sentito la realtà passargli accanto come un vento laterale; a chiunque abbia messo in dubbio la fondatezza dei propri pensieri e dei propri desideri.

Sono pagine brucianti, che Alcide Pierantozzi ha scritto come se il suo corpo fosse un sismografo, registrando il disagio psichico nella sua forma più pura, descrivendo la violenza – poetica e brutale – di una mente smarrita che cerca di trovare una stabilità impossibile, ma che sempre, sempre, prova a salvarsi. “Lo sbilico” dà voce a un bisogno collettivo fortissimo: quello di nominare con precisione il malessere psicologico, l’alienazione, la medicalizzazione e la solitudine.

Un’impresa che può fare soltanto la grande letteratura. «Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi».

La motivazione: «Lo sbilico è il punto di rottura della mente, una linea di faglia, l’estremo ancora nominabile. Solo chi conosce quell’orlo smarginato per averlo sentito cedere sotto i passi può tornare indietro dal non ritorno e prestargli una voce vera con gli strumenti della letteratura. Alcide Pierantozzi viene a noi da quel punto di flesso ignorato, viene a raccontarci l’apocalisse dei nervi umani e degli animali, che nessuno aveva colto prima con una tale prossimità da vivente a viventi. Soltanto sua è questa lingua di parole mai viste, vertiginose e spellate, che guizzano funamboliche sulla pagina. Lo sbilico è un romanzo che turba e scomoda, mentre cura. Lo stavamo tutti aspettando, senza saperlo.»

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Bianca Pitzorno con La sonnambula (Bompiani), proposto da Roberta Mazzanti.

Romanzo di Bianca Pitzorno che segue Ofelia, dotata di visioni fin dall’infanzia. Fuggita da un matrimonio pericoloso, si reinventa in Sardegna come “sonnambula” che predice il futuro. Tra mistero e realtà, la sua storia intreccia indipendenza, desideri femminili e il confronto con un passato che ritorna.

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Una bambina abitata da un dono. Quattro donne che vogliono conoscere il loro futuro. Un romanzo sul potere del pensiero femminile.

Di rado il destino si rivela fin dall’infanzia: ma è proprio quello che accade alla protagonista di questo romanzo, preda fin da bambina di svenimenti improvvisi dai quali si risveglia con il presagio di un evento futuro. I genitori cercano di tenere nascosto questo suo dono e sperano che un buon matrimonio possa metterla al sicuro: e invece è proprio quel matrimonio il luogo più pericoloso per lei, che sarà costretta a fuggire più lontano che può per ricostruirsi una vita contando solo sulle proprie forze.

Comincia così, in una città della Sardegna, l’avventura di Ofelia Rossi, “rinomata sonnambula”, donna sola e fiera, che nel suo salotto in via del Fiore Rosso si guadagna da vivere offrendo vaticini per il prezzo di 5 lire. Le sue clienti sono perlopiù signore che covano nell’animo inquietudini e desideri per sé stesse o per coloro che amano.

La sonnambula le fa parlare, le sa ascoltare, poi simula una trance, impugna una penna d’oca e scrive il suo responso. Fino a quando cominciano a verificarsi eventi che sfuggono anche alla sua sapiente regia, e il passato torna a bussare alla sua porta…

Ispirandosi a un ritaglio di giornale di fine Ottocento, Bianca Pitzorno gioca con gli archetipi del romanzo d’avventura e d’amore, intinge la penna nel gotico e nel picaresco per scrivere un romanzo brulicante di vita, onirico, ironico e politico insieme. Abitata da visioni misteriose, la sonnambula è al tempo stesso aliena da ogni superstizione, capace di affrontare con dignità e coraggio il suo destino di donna sola in un mondo ostile.

Attraverso la sua straordinaria avventura Bianca Pitzorno celebra il potere della mente umana e ci ricorda che grazie alla nostra forza d’animo, razionalità e fantasia siamo noi a scrivere le nostre vite.

