InCastro Festival dal 2019 è concepito non solo per offrire uno sguardo sulla contemporaneità delle arti performative, e in particolare sulla danza, ma anche per permettere un incontro autentico tra artisti, pubblico e territorio.
I performer siedono tra gli spettatori, assistono ai lavori degli altri artisti, condividono momenti informali e, quando possibile, scelgono di fermarsi a Castroreale oltre il tempo strettamente necessario alla presentazione delle proprie opere. Questo, unito alla peculiare composizione geo-antropologica del borgo, genera nei giorni del festival un cortocircuito umano e culturale raro. Le facce serie degli anziani appoggiati ai muretti della piazza, che osservano i visitatori con lo sguardo di chi sembra chiedere silenziosamente «ma tu, a cu appartieni?», si intrecciano con la presenza di artisti provenienti da tutta Europa, persone cresciute tra percorsi di ricerca che hanno fatto della curiosità, dell’incontro e della contaminazione il proprio nutrimento quotidiano.
Nasce così una convivenza insolita e preziosa tra mondi apparentemente lontani: il ritmo lento e radicato di un piccolo paese siciliano e quello nomade, aperto e sperimentale della comunità artistica contemporanea. Un dialogo che non sempre è esplicito, ma che si manifesta negli sguardi, nelle conversazioni e nell’attraversamento reciproco degli spazi.
Merito dell’intuizione e della sensibilità di Giorgia di Giovanni e Pier Francesco Mucari, ma anche di Vento di Scirocco, Danilo Smedile e il supporto di tutti quelli che con passione negli anni hanno saputo trasformare InCastro in un’esperienza da abitare.
La seconda parte della giornata del 29 luglio, ospitata all’interno della Chiesa del S.S. Salvatore, ha presentato due lavori di Scenario Pubblico e Compagnia Zappalà Danza, pensati esclusivamente per essere ospitati in spazi ecclesiastici: Caronte, interpretato da Camilla Montesi, e Corpi Liturgici, ideato da Roberto Zappalà e interpretato da Maud de la Purification.
Caronte: il corpo come attraversamento
Caronte è un lavoro fortemente evocativo e visionario, sospeso in una dimensione che sembra collocarsi tra il sogno e il rito.
Il riferimento al traghettatore delle anime sembra emergere attraverso immagini e stati del corpo. La scena è essenziale: una piccola piscina gonfiabile, l’acqua, un casco che nasconde spesso il volto della performer. Uno degli elementi che sottraggono identità individuale per trasformare la figura in una presenza universale, quasi un’entità in transito tra mondi differenti.
La performance è caratterizzata da un’intensità notevole. Il corpo di Camilla Montesi attraversa temperature emotive differenti, alternando momenti di sospensione ad altri di forte tensione, come se fosse impegnato in una continua ricerca di equilibrio tra immersione ed emersione, controllo e abbandono.
Particolarmente suggestivo il lavoro di luci e riflessi. Le superfici specchianti moltiplicano le immagini del corpo, mentre le ombre proiettate sulle pareti sembrano generare presenze ulteriori, figure parallele che accompagnano la performer nel suo viaggio. Lo spazio si dilata, amplificando la dimensione onirica dell’opera.
Anche la relazione con il pubblico assume un ruolo importante. In diversi momenti la performer riduce drasticamente la distanza prossemica con gli spettatori, e passa dal celare il volto a un contatto visivo ravvicinato e diretto, trasformando la performance in un’esperienza immersiva, fatta anche di calore, fatica e sudore. La performance lascia emergere più domande che risposte e invita ciascuno al proprio personale attraversamento.
Corpi Liturgici: quando il tempo cambia forma
L’ultima performance della serata, Corpi Liturgici, è tra le più poetiche di questa edizione del festival.
Maud de la Purification possiede una rara capacità di centrarsi, viaggiare e far viaggiare il pubblico, che più pubblico non è, ma diventa partecipante di un rito. È il corpo stesso a diventare preghiera e paesaggio.
Ogni gesto nasce da una necessità intrinseca e non meditata, profonda, mantenendo una qualità di presenza costante e magnetica. Si ha la sensazione di assistere non a uno spettacolo ma a un momento sospeso tra il terreno e lo spirituale.
