Michael Connelly – Ghiaccio nero (Recensione)

0

Ghiaccio nero è un romanzo poliziesco dello scrittore statunitense Michael Connelly, pubblicato da Piemme nel 1993, tradotto da Gianni Montanari. E’ il secondo di una lunga serie avente come protagonista il detective Harry Bosch. In un motel viene rinvenuto il cadavere di un poliziotto. Si è sparato alla testa con un fucile a canna doppia e ha lasciato un biglietto d’addio. Sembra un caso semplice, ma Harry Bosch non è convinto.

“Tutti hanno bisogno del loro passato, pensò Bosch. A volte il passato esercita un’attrazione superiore a quella del futuro.”

Per Harry Bosch, detective della Polizia di Los Angeles, la notte di Natale è una notte come tante, da trascorrere a casa, da solo, con la speranza che, almeno per una sera, Hollywood decida di non mostrarsi per la fogna che veramente è. Speranza vana.
Mentre un incendio divampa sulla collina di Hollywood rischiando di minacciare anche la casa di Bosch, il radioricevitore trasmette un messaggio in codice. Un suicidio in un motel di periferia. Un caso come tanti, se il morto non fosse un poliziotto.
Cal Moore si è sparato alla testa con un fucile a doppia canna. Il biglietto d’addio sembra non lasciare spazio ai dubbi. Ma Bosch non è convinto. Quell’uomo si era rivolto a lui: un incontro informale, in un bar, un paio d’ore passate a bere birra e whisky con quello sbirro cinico e cupo, per tanti aspetti simile a lui.
Seguendo il filo di un’indagine personale, Bosch scopre che Cal Moore aveva messo insieme un dossier sul traffico di una nuova micidiale droga e su una vera guerra per la conquista del mercato. Ma scopre anche qualcosa di oscuro e misterioso nel passato di Cal, qualcosa che forse lo ha ucciso.

“Era mezzanotte quando rientrò in casa. Nelle stanze aleggiava il suo profumo. E il senso di colpa di Harry. Mise sul lettore Mood Indigo, il CD di Frank Morgan, e rimase in piedi nel soggiorno, immobile, ascoltando il fraseggio del primo assolo, una canzone intitolata Lullaby. Bosch era convinto di non conoscere nulla di più sincero del suono di un sassofono.”

Ghiaccio nero è una droga prodotta dai Messicani i quali copiano il procedimento degli Hawaiani che uniscono altre droghe più famose tra loro creando il vetro. Visto che la qualità dell’eroina messicana è più scadente e raschiano anche il fondo bruciato delle pentole il risultato è più scuro rispetto al prodotto Hawaiano e per questo lo chiamano Ghiaccio nero.

“Bosch amava Los Angeles soprattutto di notte. La notte copriva molti dolori. Zittiva la città e al tempo stesso portava in superficie profonde correnti sottomarine. Era in questo flusso oscuro che lui riteneva di muoversi più liberamente. Dietro la copertura delle ombre. Come l’autista di una limousine, lui guardava fuori ma nessuno guardava dentro.
C’era un senso di casualità nel buio, il guizzare delle opportunità colte nell’azzurro dei neon notturni. Tanti modi di vivere. E di morire. Si poteva stare seduti sui sedili posteriori di una limousine nera di qualche studio cinematografico, oppure con la stessa facilità sussultare nel retro di un camioncino blu del coroner diretto all’obitorio. Il suono degli applausi era lo stesso del ronzio di una pallottola che ti sfiorava un orecchio nell’oscurità. La stessa casualità. Questa era Los Angeles.
C’erano alluvioni e incendi, terremoti, smottamenti di fango. C’era il pistolero della macchina accanto e lo scassinatore fuso dal crack. Il conducente sbronzo e sempre qualche maledetta curva più avanti. C’erano sbirri assassini e assassini di sbirri. C’era il marito della donna con la quale dormivi, e c’era la donna. In qualunque momento di qualunque notte, c’erano persone stuprate, violentate, mutilate. Assassinate e amate. C’era sempre un bambino attaccato al seno della madre. E a volte, un bambino solo dentro un cassonetto.
Da qualche parte.”