La motivazione: «Non chiedetevi a quale genere appartiene questo romanzo, ma abbandonatevi al piacere di una narrazione che Bianca Pitzorno mantiene in equilibrio tra realtà e invenzione: come un’acrobata tra romanzo picaresco, sentimentale, fantastico e storico, riattraversa tradizioni popolari e colte, ne ribalta le convenzioni e ci trascina in una sarabanda sorprendente, dove ogni frammento si fonda su un dato storico e si fonde con l’invenzione romanzesca. La vicenda della Sonnambula nella Sardegna di fine Ottocento sfugge al pittoresco perché radicata in ricerche d’archivio e memorie familiari; evita gli stereotipi del femminile perché le protagoniste sono donne normali ed eccentriche, che nei consulti con la Sonnambula trovano il coraggio di sottrarsi alla sottomissione ai costumi tradizionali. Geniale è la rappresentazione della relazione fra la Sonnambula e le sue clienti come una “terapia di parola”: forse nessun potere sovrumano, ma la capacità di ascoltare e trarre consigli preziosi. Così il lettore sospende l’incredulità di fronte a personaggi reali più fantastici degli inventati, fino al lieto fine che rovescia i ruoli di genere nella libertà nomade del circo.»

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Christian Raimo con L’invenzione del colore (La nave di Teseo), proposto da Luciana Castellina.

Un uomo indaga sul padre Raffaele, legato alla rivoluzione del cinema e alla Technicolor, riemerso nei suoi sogni dopo la morte. Tra memoria e presente, ricostruisce la propria identità e il legame familiare, attraversando storia personale e collettiva. Un romanzo su eredità, nostalgia e rinascita.

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Fin da bambino, il protagonista di questo romanzo sa che suo padre Raffaele ha inventato qualcosa che ha rivoluzionato la storia del cinema. È sempre rimasto una specie di segreto di famiglia, una leggenda privata. Gli torna in mente quando in una caldissima primavera sogna quasi tutte le notti suo padre, morto dieci anni prima. In questi sogni – lucidi e pervasivi – Raffaele è ancora vivo, semplicemente se n’è andato via di casa, senza una spiegazione.

Quel bambino, che si chiama Christian e oggi ha cinquant’anni, si sente costretto a ricercarne il senso, e comincia un’indagine tenera e impacciata, un giallo famigliare che è anche un romanzo di formazione fuori tempo massimo. Professore di liceo, sospeso tra i rapporti impossibili e comici con i suoi studenti e le infinite spirali sentimentali della storia con la sua ex compagna, Christian vede di colpo la propria vita intrecciarsi con l’ombra di un padre a cui si accorge, solo ora, di assomigliare più di quanto abbia mai creduto.

Nelle vesti di un Telemaco contemporaneo, si ritrova a inseguire le tracce del padre nella storia privata e pubblica, come se il Novecento fosse un unico lunghissimo racconto proiettato sul grande schermo: le vacanze al paese dei nonni negli anni ottanta e i film di Bud Spencer e Terence Hill, Apocalypse Now e la crisi economica, la prima volta in cui si sono conosciuti i suoi genitori e Scene da un matrimonio di Bergman, e soprattutto la Technicolor, l’azienda a cui il padre ha dedicato la sua esistenza e che ha cambiato l’immaginario planetario e i destini della loro famiglia.

L’invenzione del colore è il romanzo di un’Italia contemporanea in cui la nostalgia può diventare immaginazione, il racconto di una classe operaia che trova il paradiso e nasconde l’inferno, un’epopea industriale che nel suo declino non ha risparmiato i propri eroi, la ricerca di una ragazza indecifrabile e la riscoperta dell’amore per un padre che sembra sfuggito tutta la vita ai suoi affetti e alla felicità. È, ancora e soprattutto, un libro sulle generazioni che si confidano solo nei momenti di fragilità, per rivelare la forza che muove ogni possibile rinascita.

