Daniel Defoe – Robinson Crusoe (Recensione)

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Robinson Crusoe è un romanzo di avventura scritto da Daniel Defoe, il titolo orginale è La vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe, fu pubblicato per la prima volta 1719, mentre per la pubblicazione italiana dobbiamo aspettare il 1800. Fu considerato il capostipite del romanzo d’avventura. Defoe trasse ispirazione dal un personnaggio realmente esistito, Alexander Selkirk, un marinaio scozzese, amante di viaggi e avventure che prese parte ad una spedizione nell’Oceano Pacifico e per contrasti col capitano della nave chiese di essere lasciato nella disabitata isola Más a Tierra, conosciuta oggi come isola Robinson Crusoe, dell’arcipelago di Juan Fernández, dove rimase dal settembre del 1704 al febbraio del 1709, quando fu raggiunto da Woodes Rogers, un corsaro britannico.

“Se mai la storia delle avventure di un uomo qualsiasi di questo mondo è stata degna di pubblicazione e, una volta pubblicata, di essere accolta con favore, colui che l’ha data alle stampe è convinto che questa lo sia.
Gli eventi straordinari della vita di quest’uomo superano a suo avviso, tutto ciò di cui si sia avuta mai notizia, ed è quasi impossibile che la vita di un singolo individuo possa presentare maggior varietà.
La storia è raccontata con accenti sobri e sereni, e con l’intendimento religioso di sfruttare le circostanze così come gli uomini savi se ne servono sempre, cioè per istruire gli altri mediante questo esempio, e per giustificare ed esaltare la saggezza della Provvidenza nelle più svariate congiunture della vita, comunque possano verificarsi.
Chi l’ha data alle stampe è convinto che questa storia sia una cronaca di fatti realmente accaduti, e non vi sia in essa traccia veruna di invenzione. A ogni modo, il fatto che si tratti di avvenimenti pregressi non muta il valore del racconto, sia per il diletto del lettore, sia per l’insegnamento che glie ne può venire. Egli pertanto ritiene, senza ulteriori giustificazioni nei confronti del pubblico, di rendergli un grandissimo servigio nel farlo stampare.” (Prefazione dell’Autore)

Il protagonista, Robinson Crusoe, nasce in Inghilterra nel 1632, suo padre voleva che diventasse avvocato, ma lui aveva un anima libera ed avventurosa, sognava di andare per mare. Questo desiderio si reliazzò all’età di dicianove anni, un amico lo invito ad imbarcarsi su una nave diretta a Londra, questo però non gli bastava e da Londra si imbarcò nuovamente per il Brasile, dove coltivò una piantaggione di tabacco che lo rese ricco, ma non placò la sua voglia di avventura, così accettò di partecipare ad un viaggio in Guinea per recuperare schiavi da far lavorare nelle piantagioni. Dopo 12 giorni di viaggio si scatenò una terribile tempesta che fece naufragare la nave e Robinson si ritrova l’unico sopravvissuto sulla spiaggia di un isola che scoprirà deserta.

“Io nacqui nel 1632 nella città di York da una buona famiglia che peraltro non era del luogo. Mio padre infatti era uno straniero, di Brema, e in un primo tempo si era stabilito ad Hull. Poi, grazie al commercio, aveva accumulato un ragguardevole patrimonio, cosicché, abbandonati i propri affari, aveva scelto di vivere a York e vi aveva sposato mia madre, appartenente a un’ottima famiglia locale. Mia madre di cognome si chiamava Robinson, e perciò io ebbi il nome di Robinson Kreutznauer; ma siccome notoriamente gli inglesi inclinano a storpiare le parole ora noi veniamo chiamati, e anzi ci chiamiamo e firmiamo, Crusoe; ed è così del resto che mi hanno sempre chiamato i miei compagni.”

Il libro è scritto in prima persona sotto forma di diario, ha un ritmo narrativo spesso lento ed usa a volte termini ormai obsoleti. Viene catalogato come lettura per ragazzi, non credo che un ragazzo di oggi possa amare questo libro e soprattutto non lo trovo formativo.
Non possiamo capire il romanzo se non accettiamo storicamente il periodo storico, un Inghilterra colonizzatrice, dove l’uomo bianco è la figura civilizzata e l’uomo di colore è il selvaggio. Oltretutto spiega anche il fatto che, all’epoca, l’Inghilterra tendeva a rendere simili a quello inglese tutti i popoli, “civilizzandoli” con la propria lingua e religione.

“… noi non riconosciamo la nostra vera condizione se non quando ci troviamo in uno stato peggiore, nè valutiamo ciò che abbiamo se non quando ci manca.”

