Rosella Postorino – Le assaggiatrici (Recensione)

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Le assaggiatrici di Rosella Postorino, pubblicato da Feltrinelli nel 2018, vincitore della 56esima edizione del Premio Campiello. Una ricostruzione romanzata di una storia vera e poco nota, la storia di Margot Woelk, una donna di 24 anni che fu una delle assaggiatrici di Hitler, paranoico ed ossessionato di essere avvelenato, aveva bisogno di qualcuno che assaggiasse per lui il cibo, prima di poterlo mangiare.

“Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame”

La storia di una ragazza che diceva di non essere mai stata nazista, costretta a sfidare la morte a ogni boccone, ma anche una privilegiata, una donna collusa con il Male. Che cosa si prova a ingoiare tre volte al giorno cibo potenzialmente letale? Fino a dove è lecito spingersi per sopravvivere? A cosa affidarsi, a chi, se il boccone che ti nutre potrebbe ucciderti, se colui che ha deciso di sacrificarti ti sta nello stesso tempo salvando?

“Alle undici del mattino eravamo già affamate. Non dipendeva dall’aria di campagna, dal viaggio in pulmino. Quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo fame e paura.”

La protagonista è Rosa Sauer, una donna di 26 anni, sposata con Gregor, lavora come segretaria e vive a Berlino. Quando scoppia la guerra e il marito viene richiamato al fronte, la casa natale della donna è bombardata e la madre muore, così è costretta a fuggire e a rifugiarsi dai suoceri a Gross-Partsch, un villaggio a pochi chilometri dalla “tana del lupo”, il rifugio segreto dove Hitler ha stabilito il suo quartier generale, mimetizzato nella foresta.
È l’autunno del 1943, Rosa è appena arrivata da Berlino a Gross-Partsch, e le SS bussano alla sua porta e le ordinano di seguirli. Non c’è possibilità di rifiutare. E’ così, suo malgrado, si ritrova insieme ad altre ragazze a far parte di un corpo davvero speciale, quello delle assaggiatrici di Hitler.
La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. “Da anni avevamo fame e paura” dice. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato.
Tra queste donne ci sono le “esaltate” che vengono insignite di premi per via del numero di figli di pura razza ariana che sono riuscite ad allevare, pronte a sacrificarsi per il führer, ma c’è anche chi, come Rosa, preferirebbe non salire ogni mattina su quel pulmino che le porta ogni giorno alla caserma, alla mensa. Però i duecento marchi al mese di stipendio fanno comodo a tutte, c’è fame e poi, cosa succederebbe se una donna si rifiutasse di adempiere al suo volere?

“Perché, da tempo, mi trovavo in posti in cui non volevo stare, e accondiscendevo, e non mi ribellavo, e continuavo a sopravvivere ogni volta che qualcuno mi veniva portato via? La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.”

Nell’ambiente chiuso della mensa, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera, viene chiamata “Berlinese”, le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti, come una sorta di divinità che non compare mai, incombe il Führer.

“Tornai a pensare che non avessimo il diritto, noi, di parlare d’amore. Abitavamo un’epoca amputata, che ribaltava ogni certezza, e disgregava famiglie, storpiava ogni istinto di sopravvivenza.”

Sicuramente non avevo voglia di leggere un libro con queste dinamiche, ero in un periodo carico di problemi ed avevo voglia solo di leggerezza e questo credo che abbia influenzato la mia lettura, ma è stato lui a scegliermi, i libri a volte lo fanno. Non conoscevo l’esistenza delle assaggiatrici e questo mi ha incuriosita molto, poi leggere un libro sul periodo nazista dal punto di vista dei tedeschi mi ha ancora più incuriosita. E devo ammettere che fa riflettere, specialmente in un momento storico come il nostro.

“Io pensai a mio padre, a quando diceva che il Nazismo aveva annullato la lotta di classe attraverso la lotta fra le razze.”

Quello che ha preso il posto della protagonista alla fine, quello che ne è rimasto, il grande vincitore del nazismo è il silenzio“La verità non l’ho mai saputa, non l’ho mai chiesta.” 
Su un’altalena di ricordi, di sensi di colpa, segreti, compromessi, tradimenti, predomina il silenzio che ti scolla dalla feroce realtà, che fa sopravvivere, ma non vivere. Il silenzio che permette di dimenticare, permette di perpetrarre il male.