La motivazione: «Il colore lo inventò la mitica Technicolor, uno stabilimento sulla Tiburtina, fra i primi della prima industrializzazione di Roma, un laboratorio quasi artigianale che colorò, rendendolo ancora più avvincente, il nuovo immaginario che aveva conquistato la mia generazione, quello prodotto dal cinema. Su Christian Raimo, che adulto diventa quando quella fascinazione stava già declinando, la Technicolor produce un effetto diverso. Perché uno degli artefici di quel miracolo era stato suo padre Raffaele, uscito presto dalla scena della sua vita, ma la cui memoriae lo spinge adesso sempre più spesso a ricercarne le tracce.  L’esperienza di Christian è stata diversa, segnata da una militanza politica che si proponeva di trasfigurare non soltanto l’intera società ma l’immaginario dei nostri desideri e dei nostri sogni, e che ora, nel tempo in cui tutto è rimesso in discussione, lo porta dentro l’intimo della crisi, con tutte le sue contraddizioni e le sue incertezze, ma anche le scoperte. Un buio doloroso, ma anche molto “colorato”. L’invenzione del colore è un romanzo che parla di amore, di malattia, di lotte, di lavoro, di famiglia, di cinema, di scuola, di Dio. Ne parla pensando a quello che abbiamo perduto: la capacità di trovare nell’intelligenza collettiva della “classe operaia più colta e intelligente del mondo” un’ispirazione per trasfigurare non soltanto l’intera società ma l’immaginario dei nostri desideri e dei nostri sogni. Ne emerge un testo pieno di interrogativi che il narratore fa a sé stesso e al mondo, da cui è difficile non rimaner coinvolti.»

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Elena Rui con Vedove di Camus (L’orma), proposto da Lisa Ginzburg.

Il romanzo prende avvio dalla morte di Albert Camus nel incidente stradale del 4 gennaio 1960 in Borgogna e racconta il dolore di quattro donne che lo amarono. Tra voci e ricordi, emerge un ritratto complesso dell’amore, lontano da certezze morali, che esplora contraddizioni, legami e fragilità umane.

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Il 4 gennaio 1960, la Facel Vega guidata dal celebre editore Michel Gallimard sfreccia lungo una strada della Borgogna e va a schiantarsi contro un platano. Sul sedile del passeggero, Albert Camus, che solo tre anni prima era stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura, muore sul colpo.

Mentre il mondo intero rimane attonito, orfano di uno dei più grandi intellettuali del Novecento, quattro donne si ritrovano all’improvviso “vedove” dell’uomo che amavano: la moglie Francine Faure, la brillante attrice Catherine Sellers, la giovane pittrice Mette Ivers, di origini danesi, e Maria Casarès, immensa interprete del teatro francese, che Camus stesso – fedele ai paradossi del sentimento – definiva «l’Unica».

Con estro e rigore, Elena Rui indaga le vite e le voci di queste quattro figure femminili di fronte all’ineluttabilità della disgrazia. Si imbastisce così «un discorso sull’amore» che rifiuta viete certezze morali per restituire la trama sottile, contraddittoria e irriducibile degli affetti, offrendo a chi legge la libertà – e l’onere – di interrogarsi sui confini e sugli abissi dei rapporti umani.

La motivazione: «Con convinzione candido questo libro di Elena Rui che si impone per la sua forza prismatica. Racconta di quattro donne dalle personalità assai diverse, ciascuna a proprio modo legata sentimentalmente ad Albert Camus. Come accade nel prisma di un caleidoscopio, la vividezza e verosimiglianza con cui Rui sa restituircele proietta nuova e forte luce su quel che sta al centro. Dai quattro punti di vista femminili, dal racconto di quattro lutti e quattro cuori gonfi di nostalgia per un grande amore perduto si staglia non solo il Camus uomo, marito, amante: anche lo scrittore dal talento con instancabile passione innervato nella realtà del mondo e della vita. Un libro che si legge d’un fiato grazie al perfetto dosaggio tra il vero e la sua reinvenzione letteraria. Un romanzo immaginato a partire dal tragico incidente dell’auto guidata dall’editore Gallimard in cui Camus trovò la morte il 4 gennaio 1960, basato su manoscritti e lettere custoditi alla BNF di Parigi, ma tessuto con vera sapienza narrativa in virtù di un’immaginazione feconda, preliminare a ogni realtà, e stile e ritmo compatti e tesi. Una partitura a quattro voci che sa tratteggiare benissimo il mondo privato di un grande scrittore e intanto dirci cosa siano l’amore, la perdita, il lutto, la rinascita.»

