
L’apprendista del cioccolato è un romanzo di Joanne Harris, pubblicato da Garzanti il 4 novembre 2025, quinto capitolo della saga iniziata con Chocolat, con protagonista Vianne Rocher.
Un viaggio magico tra profumi, ricordi e dolci segreti, dove Vianne Rocher scopre il potere del cioccolato e il coraggio di seguire il vento del destino, rivelandoci chi era la ragazza capace di cambiare la vita degli altri con un pizzico di cacao.
“Non so il tuo nome, dico alla creatura che è solo uno spazio nel mio futuro. Eppure so che, col tempo, tu mi lascerai. Viaggiando leggera. Cerco di scacciare l’infelice pensiero con uno scatto delle dita. Fuori! Fuori! Fuori! Ma la tristezza permane. Lo farà sempre, è il prezzo che dobbiamo pagare.”
Trama del libro “L’apprendista del cioccolato”
Prima di usare il cioccolato per curare le anime perse, Vianne, l’amata protagonista di Chocolat, era solo una ragazza in balia del vento. Lo stesso che, sei anni più tardi, l’avrebbe condotta nel pittoresco villaggio di Lansquenet.
A ventun anni, incinta, mentre sparge le ceneri della madre, ancora non sa che il suo destino sarà La Céleste Praline, la magica cioccolateria che smuove i cuori. Eppure, il vento la sospinge verso un’altra avventura. Lo sente sulla pelle, carico di promesse, e decide di seguirlo. Avvolta dalla brezza, arriva nell’assolata Marsiglia, dove l’aria profuma di salsedine e di spezie.
Qui, Vianne incontra Louis, proprietario di un piccolo bistrot, che le insegna l’arte della cucina e la pazienza dei piccoli gesti. Le fa scoprire l’apparente semplicità della bouillabaisse, la morbidezza della mela nella tarte tatin, gli aromi mediterranei della pissaladière. Presto, Vianne si affeziona ai sapori della Provenza.
Tra mani infarinate e dita sporche di cioccolato, impara che il cibo può consolare i cuori feriti. Ma un’ombra inizia a farsi largo in lei. La ragazza ripensa agli avvertimenti di sua madre: il pericolo si annida dove ci si sente più al sicuro, lo sa bene. E quando il vento ricomincia a soffiare, per Vianne arriva l’ora di ripartire. Per proteggere sé stessa e la nuova vita che porta in grembo.
“Ma c’è uno spazio. Lo si percepisce come uno spazio. Qualcosa in attesa di essere riempito. Un potenziale che vive, anche nella morte; un’eco di voci e risa. Fossi sola, leggerei le carte per scoprire cosa significa la sensazione. Le carte ne sanno più di te, ’Viane. Ascolta cos’hanno da dire. E adesso, a mezzogiorno, vicino al bordo dell’acqua, con l’odore di diesel, sale e pesce fritto che si accumula sopra il porto, si direbbe che la risposta sia qui, proprio qui nell’aria fremente, in attesa di rivelarsi.”
Serie con Vianne Rocher
1999 – Chocolat
2007 – Le scarpe rosse
2012 – Il giardino delle pesche e delle rose
2019 – La ladra di fragole
2025 – L’apprendista del cioccolato
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Incipit del libro “L’apprendista del cioccolato”
Bouillabaisse
1.
22 luglio 1993Ho sparso le ceneri di mia madre a New York la notte del 4 luglio. Ricordo l’odore del porto, il vento caldo sopra la pietra cotta dal sole e nell’aria la traccia dolcemente nostalgica di pretzel, doughboys, spazzatura, fumo e il forte odore pungente dei fuochi d’artificio dal cielo rombante. Dopodiché con New York ho chiuso. Quello era stato il suo sogno, non il mio. Ho speso i nostri ultimi dollari per un volo economico per Marsiglia, e tre giorni dopo mi sono ritrovata su un fronte del porto molto diverso, affacciato sul Mediterraneo.
Il caldo era lo stesso, ma c’erano una brezza e un odore di sale e ozono provenienti dal mare. Avevo i vestiti che indossavo e una sola borsa da viaggio di tela, con i documenti, il portafoglio, un cambio di abiti, l’anello di mia madre e il piccolo nécessaire da toilette distribuito in classe economica. Un consunto atlante di piccole dimensioni della Francia e i Tarocchi di mia madre nella loro scatola di sandalo. Avevo a malapena cinquecento franchi, niente famiglia e nessun posto dove andare. Il nome sul passaporto diceva Sylviane Rochas. Ora di un cambio di scenario.
Mia madre e io ci limitavamo sempre sostanzialmente alle città. In una città è più facile scomparire, diceva lei di continuo. Più facile non essere nessuno. Più facile passare inosservate. Non le ho mai chiesto perché anelasse a un tale oblio. Ma le città sono affollate, impersonali, piene di gente di passaggio. Le città sono tasche da scippare, alberghi a buon mercato lasciati senza pagare il conto, cibo da quattro soldi, vestiti di seconda mano, nessuno che fa domande. Una bambina sola in una città non desta alcuna curiosità, a meno che non sia chiaramente in pericolo.
E io ero una bambina piena di risorse che sapeva dove andare, come trovare le cose, come procurarsi cibo gratis nei mercati, come barattare lavoro con beni indispensabili. Ma adesso, per la prima volta, ero veramente sola. Mia madre se n’era andata, e così le sue paure: la paura di restare troppo a lungo in un posto, di mettere radici, dell’ombra. Soprattutto dell’ombra – l’Uomo Nero che ci inseguiva. Adesso era tutto sparito, tutto sparso nella brezza dell’Hudson quel 4 luglio. Ero libera.
Tranne che non mi sentivo così. La completa libertà a volte assomiglia a una sorta di paralisi. Così tante scelte. Così tante porte che chiedono a gran voce di essere aperte. Ma, per ogni scelta che compiamo, tantissime altre vanno accantonate. Futuri tralasciati, amici mai conosciuti, vite mai vissute e sentieri mai incrociati. Era sempre stata mia madre a decidere dove andare. Un sacco di piani e, alla fine, pochissimo tempo per realizzarli. Ed eccomi qui, a ventun anni, senza niente davanti se non scelte. Mi sentivo come qualcosa trasportato dal vento, da gettare come spazzatura.
Quel vento. Ah, sì, lo sento adesso. Cambia di nome come abbiamo sempre fatto noi: Tramontane, Santa Ana, Scirocco, Levant, Ostria, Mistral. Lo sento tirarmi a sé: in Italia, forse, oppure in Spagna; o lungo la costa fino a Montpellier, oppure nell’entroterra, a Tolosa o Armagnac.
Quale sarà, ’Viane, quale sarà? Bordeaux, Montpellier o Nizza? Roma, Venezia o Milano? Londra, Porto, Strasburgo o Berlino? Però mai un posto dove siamo già state. E mai Parigi. Lì, mai.
Apro l’atlante a caso. A volte lei lo faceva, solo per vedere quali sincronicità potessero emergere. Dispiegate davanti a me, le pagine rivelano un tratto del fiume Baïse, con un manipolo di piccole bastides che vi si aggrappano come foglie su una pianta rampicante. È una parte della Francia che non conosco bene, ma alla quale infine sono tornata, quasi come per istinto.
Una delle bastides ha un nome di donna. Vianne. Il suono mi piace. È quasi il mio nome, ma non esattamente; mi pare un germoglio che cresce da un albero. Un segno, forse, di cose a venire.
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