Insegnare non è per tutti. E per fortuna, aggiungerei.
Non basta sapere tutto il programma, sfoggiare con orgoglio la laurea incorniciata sopra la scrivania e correggere i compiti come se foste a Masterchef con la penna rossa al posto del coltello.
Puoi anche citare a memoria tutta la Divina Commedia, senza sbagliare un endecasillabo, ma se davanti a te hai una classe di dodicenni la cui soglia dell’attenzione sta tutta in una boccetta di collirio… beh, buona fortuna.
Perché lì non serve solo cultura: serve il quid.
Quel qualcosa che non si insegna all’università, che non è nei manuali, che non si misura con i crediti formativi.
Serve passione, carisma, empatia, follia creativa. Serve quella cosa invisibile che trasforma un’ora di lezione in un momento da Attimo fuggente e non in un’agonia collettiva.
Serve saper accendere una scintilla, anche quando fuori piove e dentro piove pure.
Perché i ragazzi non odiano la materia.
Non odiano Dante, non odiano i teoremi, non odiano la geografia.
Odiano te, se non sai trasmetterla.
E non perché sei severo ,quelli severi, col tempo, li rispettano, ma perché si accorgono che sei lì solo per lo stipendio, che poi sarà anche basso come il morale di un topolino povero nel cartone di Robin Hood, ma è pur sempre uno stipendio.
Si accorgono che non credi in loro. Che li guardi come fossero un fastidio.
Che non ascolti, non sorridi, non costruisci.
Che fai lezione come si sbadiglia: per abitudine.
E quello, per un ragazzo, è un colpo secco. Un macete.
Perché magari già sente di non farcela, già si porta addosso l’idea di essere inadeguato.
E tu gliela confermi, col tuo disinteresse.
E allora diciamolo chiaro, che tanto gira e rigira ci arriviamo sempre lì:
Se non ti piace insegnare, non insegnare.
Apri una piadineria. Vendi cactus. Fai origami, guida i tram, dipingi muri, fai podcast.
Fai qualsiasi cosa, ma non fare l’insegnante.
Perché l’insegnamento non è un ripiego. È una responsabilità enorme, un atto d’amore.
E se non ci metti il cuore, almeno non metterci i danni.




