
Il tempo del la la la di Luciana Littizzetto, compie un passo nuovo nella sua carriera di scrittrice: dopo anni di raccolte umoristiche, monologhi e libri autobiografici, firma il suo primo vero romanzo, pubblicato il 21 aprile 2026, da Mondadori.
Tre amiche, un bar e una chat sempre accesa. A Torino, Lola, Maura e Ida affrontano paure, rimpianti e desideri mai spenti. Tra incontri inattesi e nuove possibilità, scoprono che non è mai troppo tardi per rimettersi in gioco e ritrovare sé stesse. Ci racconta un tempo, nella vita di ogni donna, friabile e vivo, e lo attraversa con leggerezza e ironia, è una storia in cui è facile riconoscersi e capace di farci sorridere.
“Magari mi trovo semplicemente in un periodo la la la… riflette. Sai le canzoni che ogni tanto, a metà di un verso, di colpo restano senza parole e fanno “la la la” o “tata ta ta ta” o “du du du”…? Forse perché l’autore in quel punto non ha proprio trovato quelle giuste. O gli è mancata la rima. E dire che fin lì era tutto perfetto, tutto procedeva alla grande, c’era persino della poesia, e poi… il nulla. Vuoto totale. Quindi che fa il cantante? Prende tempo. Lalleggia. Ecco, io la penso così. Credo anch’io di essere in un periodo della vita la la la… sospeso.”
Trama del libro “Il tempo del la la la”
Tre donne, un baretto di fiducia e una chat che non conosce tregua. Ogni settimana, tra caffè con acqua calda a parte e confidenze, Lola, Maura e Ida tornano lì, come se fosse il modo più semplice di non perdersi. Lola sta per compiere sessant’anni e si sente sbiadire, incastrata tra un passato che non ha ancora smesso di fare male e un presente che sembra aver perso colore. Maura fa i conti con un matrimonio che si trascina per abitudine più che per slancio e con quei sogni che, negli anni, ha dovuto mettere da parte. Ida, invece, con il suo mix di ottimismo e spregiudicatezza, non chiede il permesso a nessuno: vive, sbaglia, ricomincia.
Ad accomunarle, un’inquietudine sottile: la sensazione che i giochi non siano ancora fatti, che sogni e desideri possano ancora trovare spazio. Ma come? Forse, a volte, basta soltanto avere fiducia e imparare a lasciarsi trovare dalle cose belle. E così, dentro quel tempo sospeso, qualcosa comincia a muoversi nei modi più imprevedibili: un incontro inatteso, una possibilità che si affaccia insperata, il passato che torna a bussare aprendo a un futuro ancora tutto da immaginare.
Sullo sfondo di una Torino vibrante che si fa complice silenziosa, Lola, Maura e Ida si trovano così davanti a ciò che sono state e a quello che potrebbero ancora essere, in equilibrio tra rimpianti e slanci, paure e improvvise aperture, mentre riaffiora, forte, la sensazione di essere vive.
“In effetti sento qualcosa che mi sfruculia dentro… ma non voglio dargli retta. La manutenzione della coppia richiede molto impegno e molto tempo, e io non ne ho. “L’amore e la luna se non crescono calano” diceva Seneca. È solo una questione professionale, devo evitare nella maniera più assoluta i film che mi faccio di solito.”
Recensione
La vicenda ruota attorno a Lola, Maura e Ida, tre donne ormai vicine ai sessant’anni che condividono una chat, un piccolo bar torinese dove si incontrano ogni settimana e soprattutto la sensazione di essere arrivate a un bivio della propria vita. Ciascuna porta con sé delusioni, rimpianti e desideri rimasti sospesi, ma nessuna ha davvero rinunciato alla speranza di ricominciare.
La voce della Littizzetto è immediatamente riconoscibile, è lei che ti legge il romanzo nella testa, purtroppo, per quanto io la ami, l’inizio del libro è stato un po’ troppo, una valanga di battute e gag che mi hanno sovrastata, prese da sole sono davvero divertenti, ma tutte insieme le ho trovate stancanti, sembrava una sua lunga interminabile letterina. Certo dietro ogni risata che un buon comico fa fare c’è il lato amaro, come ci insegnava Pirandello con la storia “La vecchia signora imbellettata”, quindi le batture fanno emerge riflessioni sul tempo, sulle occasioni perdute e sulla difficoltà di accettare i cambiamenti che l’età impone.
