Jules Verne – Il giro del mondo in ottanta giorni (Recensione)

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Il giro del mondo in ottanta giorni è un romanzo d’avventura del francese Jules Verne, pubblicato per la prima volta nel 1873. Narra la storia di due uomini, Phileas Fogg, gentlemen inglese, e Passepartout, il suo cameriere francese, impegnati a compiere il giro del globo in ottanta giorni per una scommessa. Nel libro traspare l’entusiasmo dell’autore per le scienze, le nuove scoperte tecnologiche e per i popoli e le culture lontane.

“Un buon inglese non scherza mai, quando si tratta di una cosa tanto seria come una scommessa”

Sembrerebbe che il racconto sia ispirato da un’impresa realmente compiuta nel 1870 da George Francis Train, un eclettico imprenditore americano, che fece il primo di tre giri intorno al mondo viaggiando in treno. Il libro è così popolare che non avrebbe bisogno di presentazioni visto i numerosi adattamenti televisivi e cinematografici, per chi invece non lo conoscesse la storia narra di Phileas Fogg, un ricco gentiluomo inglese che vive a Londra, non si conosce la fonte del suo denato, è un uomo solo, flemmatico e ossessivo metodico, conduce una vita con rituali sempre uguali, infatti un giorno licenzia il suo servitore solo per avergli portato l’acqua per radersi di due gradi sopra la temperatura prestabilita, in quell’occasione assume come rimpiazzo Jean Passepartout, un uomo fedele e pieno di talenti nascosti.

“La terra è forse rimpicciolita?»
«Senza dubbio», rispose Gauthier Ralph. «Io sono dell’avviso di Mr. Fogg. La terra è rimpicciolita, perché ora la si percorre dieci volte più in fretta di cento anni fa. Nel caso di cui ci occupiamo, questo renderà le ricerche molto più rapide».
«E renderà più facile anche la fuga del ladro!».
«A voi giocare, Mr. Stuart!», disse Phileas Fogg.
Ma l’incredulo Stuart non era convinto e, terminata la partita:
«Bisogna confessare, Mr. Ralph», riprese, «che voi avete trovato un modo simpatico di dire che la terra è rimpicciolita, poiché, siccome ora se ne fa il giro in tre mesi…».
«In ottanta giorni solo», disse Phileas Fogg.!

Il 2 ottobre del 1872 Fogg si reca come ogni giorno, puntuale e contando i passi, al prestigioso Reform Club di cui è membro onorario. Solitamente ama stare in disparte, ma quel giorno ascolta alcuni soci che discutono animatamente su un articolo del «Daily Telegraph», che, oltre a riportare la notizia di una grande rapina alla Banca d’Inghilterra, descrive una nuova ferrovia in India e calcola che ormai sarebbe possibile fare il giro del mondo in soli ottanta giorni. Tutti ritengono che questa stima sia falsa, ma Fogg li sfida e scommette ventimila sterline con i soci del club che riuscirà a compiere in ottanta giorni il giro del mondo, partendo quella sera stessa ed essendo di ritorno entro la sera del 21 dicembre.
Parte con al seguito il servo Passepartout, ignorando che sulle loro tracce si è messo il detective Fix, convinto che Fogg sia l’autore della rapina in banca. Così inizia la corsa prodigiosa attorno alla Terra e le rocambolesche avventure dei due protagonisti.

“Phileas Fogg, lasciando Londra, non dubitava affatto del grande scalpore che avrebbe provocato la sua partenza. La notizia della scommessa si sparse dapprima nel Reform Club, dove produsse una vera emozione fra i membri dello spettabile Circolo, poi dal Club quest’emozione si trasmise ai giornali per mezzo dei loro reporter e dai giornali al pubblico di Londra e di tutto il Regno Unito. La “questione del giro del mondo” fu commentata e discussa con tanta passione e ardore, come se si fosse trattato di un nuovo affare dell’Alabama. Gli uni parteggiavano per Phileas Fogg; gli altri – e questi formarono ben presto una maggioranza considerevole – si pronunciarono contro di lui. Il giro del mondo da compiersi altrimenti che in teoria, o sulla carta in quel minimo di tempo, con i mezzi di comunicazione allora in uso, non era solamente impossibile; era insensato!”

Antonio Gramsci scrive:
“Nei libri di Verne non c’è mai nulla di completamente impossibile; le “possibilità” di cui dispongono gli eroi di Verne sono superiori a quelle realmente esistenti nel tempo, ma non troppo superiori e specialmente non “fuori” della linea di sviluppo delle conquiste scientifiche realizzate; l’immaginazione non è del tutto “arbitraria” e perciò possiede la facoltà di eccitare la fantasia del lettore già conquistato dall’ideologia dello sviluppo fatale del progresso scientifico nel dominio del controllo delle forze naturali.”