Questo libro, rispetto a quello che avevo letto di questa serie, non mi ha fatto impazzire, probabilmente perché non ho mai amato l’ambientazione Messicana, ho fatto fatica a finirlo. Certo sono interessanti i nuovi dettagli del passato del mio amato Harry Bosch, l’ho trovato troppo macchinoso e leggermente surreale, però con un buon finale. Amo troppo il personaggio per non continuare a leggere la serie.

1

Il fumo saliva dal Cahuenga Pass e si appiattiva sotto una corrente di aria fresca che spirava più in alto. Dal punto in cui Harry Bosch si trovava, il fumo sembrava un’incudine grigia che si levasse da terra. Nel sole del tardo pomeriggio, la massa grigia si colorava di rosa alla sommità dove i raggi riuscivano a passare, e degradava al nero alla base, dove un incendio di sterpaglie risaliva il fianco della collina sul lato est del canyon. Sintonizzò il suo radioricevitore sulla frequenza delle chiamate di soccorso civile della Contea di Los Angeles e rimase in ascolto, mentre i capi delle squadre antincendio riferivano a un posto di comando che in una strada nove case erano già andate distrutte e presto sarebbe toccato a quelle nella strada accanto. L’incendio si spostava verso le colline del Griffith Park, dove avrebbe potuto impazzare per ore prima di essere domato. Harry sentiva la disperazione nelle voci degli uomini alla radio.
Bosch osservò la squadriglia di elicotteri che attraversavano la cortina di fumo, sganciando i loro carichi di acqua sopra le case e gli alberi che bruciavano. Gli riportarono alla mente i lanci nel Vietnam. Il baccano. Il beccheggiare incerto del velivolo sovraccarico. Vedeva l’acqua precipitare attraverso i tetti in fiamme e il vapore levarsi immediatamente.
Distolse lo sguardo dall’incendio e lo abbassò sui cespugli secchi che ricoprivano il fianco della collina, attorniando i piloni che sostenevano la sua casa sul versante ovest del passo. Vide margherite e fiori selvatici nella macchia polverosa. Ma non vide il coyote che nelle ultime settimane aveva notato andarsene a caccia lungo il ruscello che scorreva sotto la casa. Ogni tanto gli aveva gettato qualche pezzo di pollo, ma l’animale non aveva mai accettato il cibo mentre Bosch guardava. Solo dopo che lui era rientrato in casa, il coyote strisciava allo scoperto e accettava le offerte. Harry lo aveva battezzato “Timido”. A volte, a notte tarda, sentiva il suo ululato echeggiare verso il passo.
Tornò a guardare l’incendio proprio nel momento in cui ci fu una forte esplosione e una palla di fumo nero si sollevò roteando all’interno dell’incudine grigia. Ci furono scambi concitati alla radio e un caposquadra riferì che il serbatoio di propano di un barbecue era saltato in aria.
Harry rimase a guardare il fumo più scuro che si dissipava nella grande nuvola grigia, poi sintonizzò di nuovo il radioricevitore sulla frequenza del Dipartimento di Polizia di Los Angeles. Era di turno. In servizio il giorno di Natale. Ascoltò per mezzo minuto, ma sentì solo il consueto traffico radio. Sembrava un Natale tranquillo a Hollywood.
Guardò l’orologio e rientrò in casa con il radioricevitore. Estrasse la teglia dal forno e fece scivolare su un piatto il suo cenone natalizio, un petto di pollo arrosto. Poi aprì una confezione di riso e piselli cotti al vapore e ne vuotò una dose generosa accanto al pollo. Portò il piatto sul tavolo della sala da pranzo, dove c’era già in attesa un bicchiere di vino rosso accanto ai tre biglietti arrivati per posta nel corso della settimana ma che lui aveva lasciato ancora chiusi. Sul lettore CD girava l’arrangiamento che Coltrane aveva fatto di Song of the Underground Railroad.
Mentre mangiava aprì i tre biglietti, li osservò brevemente e pensò ai rispettivi mittenti. Era il rituale di un uomo solo, lo sapeva bene, ma la cosa non lo infastidiva. Aveva passato ben più di un Natale da solo.


Autore

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

Scrivi un commento

Pin It on Pinterest