Fortunatamente da metà libro le battute mitragliate diminuiscono, senza però perdere l’umorismo e si stabilisce un equilibro e il romanzo prende forma di romanzo, dalla trama semplice, che non è sempre un difetto, ma tutto resta in superficie, anche i personaggi, le tre donne se pur diverse mi hanno dato la sensazione di essere un unica persona, un unico corpo, ma forse è questo lo scopo, una percezione simbolica di unione delle donne in questa fase particolare della vita. Verso la fine piano piano il romanzo si fa interessante e si abbandonano le battute forzate per lasciare spazio a qualche momento di introspezione che ho gradito molto, per finire poi, come è giusto che finisse, alla Bridget Jones.
Poi parliamo di Torino, città natale dell’autrice, con le sue piazze, i caffè e le vie, avrebbe dovuto essere un’altra protagonista della storia, ma anche qui non l’ho sentita, certamente i torinesi avranno apprezzato, ma per me che non conosco la città non me l’ha fatta vivere, qui il dono della scrittura per questo genere di situazioni fa tanto, non si può essere tutti Maurizio De Giovanni che ti racconta una via come se potessi sentire anche gli odori e ti fa venire voglia di cercarla su Google map.
E poi ci sono i cliché, il femminismo del noi donne siamo superiori e voi uomini siete rincoglioniti. In uno sketch televisivo, in una barzelletta ci sta burlarsi degli uomini, ci facciamo tutti una risata, ma in un romanzo mi aspetto qualcosa di più. Lotterò sempre per ottenere che le donne abbiano gli stessi diritti e le stesse possibilità degli uomini, ma non vorrei mai sottomettere questi ultimi, non mi sento creatura superiore in quanto donna. Immagino un mondo dove davvero possiamo essere tutti uguali rispettando le varie differenze. Non mi piace in generale questo “noi contro voi”. E in questo romanzo gli uomini sono solo oggetti desiderabili o indesiderabili. Siamo sulla buona strada per diventare la peggiore versione degli uomini.
Ma allora il libro mi è piaciuto o no? Nì. Se dovessi inserirlo in un genere lo catalogherei in quello “Chick lit”, in questo caso “old Chick lit”. Lo consiglio a chi ama i romanzi con le storie di amicizia al femminile e dal tono ironico, che fanno sorridere. Se esistesse una lettura da sotto l’ombrellone, che non credo esista, sarebbe questa, e ci sono momenti nella vita in cui servono anche queste letture. Le letture sono come la dieta, più varia è più fa bene.
“Procede. Non sta ferma. Perché la libertà non è mai statica, non è che si conquista ed è per sempre, bisogna averne cura altrimenti svanisce. Lo stesso anche in famiglia. Si campa più felici da liberi. Non si vive di sacrificio. Siamo adulti, non martiri.”
Ho riso, sono io, mi sento meno sola.
“Lola ingollando l’ultimo sorso di beverone di caffè rincara la dose: «Comunque a me la cosa che preoccupa di più sono i neuroni artritici». «Dimentichi le cose?» «Dimentico? Non mi ricordo più una minchia. Mi scordo persino i nomi di persone che conosco benissimo. L’altro giorno non mi veniva in mente come si chiama di nome Mattarella.» «Ma dai… Giorgio» squittisce convinta Ida. «Quello era Napolitano, cretina» la bacchetta Maura. «Sergio! Sergio Mattarella!» scandisce Lola col punto esclamativo facendo traballare le paste di meliga nel piattino. «Ma ti pare normale?» Maura annuisce. «Succede anche a me. Chiedimi “La vispa Teresa” e la so, chiedimi “La nebbia agli irti colli” e la so, sia nella versione di Carducci che in quella di Fiorello. Chiedimi come si chiama l’amministratore di condominio e addio.» «E quando incroci qualcuno per strada? Lì è la fine. Perché sai chi è, lo conosci, ma potrebbe chiamarsi Pippo Tarallo o Mirella Pinarella che non ne hai idea. Per questo invecchiando diminuiscono le amicizie, non perché sei meno socievole, ma perché non ti ricordi più chi sono.»”
Seguo Lucianina, come la chiama affettuosamente Fabio Fazio, anche sui social e sono innamorata dei suoi “buongiorno”, registrati dal suo meraviglioso terrazzo, che ho ritrovato tra queste pagine. Una volta ho perfino provato a disegnarlo.