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Nadeesha Uyangoda con Acqua sporca (Einaudi), proposto da Gaia Manzini.

Tra Italia e Sri Lanka, il romanzo segue quattro donne segnate da migrazione, perdita e desiderio di ritorno. Neela, le sorelle e la figlia Ayesha affrontano legami familiari complessi, tra passato e presente. Una storia intensa su identità, sradicamento e ricerca di un luogo – reale o interiore – da chiamare casa.

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Intrecciando la storia tumultuosa dello Sri Lanka e lo sfondo della provincia italiana, le vite di quattro donne si inerpicano lungo sentieri lastricati di rancore, rabbia e amarezza, mentre tentano di andare avanti ritornando indietro, a casa. Dopo trent’anni trascorsi in Italia, Neela ha deciso di tornare in Sri Lanka.

Come l’attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull’isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa. Pavitra, la sorella più piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l’ha costretta a dare in pegno l’unica ricchezza che possedeva.

Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica». Una storia famigliare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa.

La motivazione: «Viviamo in un mondo in movimento, un’epoca dove una persona su sette ha lasciato il proprio luogo di origine. È una condizione universale e intima insieme, che implica una lacerazione e un inconsolabile senso di estraneità. Acqua sporca, il romanzo di Nadeesha Uyangoda, è una storia famigliare e un’epopea di donne: Neela e Ayesha che vivono in Italia; Himali, Pavitra e Hirunika che sono rimaste in Sri Lanka. La vita di chi emigra è un’odissea dove Itaca non corrisponde necessariamente a un ritorno, ma è un punto fermo per non impazzire, per resistere all’indigenza e alimentare la certezza – o l’illusione – che nel paese lasciato sia rimasta una traccia di sé: qualcosa “che dimostri che si è esisti quando, altrove, si è stati indaffarati a non esserlo”. Uyangoda si avvale di una lingua sinuosa che accoglie nella sua sintassi il continuo movimento di questa nostra contemporaneità. Mescola lessico e culture diverse a nuovi punti di vista, ma soprattutto parla di un’idea più autentica d’identità, lontana dagli stereotipi culturali. Come sa Ayesha, la giovane artista di questa storia, l’identità prescinde dalle generalizzazioni. È qualcosa di fluttuante e lenticolare, sempre in transizione, perché è la transizione la parte più avvincente e l’ibridazione il luogo più vero di ogni esistenza.»

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Marco Vichi con Occhi di bambina (Guanda), proposto da Laura Bosio.

Nel 1985 Arianna, bambina di sette anni, deve scegliere tra la madre e la sicurezza dei nonni. Tra giochi e paure, cresce con il senso di precarietà e misteri irrisolti sul passato della madre. Un racconto vero e intenso sull’infanzia, tra fragilità e resilienza, capace di trovare luce anche nelle situazioni più difficili.

