Ci sono piccoli uomini (incluse le donne) che hanno paura delle domande, delle parole, hanno paura di tutto ciò che non possono controllare.
E allora stringono un’arma come un talismano: fredda, pesante, semplice.
Un oggetto che promette potere a chi non ne ha.
I piccoli uomini amano le armi perché le armi non chiedono di pensare, ma di obbedire.
Non chiedono di capire l’altro, non chiedono di ascoltare.
Basta premere un grilletto e il mondo, per un istante, smette di essere complicato.
Diventa bianco o nero. Vivo o morto. Vincitore o sconfitto.
Amano la violenza perché la violenza è una scorciatoia.
Dove manca la parola, entra il pugno.
Dove manca l’intelligenza emotiva, entra il proiettile.
È il linguaggio di chi non sa raccontarsi in altro modo.
Questi piccoli uomini parlano spesso di onore, di forza, di rispetto.
Ma sono parole vuote, usate come un’armatura.
Dentro c’è solo fragilità, una rabbia antica che non ha mai trovato cura,
un bambino che nessuno ha insegnato ad amare senza colpire.
La violenza li fa sentire grandi per qualche secondo.
Come se, distruggendo qualcosa fuori, potessero mettere a tacere ciò che li divora dentro.
Ma è un’illusione breve.
Dopo lo sparo, dopo il colpo, resta solo più vuoto.
E il mondo, intorno a loro, continua a chiedere quello che non sanno dare: ascolto, empatia, responsabilità.
Tutte cose che non si possono comprare in un’armeria.
I veri uomini, quelli che non hanno bisogno di urlare né di sparare,
sanno che la forza più difficile è restare umani.
I piccoli, invece, continuano a nascondersi dietro il rumore delle armi,
convinti che il fragore possa coprire la loro paura, quella di non essere nessuno, di non essere visti.
“Non sono arrabbiata con te”




