
True crime è un memoir autobiografico scritto da Patricia Cornwell, pubblicato il 12 maggio 2026 in Italia, da Mondadori, tradotto da Sara Crimi e Laura Tasso. In queste memorie si mette a nudo, ripercorre la propria vita senza tralasciare alcun dettaglio, offrendo uno sguardo illuminante su ciò che l’ha resa la star internazionale che è oggi.
“A mio parere la vita è una serie di autocorrezioni, ammesso che siamo disposti a farle, anche se sul momento non sempre comprendiamo ciò che sta accadendo.”
Il libro True crime
Patricia Cornwell è conosciuta in tutto il mondo per la celebre serie di thriller con protagonista la patologa forense Kay Scarpetta. Eppure, la nascita di quel personaggio iconico coincide con una scelta precisa della scrittrice: entrare per la prima volta in un obitorio e immergersi nel mondo della medicina legale, destinato a diventare il cuore della sua narrativa.
In questo memoir di straordinaria sincerità, Cornwell ripercorre una vita segnata fin dall’infanzia da traumi profondi e continue prove da superare. Racconta l’abbandono del padre, che lascia la famiglia il giorno di Natale, la depressione della madre e i suoi ricoveri in istituti psichiatrici, l’esperienza dolorosa presso una famiglia affidataria violenta e i maltrattamenti subiti durante gli anni più fragili della crescita. Centrale è anche il rapporto con Ruth Bell Graham, moglie del celebre evangelista Billy Graham, figura affettiva e quasi materna che avrà un ruolo decisivo nel suo futuro.
Con estrema franchezza, Cornwell descrive ricoveri ospedalieri strazianti, incidenti che l’hanno portata a un passo dalla morte e il modo in cui è riuscita a trasformare il dolore in determinazione. Proprio da quelle esperienze nasce l’ambizione di diventare una pluripremiata cronista di nera, fino all’approdo all’ufficio del medico legale, dove la ricerca e il lavoro sul campo si trasformano presto in una professione a tempo pieno. Da lì prenderanno forma sia la sua competenza forense sia lo stile realistico che la renderà un fenomeno editoriale internazionale.
Nel memoir trova spazio anche il rapporto quasi ossessivo con la scrittura, la fascinazione per Jack lo Squartatore, gli anni dei rifiuti editoriali e la svolta decisiva rappresentata dalla pubblicazione di Postmortem, il romanzo che inaugurerà il successo mondiale di Kay Scarpetta.
“Vorrei tanto poter viaggiare nel tempo e dire alla me più giovane di non scoraggiarsi. La immagino intenta a battere a macchina come fosse posseduta, mentre i suoi compagni si godono la vita universitaria tra club e feste. Sussurrerei alla giovane Patsy Daniels che le cose sarebbero andate molto meglio di quanto potesse sognare, di non disperare e di non mollare mai.”
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Incipit del libro True crime
Perché questo memoir
Nel corso degli anni mi hanno chie sto spesso quando avessi intenzione di scrivere un memoir e io ho sempre risposto: “Mai”, perché per natura tendo a procedere a testa bassa senza mai voltarmi. Tuttavia, come è accaduto per i miei progetti più importanti, questo ha scelto me e non il contrario. Negli ultimi anni si è parlato di una serie televisiva ispirata alla mia vita, che si sarebbe concentrata sulle mie ricerche meticolose e sulla mia tendenza a lasciarmi coinvolgere nelle indagini su omicidi reali. Però, quando ho letto la sceneggiatura dell’episodio pilota , non mi sono riconosciuta; non era colpa di nessuno: sino a oggi, nessuno è mai riuscito a raccontare davvero chi sono e cosa ho fatto.
Alla fine del 2024 ho consegnato con cinque mesi di anticipo il ventinovesimo romanzo di KayScarpetta, Taglio letale: non so come mai, ma alcune trame si sviluppano più rapidamente di altre e i personaggi sono più collaborativi del solito. All’improvviso avevo del tempo libero, quindi ho deciso d abbozzare un’autobiografia per la serie televisiva: se l’aves si scritta, i particolari sarebbero stati utili agli sceneggiatori .…
Questo memoir non parla tanto di me, quanto di tutti coloro che hanno avuto un ruolo da protagonisti nella mia saga, in particolare dei miei fratelli Iìm e john. Quando eravamo bambini, loro riusciva no a dimenticare i traumi, io invece no. Adesso che tante persone se ne sono andate – compresi i miei genitori, il mio ex marito Charlie Cornwell e altre figure fondament ali nella mia vita – , è importante raccontare ciò che ricordo. Non so per quale motivo non dimentico i fatti significativi, che siano entusiasmanti oppure orribili.
Come la luce incide immagini sul negativo fotografico, le emozioni estreme cris tallizzano le scene nella memoria, quindi io rivedo l’aspetto delle persone , cosa indossavano, a volte ricordo cosa dicevano e, soprattutto, che cosa provavo per loro.…
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Una mattina di gennaio del 1966 fui svegliata da un gran trambusto. I passi rapidi di mia madre su e giù per il corridoio non promettevano niente di buono, quindi mi vestii in fretta: pantaloni, maglione e calze pesanti. Dalla stanza dei miei fratelli mi arrivavano le loro voci concitate.
«No, mamma…!.
«MAMMA!»
«PE R FAVORE, SMETTILA!»
Fuori dalla mia finestra, il cielo grigio era basso sulle pendici imbiancate della Western North Carolina. La neve fresca si era ammucchiata sui rami degli alberi, un cardinale maschio sembrava una chiazza rosso sangue sul la casetta degli uccelli, i ghiaccioli parevano stalattiti di vetro e pugnali. e il sole sorgeva come una spettrale sagoma indistinta.
La bufera che aveva imperversato durante la notte aveva lasciato dietro di sé altri quindici o venti centimetri di neve e uno strato di brina sui tronchi e sui sempreverdi, mentre il rododendro rattrappiva le foglie come a volersi proteggere dal freddo. Le orme e le tracce della slitta di qualche ora prima erano svanite , e grossi fiocchi di neve scendevano placidi come piume. Davanti alla nostra casa tra i boschi, Kanawha Drive era vuota e silenziosa.
Quella mattina non saremmo andati in chiesa, e il giorno dopo le scuole sarebbero rimaste chiuse come lo erano da prima di Natale, perché gli autobus non potevano circolare in quelle condizioni. Ormai era fine gennaio e senza catene o un 4 x4 non si poteva andare da nessuna parte; molte attività erano chiuse e la nostra automobile era bloccata ai piedi della collina accanto alla storica porta in pietra che segna l’accesso a Montreat.
La città più vicina era Black Mountain, dove mamma andava a fare la spesa e le commissioni. Ormai da settimane non andava in un negozio né altrove: sola e senza aiuti, era sopraffatta dalla gestio ne di tre
bambini; io avevo nove anni ed ero in quarta elementare, jirn in prima media e john in prima elementare.
Restare a casa da scuola era un paradiso, almeno per noi. Amavamo la neve. Ricordo ancora il senso di meraviglia che provai quando la vidi per la prima volta, e poi la luce del sole che scintillava su tutto quel bianco, il manto candido che scricchiolava e gemeva sotto i miei passi mentre mi aggiravo preparando palle di neve, io e i miei fratelli che facevamo a gara a uscire per essere i primi a lasciare impronte.
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