“Venticinquemila volumi sottratti alle biblioteche e una lega di studenti in festa, aspirano a essere uomini di carattere, altro che smidollati uomini di libri. È finita l’èra dell’intellettualismo ebraico”

Il libro è narrato in prima persona, la lettura è scorrevole, il linguaggio è semplice, lo stile ordinato, ma non ho apprezzato la terza parte, dove tutto è confuso, non si capisce su cosa si stia focalizzando, come se non sapesse come farlo finire, ho visto paura di osare, la paura di un giudizio morale, un finale privo di qualsiasi emozione. Tutto resta sospeso e silenzioso. Comunque ne consiglio la lettura, perchè fa riflettere parecchio e indaga su molti aspetti dell’essere umano.

Nel libro si trova questa frase:“Se davvero l’essere umano fosse stato creato da Dio,” diceva mio marito, “credi che Dio si sarebbe inventato una cosa volgare come la merda? Non avrebbe trovato un altro metodo, uno che non comportasse gli esiti ripugnanti della digestione? La merda è una trovata così perversa che o Dio è un perverso oppure non esiste.”
Un chiaro riferimento al libro L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera.

1.

Entrammo una alla volta. Dopo ore di attesa, in piedi nel corridoio, avevamo bisogno di sederci. La stanza era grande, le pareti bianche. Al centro, un lungo tavolo di legno su cui avevano già apparecchiato per noi. Ci fecero cenno di prendere posto.
Mi sedetti e rimasi così, le mani intrecciate sulla pancia. Davanti a me, un piatto di ceramica bianca. Avevo fame.
Le altre donne si erano sistemate senza far rumore. Eravamo in dieci. Alcune stavano dritte e compite, i capelli tirati in uno chignon. Altre si guardavano intorno. La ragazza di fronte a me strappava pellicine con i denti e le triturava sotto gli incisivi. Aveva guance morbide chiazzate di couperose. Aveva fame.
Alle undici del mattino eravamo già affamate. Non dipendeva dall’aria di campagna, dal viaggio in pulmino. Quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo fame e paura. E quando il profumo delle portate fu sotto il nostro naso, il battito cardiaco picchiò sulle tempie, la bocca si riempì di saliva. Guardai la ragazza con la couperose. Aveva la mia stessa voglia.

I fagiolini erano conditi con il burro fuso. Non mangiavo burro dal giorno del mio matrimonio. L’odore dei peperoni arrostiti mi pizzicava le narici, il mio piatto traboccava, non facevo che fissarlo. In quello della ragazza di fronte a me, invece, c’erano riso e piselli.
“Mangiate,” dissero dall’angolo della sala, ed era poco più che un invito, meno di un ordine. La vedevano, la voglia nei nostri occhi. Bocche dischiuse, respiro accelerato. Esitammo. Nessuno ci aveva augurato buon appetito, e allora forse potevo ancora alzarmi e dire grazie, le galline stamattina sono state generose, per oggi un uovo mi basterà.
Contai di nuovo le convitate. Eravamo in dieci, non era l’ultima cena.
“Mangiate!” ripeterono dall’angolo, ma io avevo già succhiato un fagiolino e avevo sentito il sangue fluire sino alla radice dei capelli, sino alle dita dei piedi, avevo sentito il battito rallentare. Quale mensa per me tu prepari – sono tanto dolci questi peperoni – quale mensa, per me, su un tavolo di legno, nemmeno una tovaglia, ceramiche Aachen e dieci donne, se avessimo il velo sembreremmo delle suore, un refettorio di suore che hanno fatto voto di silenzio.
All’inizio prendiamo bocconi misurati, come se non fossimo obbligate a ingoiare tutto, come se potessimo rifiutarlo, questo cibo, questo pranzo che non è destinato a noi, che ci spetta per caso, per caso siamo degne di partecipare alla sua mensa. Poi però scivola per l’esofago atterrando in quel buco nello stomaco, e più lo riempie più il buco si allarga, più stringiamo le forchette. Lo strudel di mele è così buono che d’improvviso ho le lacrime agli occhi, così buono che ne infilo in bocca brani sempre più grossi, ingurgitando un pezzo dopo l’altro sino a gettare indietro la testa e riprendere fiato, sotto gli occhi dei miei nemici.
Mia madre diceva che quando si mangia si combatte con la morte. Lo diceva prima di Hitler, quando andavo alla scuola elementare di Braunsteingasse 10, Berlino, e Hitler non c’era. Lei mi allacciava un fiocco sul grembiule e mi porgeva la cartella, e mi raccomandava di fare attenzione, durante il pranzo, a non strozzarmi. In casa avevo il vizio di parlare sempre, pure con la bocca piena, chiacchieri troppo, mi diceva, e io mi strozzavo proprio perché mi faceva ridere, quel tono tragico, il suo metodo educativo fondato sulla minaccia di estinzione. Quasi che ogni gesto di sopravvivenza esponesse al rischio della fine: vivere era pericoloso; il mondo intero, un agguato.


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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