
I rimedi del dottor Aiace Debouché è un romanzo di Andrea Vitali, pubblicato il 4 novembre 2025, da Garzanti. A Bellano, paese che vive sospeso tra lago e monti, è arrivato da poco un nuovo personaggio destinato a far parlare di sé, il dottor Aiace Debouché, farmacista di buona volontà e idee un po’ strambe.
Nel retro della sua farmacia, dove gli scaffali odorano di erbe secche e mistero, egli si è messo in testa una missione nobile: trovare un rimedio per la stitichezza che affligge metà dei suoi nuovi concittadini.
Ma, come spesso accade da queste parti, tra ricette segrete, pettegole di paese e un destino dispettoso, non tutto fila come dovrebbe. Anzi, a Bellano, dove ogni mal di pancia nasconde una storia e ogni rimedio apre un guaio, anche una semplice purga può diventare l’inizio di un piccolo terremoto.
“«Calma.» Era la terza, forse la quarta volta che Aiace Debouché ripeteva a sé stesso quella parola. Calma perché forse il momento tanto atteso, l’occasione per dare spazio allo scienziato che covava in lui era arrivata.”
La trama del libro “I rimedi del dottor Aiace Debouché”
Chiuso nel retrobottega della farmacia che ha da poco acquistato a Bellano, il dottor Aiace Debouché sta facendo i suoi conti e le sue valutazioni. È una sera di febbraio del 1920, ovattata dalla neve copiosa che ha imbiancato le rive del lago e coperto il paese di una coltre immacolata. Il risultato delle analisi del dottore appare quanto mai eloquente, ma la causa un po’ meno.
Forse bisognerebbe indagare sulla scarsa varietà dell’alimentazione dei suoi nuovi concittadini, oppure verificare la presenza di una tara genetica che si tramanda di generazione in generazione; sta di fatto che data la frequenza con cui vengono richiesti alcuni tipi di farmaci è evidente che il malessere più diffuso in paese è la stitichezza. E lui, uomo di scienza dalle robuste ambizioni, si sente perciò investito del compito di trovare un rimedio potente e infallibile.
Ma per il dottor Debouché l’arrivo a Bellano non riserva solo peculiarità di tipo sanitario. Vi trova una comunità con le proprie gerarchie, i propri riti e una spiccata tendenza al pettegolezzo. E anche la squisita mostarda del droghiere Vespro Bordonera, che oltre a vendere prelibatezze ha una figlia in età da marito che è un vero gioiello. Vuoi perché Virginia è davvero una bellezza, educata in Svizzera e con velleità di un matrimonio di livello, vuoi perché il Debouché è un ottimo partito e il migliore sulla piazza, l’incontro tra i due sembra già scritto dal destino.
Solo che stavolta il farmacista scienziato i conti non li ha fatti con la dovuta accuratezza, soprattutto con sé stesso e con certi problemi che si trascina fin dalla giovinezza.
“Era stato sfogliando il quotidiano «La Prealpina» del 20 maggio 1919 che Aiace Debouché, farmacista, varesino nativo di Castellanza, trentenne, alto, barbuto e fino ad allora insegnante di chimica e fisica, aveva preso visione di quell’annuncio. «farmacia vendesi. Rivolgersi al dottor Geminetto Carcano, notaio in Lecco, via Bovara 25.» Tutto lì.”
Andrea Vitali ci riporta ancora una volta nel cuore pulsante del suo universo narrativo, dove ogni personaggio è un piccolo capolavoro d’umanità, con le sue manie, le sue ingenuità e quella buffa, irresistibile capacità di rendere straordinario il quotidiano.
Tra malintesi, coincidenze e destini che si incrociano come barche sul lago, l’autore tesse una trama in cui la vita mostra tutta la sua imprevedibilità, e gli abitanti di Bellano, con la loro ironia e la loro ostinata fantasia, trovano sempre un modo per cavarsela, magari storto, ma pur sempre efficace. Un mondo dove ogni sorriso nasce da un difetto, ogni risata da un imprevisto.
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Incipit del libro “I rimedi del dottor Aiace Debouché”
Prologo
La giornata era umida, uggiosa, gocciolava sonno e voglia di fare niente. Al manovale Serramenti, che di voglia di lavorare non ne aveva mai avuta tanta, stava bene così. In più, benché fosse la metà di ottobre, non faceva nemmeno freddo.
Quindi, anziché ritirarsi nel magazzino merci della stazione, aveva potuto sdraiarsi sul carrettino col quale portava i bagagli di turisti e visitatori e starsene a guardare i treni che andavano e venivano e i passeggeri che salivano o scendevano, indigeni per la maggior parte questi ultimi, che della sua opera per fortuna non avevano bisogno. Solo com’era al mondo, lo stipendio che le Regie Ferrovie gli passavano bastava e avanzava.