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Arianna ha sette anni quando la nonna le fa una domanda che potrebbe cambiare la vita di tutte e due: «Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?» Con i nonni Arianna sta bene, ha tantissimi giochi, può mangiare tutto quello che vuole e la notte può dormire in mezzo a loro nel lettone. Ma la mamma le manca…

Siamo nel 1985, e inizia così l’avventura di una bambina che non sa ancora quale sarà la sua odissea. Si scontrerà con il mondo dei grandi e con i loro litigi, anche se riuscirà a vivere quel che una bambina dovrebbe sempre vivere: giochi, amicizie, scuola, stupore e scoperta. Ma sullo sfondo rimane la sensazione costante di essere provvisori, di non poter mettere radici da nessuna parte, di dover restare sempre all’erta, pronti a fuggire. Chissà perché poi…

Cosa avrà fatto la mamma di così sbagliato, si chiede Arianna, per dover vivere con questa paura addosso? E chi è che la sta cercando? Un’incredibile storia vera raccontata con candore attraverso i ricordi di una bambina con un passato fuori dall’ordinario, un passato anche drammatico, che però non è riuscito ad avvelenarle l’anima. Un romanzo di rara intensità che esplora le fragilità e il coraggio dei più piccoli di fronte alle situazioni della vita, e la loro sorprendente capacità di trovare la luce nel buio.

La motivazione: «Esiste un aggettivo che rilutto a dire, tanto mi sembra estraneo ai tempi: puro, antico, dal latino al sanscrito, che significa limpido, semplice, incontaminato. È però il primo che mi è venuto in mente leggendo questo libro “in soggettiva”, che guarda il nostro mondo adulto con gli occhi di una bambina. Sono gli anni ’80, “anni di piombo”. Arianna ha sette anni e vive serena a Firenze con i nonni. Ma una domanda inattesa della nonna la costringe a scegliere: “Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?” Raggiunta la madre, inizia una vita da fuggitiva tra Parigi e Barcellona, tra verità non dette, cambi di casa e scuola, figure instabili. Che cosa avrà fatto sua madre di così grave? L’unico indizio è una parola ascoltata per caso. Il passato si intreccia con il presente emotivo di Arianna, tra giochi, paure e amici, mostrando la resilienza dei bambini. Marco Vichi, noto per i suoi noir, qui entra nel cuore di una bambina restituendo, con scrittura lineare e intensa, una purezza di sguardo rara. Ispirato a una storia vera, conferma il suo rilievo come scrittore.»

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L’elenco dei libri presentati dagli Amici della domenica