Particolarmente significativa ed elegante la scelta di non rientrare per gli applausi finali. Un gesto semplice ma potente, che preserva l’atmosfera rarefatta costruita durante tutta la performance, evitando che il ritorno alla convenzione teatrale interrompa bruscamente quel lungo stato di contemplazione condivisa.
Una chiusura coerente con il lavoro stesso: discreta, poetica e capace di lasciare una traccia che continua a risuonare anche dopo la fine.
Parliamo con chi del viaggio di fa medium
La danza contemporanea procede per suggestioni. Costruisce spazi di esperienza e lascia che sia lo spettatore a percorrerli. Poter dialogare con gli artisti rappresenta un piccolo lusso che InCastro offre.
Abbiamo incontrato Maud de la Purification per approfondire il lavoro. L’interprete racconta come Corpi Liturgici nasca dalla metodologia sviluppata da Roberto Zappalà e definita “esegesi”.
«Ogni giorno facciamo l’esegesi del corpo», racconta. «È una pratica che consiste nel dare vita a ogni parte del corpo, a ogni articolazione, entrando in comunione con esso. Roberto ha avvicinato questa pratica alla liturgia e al rito. Vede questo attraversamento quotidiano del corpo come una forma di preghiera.»
In questa prospettiva il titolo Corpi Liturgici acquista un significato preciso: il corpo diventa la via attraverso cui accedere a una forma di comunione più profonda.
Durante la conversazione emerge anche un altro aspetto, più intimo.
«È uno spogliarsi», spiega Maud. «Arrivare a far cadere il voler performare, il voler fare bene, il voler apparire. Questa cosa deve essere ammazzata per arrivare a qualcos’altro. A volte accade la magia, a volte meno. Ma la ricerca è questa.»
Parole che sembrano descrivere con precisione ciò che il pubblico percepisce osservandola danzare.Abbiamo incontrato anche il drammaturgo della compagnia, Nello Calabrò, che ha raccontato la traiettoria concettuale dell’opera.
“L’idea originaria nasceva da una contrapposizione radicale: una figura maschile ancorata al terreno, quasi impossibilitata a muoversi, e una figura femminile protesa invece verso l’esterno, verso il movimento e l’attraversamento. Nel corso degli anni il lavoro si è progressivamente spogliato di elementi scenici fino a raggiungere l’essenzialità attuale, concentrando tutta l’attenzione sulla presenza della performer e sulla tensione simbolica tra immobilità e slancio.”
La componente spirituale è ulteriormente rafforzata dalla musica, costruita sul testo del Cantico dei Cantici.
Ed è proprio su questo che Maud aggiunge una lettura ulteriore, che definisce quasi mistica.
«Nel Cantico dei Cantici si parla in realtà del principio femminile e del principio maschile presenti nell’essere umano. Devono trovare un equilibrio per accedere a un’altra qualità dell’essere. Durante il processo c’è un incontro, un equilibrarsi, e poi un andare oltre.»
Una ricerca intuitiva che passa attraverso il corpo e che si manifesta anche nella qualità quasi trance-inducente dell’esperienza. Lo si percepisce nella ripetizione musicale, nella densità esistenziale del movimento.
Quando avviene la spoliazione di cui parla Maud, quando come dice lei “succede la magia”, cambia qualcosa nel tempo che condividiamo insieme come umani compresenti. Si entra in una sorta di ipnosi gentile che muta il modo in cui utilizziamo la mente: una specie di meditazione collettiva in cui la performer diventa tramite di un’esperienza collettiva.
Forse è questo uno dei doni più preziosi della danza contemporanea: ricordarci che esistono modi diversi di abitare il tempo.
I prossimi appuntamenti
Gli appuntamenti successivi di InCastro Festival si sposteranno alla Fiumara d’Arte, presso la Piramide del 38° Parallelo di Motta d’Affermo.
Il 1° e il 3 agosto, alle ore 19, andrà in scena Trame con Federica Loisio, Federica Marullo e Pindoc. Alle ore 20 sarà invece la volta di Stare al mondo di Emanuela Serra per Balletto Civile.
InCastro continua il proprio percorso di incontro tra arte contemporanea, territorio e comunità, confermandosi uno spazio di ricerca in cui la creazione artistica nasce dall’ascolto, dall’attraversamento dei luoghi e dalla costruzione di relazioni capaci di lasciare tracce durature.