La lettura è stata molto piacevole e simpatica, avevo visto i film, ma il libro è ancora più divertente, non certamente il capolavoro che mi porterei se dovessi andare su un’isola deserta (domanda che si fa spesso), ma credo che sia uno di quei libri che va letto, magari tra una lettura impegnativa e l’altra. Mi ha colpito particolarmente l’umorismo e la modernità, mi piace molto il personaggio di Fogg così freddo all’apparenza e invece capace di imprevedibili colpi di scena, mi sono divertita con il pasticcione Passepartout, anche il detective è un bel personaggio, assomiglia al classico poliziotto che inseguirà, quasi 40 anno dopo, Arsenio Lupin.
Spesso è catalogato come libri per ragazzi, ma come capita con questo tipo di classici, a mio parere, non è indicato per i ragazzi di oggi, soprattutto per quelli più giovani, ben che meno ai bambini. Quello che poteva affascinare i ragazzi dell’800, cioè i viaggi verso paesi sconosciuti, che spesso conoscevano solo attraverso le descrizioni sui libri, oggi non vale più. I ragazzi di oggi credo preferiscano ritrovarsi nel testo. Una curiosità che vi svelo e che mi ha colpita è stata quella di non aver ritrovato nessuna mongolfiera, l’aspettavo, ma niente, i protagonisti prenderanno i mezzi di trasporto più strambi, pure gli elefanti, ma non utilizzeranno mai una mongolfiera.
Dedico questo libro a chi scommette sempre su se stesso.

Phileas Fogg e Passepartout si accettano reciprocamente l’uno come padrone e l’altro come domestico

Nella casa al n. 7 di Saville Row, Burlington Gardens, dove nel 1816 morì Sheridan, viveva nel 1872 Phileas Fogg, esq.1, il quale, sebbene facesse di tutto per rimanere inosservato, era uno dei membri più noti e originali del Reform Club di Londra.
Di questo personaggio enigmatico, che succedeva a uno dei più grandi oratori inglesi, nulla si sapeva all’infuori che era un grande galantuomo e uno dei più bei gentlemen dell’alta società inglese.
Si diceva che rassomigliasse a Byron, almeno nella testa, perché, quanto ai piedi, li aveva perfetti. Ma era un Byron con baffi e basette, un Byron impassibile, che avrebbe potuto vivere mille anni senza invecchiare.
Inglese in tutto, non era però londinese; non lo si era mai visto né alla Borsa, né alla Banca Centrale e neppure in nessuna sede bancaria della City. Né le darsene né i docks londinesi avevano mai ricevuto una nave il cui armatore fosse Phileas Fogg. Questo signore non figurava in nessuna amministrazione; il suo nome non aveva mai risuonato in un collegio di avvocati, né al Temple, né al Lincoln’s-Inn né a Gray’s-Inn. Non aveva mai perorato alla Corte del Cancelliere, né presso la Regina, né all’Echiquier, né alla Corte ecclesiastica; non era un industriale, non un negoziante, non un mercante, non un agricoltore. Non faceva parte di nessuna istituzione: né di quella Reale della Gran Bretagna, né di quella di Londra, degli Artigiani o della Russell, né dell’Istituzione Letteraria dell’Ovest, né dell’Istituzione del Diritto, né di quella Istituzione di Arti e di Scienze Riunite che è posta sotto il patronato diretto di Sua Maestà. Non apparteneva infine a nessuna delle numerose Società che pullulano nella capitale d’Inghilterra; dalla Società dell’Armonica alla Società Entomologica fondata principalmente allo scopo di distruggere gli insetti nocivi. Phileas Fogg non era altro che membro del Reform Club. A chi si meravigliasse che un gentiluomo così misterioso fosse fra i membri di questa onorevole associazione, si potrebbe rispondere che egli riuscì a entrarvi per la raccomandazione dei fratelli Baring, presso i quali aveva un conto corrente aperto. Di là una certa buona nomea, dovuta al fatto che i suoi assegni erano regolarmente pagati a vista, perché nel suo conto corrente egli risultava sempre creditore.
Era ricco questo Phileas Fogg? Indubbiamente. Come fosse riuscito a far fortuna, nemmeno il meglio informato, lo avrebbe potuto dire e Mr. Fogg era proprio l’ultima persona a cui sarebbe convenuto rivolgersi per saperlo. Egli non era prodigo in niente, ma nemmeno avaro: infatti, in ogni cosa nobile, utile e generosa a cui mancava un aiuto, egli lo apportava silenziosamente e persino anonimamente.
Insomma nessuno meno comunicativo di questo signore: parlava il meno possibile e sembrava tanto più misterioso, quanto più era silenzioso. Eppure la sua vita era limpida, ma ciò che faceva era così matematicamente sempre la stessa cosa, che la malcontenta immaginazione del mondo cercava al di là.
Aveva viaggiato? Probabilmente, perché nessuno conosceva meglio di lui la carta geografica. Non vi era luogo, per quanto lontano, del quale egli non sembrasse avere una conoscenza speciale. Qualche volta, in poche parole brevi e chiare, raddrizzava i mille pareri che circolavano al Club sui viaggiatori smarriti, o perduti: indicava le vere probabilità e molto sovente le sue parole erano parse come ispirate da una seconda vista, perché gli avvenimenti finivano sempre per giustificarle. Era un uomo che doveva aver viaggiato dappertutto, per lo meno con la mente.
Ciò nonostante era certo che da molti anni Phileas Fogg non aveva più abbandonato Londra. Coloro che avevano l’onore di conoscerlo meglio, assicuravano che, se non sul cammino diretto che percorreva ogni giorno per andare da casa sua al Club, nessuno poteva affermare di averlo mai visto altrove.
Suo solo passatempo era leggere i giornali, o giocare a whist.

 


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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