  1. Andrea Alba, L’ombra di Kafka (Arkadia), proposto da Claudio Strinati.
  2. Giovanna Albi, Il castello di carte, Di Felice Edizioni, proposto da Francesca Pansa.
  3. Fabio Andina, L’interno delle nuvole (Rubbettino), proposto da Gianpiero Gamaleri.
  4. Maria Attanasio, La rosa Inversa (Sellerio), proposto da Ottavia Piccolo.
  5. Ilaria Bernardini, Amata (HarperCollins), proposto da Simonetta Sciandivasci.
  6. Lavinia Bianca, La vita potenziale (Gramma Feltrinelli), proposto da Fulvio Abbate.
  7. Graziella Bonansea, Tu che non parli, Vanda Edizioni, proposto da Paolo Ferruzzi.
  8. Aldo Boraschi, Diamante (Altre Voci edizioni), proposto da Saverio Simonelli.
  9. Nicola Bottiglieri, Recitare l’«Infinito» a Capo Horn (Bertoni Editore), proposto da Mariù Safier.
  10. Davide Bregola, Lezioni dalle rovine (leggere, scrivere, vivere) (Avagliano), proposto da Emanuele Trevi.
  11. Edith Bruck, L’amica tedesca (La nave di Teseo), proposto da Aldo Cazzullo.
  12. Enrico Bruschi, Riflessi inversi. Nella mente di Mariù Pascoli (Maschietto Editore), proposto da Maria Concetta Mattei.
  13. Valerio Callieri, AS3 (Fandango Libri), proposto da Paolo Di Paolo.
  14. Ilaria Camilletti, Ilaria nella giungla, Accento, proposto da Fabio Geda.
  15. Marcello Cantoni, Vento in faccia (La Corte Editore), proposto da Ignazio R. Marino.
  16. Enzo Fileno Carabba, L’arca di Noè (Ponte alle Grazie), proposto da Antonio Riccardi.
  17. Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia, Quodlibet, proposto da Massimo Raffaeli.
  18. Gaja Cenciarelli, Il rivoluzionario e la maestra, Marsilio, proposto da Serena Dandini.
  19. Teresa Ciabatti, Donnaregina (Mondadori), proposto da Roberto Saviano.
  20. Leonardo Colombati, Non vi sarà più notte (Mondadori), proposto da Alessandro Piperno.
  21. Mauro Covacich, Lina e il sasso (La nave di Teseo), proposto da Edoardo Nesi.
  22. Cosimo Damiano Damato, Nessuna grazia. Gramsci e Pertini, una storia di prigionia e resistenza, Rai Libri, proposto da Raffaele Nigro.
  23. Bruno Damini, Il primo a prender fuoco fu Totò. La Grande Storia di monsù Peppino cuoco errante (Minerva Edizioni), proposto da Roberto Barbolini.
  24. Mario De Quarto, Libero nella città dei papi (Marlin), proposto da Rosa Maria Grillo.
  25. Paola Dell’Erba, Penultimo desiderio (Graus Edizioni), proposto da Maria Cristina Donnarumma.
  26. Isabella Delle Monache, Il compagno (Serradifalco Editore), proposto da Lidia Ravera.
  27. Vito Di Battista, Dove cadono le comete, Feltrinelli, proposto da Maria Ida Gaeta.
  28. Baldissera Di Mauro, Ugo, Elliot, proposto da Filippo La Porta.
  29. Marcello Fois, L’immensa distrazione (Einaudi), proposto da Helena Janeczek.
  30. Francesco Forlani, L’amico spagnolo (Exòrma), proposto da Giulio Marcon.
  31. Mara Fortuna, La Canaria, Les Flâneurs Edizioni, proposto da Antonella Cilento.
  32. Saverio Gangemi, Calùra (Rubbettino), proposto da Massimo Onofri.
  33. Nicola Gardini, Daddy, Mondadori, proposto da Renata Colorni.
  34. Massimo Gezzi, Adriatica, Gramma Feltrinelli, proposto da Laura Pugno.
  35. Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è Pace (Nutrimenti), proposto da Alberto Rollo.
  36. Tommaso Giagni, La fabbrica e i ciliegi, Ponte alle Grazie, proposto da Gioacchino De Chirico.
  37. Roberto Ippolito, Wilde come se, SEM, proposto da Elisabetta Mondello.
  38. Orazio Labbate, Chianafera, NN Editore, proposto da Alberto Casadei.
  39. Elisabetta Liguori, Il figlio ostinato, Piemme, proposto da Francesco Caringella.
  40. Simone Lisi, Le interruzioni. Romanzo provvisorio su mia madre (effequ), proposto da Gabriele Ametrano.
  41. Giulia Lombezzi, L’estate che ho ucciso mio nonno, Bollati Boringhieri, proposto da Alessandra Tedesco.
  42. Fabio Macaluso, Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare, Marsilio, proposto da Daniele Rielli.
  43. Roberto Maggiani, Un uomo in Argentina, Il ramo e la foglia edizioni, proposto da Franco Buffoni.
  44. Anna Mallamo, Col buio me la vedo io (Einaudi), proposto da Marina Valensise.