“C’è un segnale preciso che ti dice che stai meglio: senti di nuovo gli uccellini cinguettare. Lo facevano anche prima solo che tu non te ne accorgevi. Come quando ti muore una pianta in terrazzo. Se ne sta lì, muta, inerme, i rami al cielo come tanti braccini secchi. Ci passi davanti tutte le mattine e pensi: è morta. Fammi controllare? Morta, morta. Appena ho un minuto di tempo la sradico e la butto. Poi rotolano via i giorni e, inghiottita nel tempo del poi, te ne dimentichi. Ma un giorno, così, distrattamente, ci passi davanti e la noti. La sgami. È lei. Un’impercettibile, invisibile, microscopica fogliolina verde. Uno zic. Un piccolo segnale che ti dice che è viva. Eppure eri convinta che fosse crepata, l’avresti giurato sulla tua stessa testa. Invece… Invece ha solo avuto bisogno di un lungo tempo di resurrezione.”
Chi sono le Queenager?
Il libro introduce un’idea curiosa, quasi una piccola invenzione linguistica, la “queenager”, un termine che fonde “queen” e “teenager” e che descrive donne sospese in un’età di passaggio, ancora viva e in movimento. Non più adolescenti, ma nemmeno ferme, che attraversano un tempo aperto, dove tutto può ancora cambiare, e forse proprio per questo più interessante da osservare.
“È il tempo delle queenager, un po’ queen e un po’ teenager: una categoria che sta prendendo forma, viva, scintillante e piena di una consapevolezza nuova.”
C’è un momento, nella traiettoria di un’autrice, in cui qualcosa cambia direzione, per Luciana Littizzetto quel momento coincide forse con questo libro, dopo anni passati a osservare la realtà con l’arma affilata dell’ironia, sceglie il romanzo per cercare di addentrarsi in un territorio emotivo più profondo come se decidesse finalmente di illuminarlo da vicino.
Incipit del libro “Il tempo del la la la”
1
Alba a Torino. Le 6 del mattino.
Lola spalanca gli occhi di colpo. La sua sveglia biologica non sgarra mai e non le deve neanche cambiare la pila. D’altronde lei odia le tende: vuole vedere il cielo quando apre gli occhi e così la luce dell’alba, ogni mattina, puntualmente, la schiaffeggia.
Poi saluta il pino del giardino condominiale, infallibile indicatore di vento: guarda se è immobile o danza e sa.
Sale in terrazzo, controlla che fine ha fatto il sole, strappa dolcemente qualche foglia di salvia, due o tre di limoncina e raccoglie la cacca di Bri, il suo cane di taglia media e di peristalsi regolare. Dopodiché, con le foglie in una mano e la cacca impacchettata nell’altra, deposita lo scarto nel water (a volte si confonde… butta le erbe e tiene la cacca) e poi scende in cucina. Smicroonda acqua calda, foglie e limone, e mezz’ora di libro in pace non gliela toglie nessuno. Le due ragazze che stanno a pigione da lei, Candela e Irina, ancora ronfano. Meglio così.
Maura dorme come un sasso. Dovrebbe già essere sotto la doccia visto che oggi entra in classe alla prima ora e la scuola dove insegna musica sta a Mirafiori, dieci chilometri di purissima coda.
Marsilio è rientrato a notte fonda e ovviamente l’ha svegliata con le sue soffiate di naso a tromba di Gerico, la pioggia di centesimi dalle tasche e lo scroscio di pipì con sciacquone annesso. Altro che rumori bianchi. Catrame.
Poi quel grandissimo stronzo in due secondi dorme a bocca spalancata. Correnti d’aria in glottide da spettinarla e lei lì con gli occhi sbarrati. Tutte le notti così. Certo che poi la mattina non ha campo.
Maura non prende, come il cellulare.
Ida dà una manata alla sveglia. Le 6? Non se ne parla. Si tasta la faccia per controllare se dopo la serata di ieri è tutta intera. Il mascara waterproof ha fatto il suo mestiere, aggiungi pure che non si è struccata e nemmeno tolta le lenti, l’effetto notte con occhi sigillati è il minimo. Forse non li riaprirà mai più.
Pazienza. D’altronde di qualcosa si deve pur morire e farlo a letto, con gli occhi già chiusi, è una consolazione. Metà del lavoro fatto.
Ida vede sempre il buono delle cose a costo di picconare la realtà fino a stanarne almeno una briciola.
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