Defoe riesce a cogliere nel suo romanzo il problema dell’uomo solo, davanti alla natura e a Dio, nobilitandolo attraverso i precetti cristiani e biblici, e ridandogli il dominio sulle cose.
Comprendo che in condizioni estreme la sopravvivenza diventa un pensiero fisso, ma penso che questo non giustifica la poca introspezione. immagino poi che un uomo su quell’isola avrebbe avuto tante opputunità di  vedere spettacoli della natura meravigliosi, ma nel libro non vi è traccia, l’uomo resta chiuso nel suo bossolo, lo sguardo non va oltre se stesso e resta compresso nella sua presunzione di superiorità, prerogativa del pensiero occidentale.

“Quale gioco strano di scacchi è per la Providenza la vita dell’uomo! Molle segrete tirano di qua o di là i nostri desideri, secondo le circostanze del momento. Oggi ci succede di amare ciò che domani odieremo; oggi evitiamo ciò che cercheremo domani; oggi desideriamo ciò che domani ci farà paura, anzi ci farà tremare alla sola idea del suo verificarsi.”

Robinson Crouse è uno schiavista, ai tempi era legale, anche con venerdì si comporta come il tipico colonialista che impone il suo modo di vivere, senza alcun rispetto per la diversità, vista sempre come negativa, contemporaneamente si sente un buon cristiano, si stente amato da Dio per il suo di agire. Non dovremmo scandalizzarci se collochiamo il racconto nel suo “terribile” periodo storico, invece dovremmo scandalizzarci al pensiero che oggi, nel 2018, ci sono ancora persone che la pensano così, fortunatamente oggi ci sono le leggi laiche che lo impediscono.

“Capita spesso che il timore del pericolo atterrisca molto più del pericolo reale, quando ce lo troviamo davanti agli occhi, e che il peso dell’angoscia sia più grave del male stesso per cui ci angosciamo. E purtroppo ero privo di quel sollievo che si era dimostrato tanto utile nelle mie sofferenze: la rassegnazione.”

Ritornando al libro certe parti sono un po’ ripetitive e l’elenco degli oggetti che riesce a salvare sono irritanti, nel complesso l’ho trovando piacevole. Chissà magari perché mi piace il fai da te, lo scoprire in cosa un oggetto recuperato potesse servire o in cosa si sarebbe trasformato mi ha divertito.
Però continuo a non comprendere come possa essere una lettura consigliata ai ragazzi.

Dedico questo libro a chi ha pazienza, a chi si fa spesso prendere dal panico e a chi ama la solitudine e il fai da te.

Riuscii a comprendere il significato di quasi tutto quel suo gesticolare, e a mia volta gli lasciai intendere che ero molto soddisfatto di lui. Subito dopo incominciai a parlargli e a insegnargli a parlare, e per prima cosa gli spiegai che il suo nome sarebbe stato Venerdì, perché venerdì era appunto il giorno in cui gli avevo salvato la vita. Lo chiamai così a ricordo dell’avvenimento. Parimenti gli insegnai a dire «Padrone» e gli spiegai che questo era il nome col quale doveva rivolgermi la parola. Poi gli insegnai a dire «sì» e «no», illustrandogli il significato di queste due parole. Gli diedi un poco di latte versandolo in una ciotola di terracotta, e prima gli mostrai come facevo a sorbirlo e a inzupparvi il pane. Gli diedi una pagnotta perché facesse la stessa cosa, ed egli eseguì prontamente; anzi mi fece segno che quel cibo gli piaceva molto.
Rimasi con lui la notte, ma non appena fu giorno gli feci cenno di seguirmi, facendogli capire che intendevo trovargli qualche indumento. Lui parve compiacersene, giacché in effetti era del tutto nudo. Quando arrivammo al punto in cui aveva seppellito i due cadaveri, me lo indicò con esattezza, mostrandomi certi segni che aveva lasciato per ritrovarli e facendomi capire che dovevamo dissotterrarli e mangiarli. Allora io mi mostrai oltremodo adirato, manifestai il mio orrore a un’idea del genere e finsi di esser colto dal vomito al solo pensarvi. Poi con un gesto della mano gli ingiunsi di allontanarsi e proseguire il cammino, cosa che fece all’istante, con assoluta sottomissione. Poi lo condussi in cima alla collina, per vedere se i suoi nemici se ne fossero andati. Presi il cannocchiale e distinsi chiaramente il punto in cui erano stati, ma non c’era più traccia né di loro né delle loro canoe. Evidentemente erano ripartiti abbandonando i loro due compagni e senza fare il minimo tentativo per ritrovarli.
Ma non mi accontentai di questa constatazione. Ora, sentendomi rinfrancato, e quindi tanto più incuriosito, presi con me il mio servo Venerdì mettendogli la spada in mano e l’arco e le frecce a tracolla (vidi più tardi che sapeva usarle con grande destrezza), facendogli reggere uno dei miei fucili, mentre da parte mia ne portavo altri due, e poi c’incamminammo verso il luogo in cui avevano sostato quei selvaggi. Infatti intendevo saperne di più sul loro conto

L’edizione che ho letto è quella della Newton Compton, arricchita dalle illustrazioni originali di William James Linton.

 

 


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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