C’è qualcosa di profondamente rivelatore e inquietante nella proposta di legge annunciata dal deputato leghista Eugenio Zoffili, anche se non è ancora una legge e non è nemmeno un testo depositato, è già un messaggio politico che non ha bisogno di essere approvato per produrre effetti.
L’idea è semplice, e proprio per questo pericolosa, si parla di pene fino a 15 anni per chi organizza, recluta o partecipa a gruppi definiti “Antifascisti”. Il modello evocato è quello statunitense, quello agitato durante la stagione di Donald Trump, quando “Antifa” è diventava una parola buona per ogni paura, ogni tensione, ogni nemico utile. Il punto della questione non è ancora giuridico, ma culturale, politico e narrativo, perché anche senza un testo ufficiale, questa proposta ridefinisce chi è dentro e chi è fuori, chi è legittimo e chi, invece, comincia a somigliare a una minaccia.
Quindi non si parla più di reati, quelli esistono già e giustamente si perseguono, di parla di appartenenza, di identità, di etichette, non si punisce più ciò che fai, mai potresti essere punito per ciò che rappresenti.
È un meccanismo antico, persino banale nella sua efficacia, si costruisce un contenitore, tipo “gruppi eversivi”, e poi si decide chi metterci dentro, oggi gli antifascisti, domani chissà.
Il problema è che qui non siamo davanti a una categoria qualsiasi, l’antifascismo, in Italia, non è un’opzione ideologica come un’altra, è la base stessa su cui si regge la nostra Repubblica, la nostra Costituzione è Antifascista, è scritto nella storia prima ancora che nelle leggi. E allora cosa succede quando un principio fondativo viene lentamente riscritto come potenziale minaccia?
Succede che il linguaggio cambia e quando cambia il linguaggio prima o poi cambia anche la realtà.
Non è ancora una legge, ma è già una direzione che merita di essere guardata come un segnale politico molto preciso, di quelli che, di solito, arrivano prima delle svolte vere.