  45. Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi, proposto da Vittorio Lingiardi.
  46. Sebastiano Martini, Il frastuono del mondo, Voland, proposto da Dario Buzzolan.
  47. Laura Marzi, Stelle cadenti (Mondadori), proposto da Paolo Mieli.
  48. Massimo Maugeri, Quel che facciamo dell’amore (La nave di Teseo), proposto da Giorgio Nisini.
  49. Mota, La Luce Inversa (Wojtek), proposto da Silvio Perrella.
  50. Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore, Feltrinelli, proposto da Giancarlo De Cataldo.
  51. Laura Pariani, Primamà (La nave di Teseo), proposto da Francesca Serafini.
  52. Lorenzo Pavolini, Mille, Marsilio, proposto da Giorgio van Straten.
  53. Francesco Pecoraro, La fine del mondo (Ponte alle Grazie), proposto da Gianluigi Simonetti.
  54. Alcide Pierantozzi, Lo sbilico (Einaudi), proposto da Donatella Di Pietrantonio.
  55. Bianca Pitzorno, La sonnambula (Bompiani), proposto da Roberta Mazzanti.
  56. Antiniska Pozzi, Tanto domani muori (HarperCollins), proposto da Lia Levi.
  57. Christian Raimo, L’invenzione del colore (La nave di Teseo), proposto da Luciana Castellina.
  58. Nicola Ravera Rafele, Nubifragio (HarperCollins), proposto da Sandra Petrignani.
  59. Cecilia Rita, Mantide, NN Editore, proposto da Ludovica Jaus.
  60. Pucci Romano, La soluzione, Love Edizioni, proposto da Riccardo Cavallero.
  61. Elena Rui, Vedove di Camus, L’Orma, proposto da Lisa Ginzburg.
  62. Mariù Safier, La steccaia (FUIS edizioni), proposto da Massimiliano Kornmüller.
  63. Piero Salabè, Mortacci mia (La nave di Teseo), proposto da Claudia Durastanti.
  64. Irene Salvatori, Non ancora 101, Marcos y Marcos, proposto da Daniele Mencarelli.
  65. Lodovica San Guedoro, Il giardino chiuso (Effigi), proposto da Marcello Rotili.
  66. Vanni Santoni, Il detective sonnambulo, Mondadori, proposto da Marco Cassini.
  67. Eduardo Savarese, Una piccola luce (Alter Ego), proposto da Simona Cives.
  68. Gianluigi Schiavon, Parlami morte. Il libro segreto dell’Archiginnasio (Giraldi Editore), proposto da Simonetta Bartolini.
  69. Francesca Scotti, La stagione delle case vuote (Hacca), proposto da Maria Teresa Carbone.
  70. Marialaura Simeone, Un fuoco grande. Bianca Garufi (Les Flâneurs Edizioni), proposto da Giuseppe Lupo.
  71. Carola Susani, Il dio delle genti (minimum fax), proposto da Valeria Parrella.
  72. Lucia Tancredi, Ersilia e le altre, Ponte alle Grazie, proposto da Loredana Lipperini.
  73. Federico Tavola, La grammatica di frontiera, Solferino, proposto da Maria Rosa Cutrufelli.
  74. Marcello F. Turno, A Love Supreme, Alpes Italia, proposto da Laura Massacra.
  75. Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca, Einaudi, proposto da Gaia Manzini.
  76. Piera Ventre, Stella randagia, NN Editore, proposto da Romana Petri.
  77. Marco Vichi, Occhi di bambina, Guanda, proposto da Laura Bosio.
  78. Giuliana Vitali, Nata nell’acqua sporca (Perrone), proposto da Marco Debenedetti.
  79. Anna Voltaggio, La santa degli altri (Neri Pozza), proposta da Diego De Silva.

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Faccio i conti con la mia insaziabile voglia di conoscenza, mi piace condividere con gli altri le cose che imparo e confrontarmi, questo blog tenta di raccogliere i pezzi confusi di me.

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La pausa caffè è quello stacco dal lavoro o dalla tua vita che ti rimbalza in una zona neutra di cazzeggio, di non voglio pensare, di spettegoliamo su o di mi sfogo di tutto. La pausa caffè assume una sua forma in quel preciso momento in cui tu sei là. Dipende da te, dal caffè e dal tuo interlocutore. Non è mai uguale a se stessa. Questo è il senso di questo blog.

E’ tempo di …

… rinascita, clima dolce, mandorli in fiore, luce forte, canti di uccelli, colori, prati fioriti, bambini che giocano in cortile, profumi, aria aperta, carezze di sole, di amori ed innamoramenti…

I fiori della primavera sono i sogni dell’inverno raccontati, la mattina, al tavolo degli angeli. (Khalil Gibran)

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