Se aveva accettato quel lavoro di facchinaggio era solo per bontà d’animo e per fare un piacere al capostazione Inverigo che non voleva operai «stranieri» nel territorio della sua stazione. Le mance? Se gli venivano offerte le intascava, mica era scemo. Ma se gli capitava sottomano qualche turista con la puzza sotto il naso convinto di vedere in lui una specie di servo, non ci pensava due volte a mandarlo a dar via il culo e a scaricargli il bagaglio anche in mezzo alla strada. E che si arrangiasse! Se lo poteva permettere.
Non aveva nessuno cui rendere conto, nessuno che lo aspettasse a casa. Nemmeno gli sembrava di averla una casa. Casa sua era la stazione ferroviaria di Bellano-Tartavalle Terme. Lì c’era tutto quello che gli serviva per vivere, carrettino compreso. E la trattoria dello Scalo, a due passi, dove consumava pranzo e cena, rinnovando di mese in mese il contratto con l’oste.
Quel giorno, domenica, brasato con la polenta. Il profumo già da metà mattina aveva invaso l’aria della stazione, solleticandogli l’appetito. Ne aveva divorato un piatto che valeva per due. Poi, ritornato sul luogo delle fatiche, s’era accomodato sul carrettino. Era l’una e trenta. Un occhio chiuso e uno aperto, aveva sbirciato il locale Colico-Lecco, tredici e quaranta, cinque minuti di ritardo. Alle tredici e cinquanta chiuse anche l’altro occhio. A farglieli riaprire ci avrebbe pensato l’accelerato Milano-Sondrio, quattordici e quindici, che di solito spaccava il minuto. La frenata del treno lo sottrasse a un sogno profumato in cui l’oste gli metteva sotto il naso un piatto con due sole foglie di alloro. Si svegliò con quell’aroma in bocca e l’impressione che fosse calata la nebbia. Ma era il fumo del locomotore che, anziché salire, sembrava colare a terra, schiacciato dall’umidità.
Fu allora che lo vide. Indistinto, dapprima, vuoi per il fumo, vuoi per la cataratta del sonnellino interrotto dal treno. Stava sul predellino, le braccia lunghe, impettito, pareva alto due metri. Evidente che avesse bisogno di un facchino. Il Serramenti lo fissò come se fosse un’apparizione, un Cristo in croce, pensò.
«Ma chi diavolo è?» borbottò senza muoversi.
Un turista? Alla metà di ottobre? E dove sarebbe andato a dormire?L’albergo Meridiana e il Cavallino avevano già chiuso. L’hotel Tommaso Grossi no, un paio di camere da affittare le teneva sempre pronte anche nella stagione autunnale. Ma quando era in arrivo qualche ospite, il proprietario commendator Filarelli lo avvisava, raccomandandogli di trattarlo bene e dandogli anche una mancia, così finiva per intascarne due. Di arrivi in vista per quel giorno il Filarelli non gli aveva fatto parola. E allora, se quello era un turista, non restava che la pensione del Crachen, postaccio però, e il cristoincroce che adesso si stava sbracciando per chiamarlo non gli sembrava tipo per un posto dove spesso correvano topi.
Il capostazione Inverigo gli si fece sotto, berretto, fischietto e paletta in mano.
«Allora, Serra!» lo invitò. L’aveva visto o no che quello chiedeva aiuto per il bagaglio? Si desse una mossa, poteva mica tenere il treno lì fino a sera.Il manovale smise di fantasticare sull’identità di quel soggetto, fatica sprecata. Una volta che gli avesse detto dove lo doveva accompagnare l’avrebbe capito. Si mosse, salì sul vagone e ne scese con un baule sulle spalle.
«Dove si va?» chiese ansimando un po’.Tattica: fingendo stanchezza la maggior parte della gente si ingentiliva e diventava più generosa con le mance. Il cristoincroce era sul marciapiede, impalato. Si lisciò la giacca. Non era due metri, valutò il Serramenti, ma ci mancava poco.
«In farmacia», rispose poi senza guardarlo.
Il manovale era ormai arrivato al carretto. Si fermò.
In farmacia?Da quando in qua un turista o viaggiatore che fosse, con tanto di bagaglio al seguito, doveva andare in farmacia? E di domenica poi?
Be’, ragionò il Serramenti, non erano affari suoi. Ma si sbrigasse a dirgli prima in che albergo doveva scendere, così da consegnare i bagagli e arrivederci e auguri.«Come in farmacia?» chiese stupito, il vadavialcù pronto a partire.
Il cristoincroce non si scompose.
Confermò.
«In farmacia.»
Perché era il nuovo farmacista.
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