Nick Hornby – Alta fedeltà (Recensione)

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Alta Fedeltà (titolo originale High Fidelity) è un romanzo pubblicato nel 1995 dallo scrittore inglese Nick Hornby. Le avventure, gli amori, la passione per la musica, i sogni e le disillusioni di una generazione di trentenni in una Londra anni ’90.

 

“ce hai la soul? mi domanda una donna, il pomeriggio del giorno dopo. Considerando che soul vuol dire anima, vorrei risponderle: Dipende, certi giorni sì, certi giorni no. Qualche giorno fa ero a zero; adesso ce ne ho un sacco, fin troppa, più di quella che posso gestire. Vorrei avere meno alti e bassi ed essere più equilibrato, ma non ci riesco. Capisco però che costei non è affatto interessata ai miei problemi di gestione del magazzino interiore, così mi limito a puntare un dito verso gli espositori dove tengo la soul, vicino all’uscita, appena dopo il blues.”

Rob Fleming, trentacinquenne, conduce una vita barcamenata, dirige un fatiscente negozio di dischi, il Championship Vinyl, ed è appena stato piantato dalla sua fidanzata, Laura. Sentimentalmente frustrato e insoddisfatto della propria vita fa una classifica delle “cinque più memorabili fregature di tutti i tempi”, che in questo caso sono donne e decide di mettersi in contatto con le ex fidanzate . Rob ci rende partecipi della sua vita, dei suoi sentimenti, delle sue frustrazioni. Il filo conduttore del racconto è la relazione con Laura, i continui tentativi di tornare a stare con lei, fanno da cornice personaggi “secondari” come Dick e Barry, gli aiutanti di Rob al negozio; Marie, la cantante e Liz, l’amica di Laura.

“Stavolta però la faccenda va diversamente. E proprio a causa dei sogni ad occhi aperti. Faccio la solita cosa – immagino nei più minuti particolari l’intero corso della relazione, dal primo bacio, al letto, alla convivenza, al matrimonio (in passato mi è capitato persino di stilare la lista dei nastri da mettere alla festa di nozze), e a come sarà carina quando sarà incinta, e persino ai nomi dei bambini – finché di botto non mi rendo conto che non è rimasto più niente che possa effettivamente accadere. Ho fatto già tutto, ho già vissuto per intero la nostra relazione nella mia testa. Ho guardato il film andando avanti-veloce; so la trama, conosco il finale, e le scene migliori. Ora mi tocca riawolgere la videocassetta e riguardarla daccapo, in tempo reale, e che gusto c’è?”

In questo universo instabile, unica certezza di Rob è la musica, la vera protagonista della sua vita, dalla quale ha sempre cercato di non farsi coinvolgere troppo, preferendo rifugiarsi e ritrovarsi nelle canzoni. E così il libro si trasforma in una scorrevole chiacchierata con i lettori, parlando di donne, d’amore, di amicizia e della paura di crescere, sempre però con humour decisamente inglese e la percezione di sincerità.

“Sembra quasi che se metti la musica (e i libri, probabilmente, e i film, e il teatro, e qualsiasi cosa procuri emozioni) al primo posto, non riuscirai mai a chiarire la tua vita amorosa, e non arriverai mai a considerarla come un prodotto finito. Ci troverai sempre qualcosa da ridire, starai sempre in subbuglio, e continuerai a criticare e a cercare di dipanare la matassa finché non va tutto a rotoli e devi ricominciare daccapo. Forse noi viviamo troppo protesi verso un apice, dico noi che assorbiamo emozioni da mattina a sera, e di conseguenza non riusciamo mai a sentirci semplicemente contenti: noi dobbiamo essere o disperati, o al settimo cielo, e questi sono stati d’animo difficili da raggiungere in una relazione stabile e solida.”

Questo protagonista rappresenta in pieno una tipologia di trentenni degli anni ’90, che vuole rimanere adolescente per tutta la vita per non perdere il gusto della prima volta di ogni cosa e vivere senza vincoli, senza responsabilità, senza chiudere porte. Attraverso questa storia vengono fuori tutte le contraddizioni e le nevrosi della postmodernità, e la banalità della vita adulta nella società occidentale di fine millennio, facendo uno schizzo dell’uomo moderno. Per Rob e i suoi amici quello che conta davvero, è ciò che ti piace, “non come sei”, fanno liste infinite di dischi, film, episodi di serie tv, per mettersi alla prova l’un l’altro. Per molti versi, questo è un romanzo di formazione per coloro che hanno passato tutta la vita a evitare il problema per paura di arrivare troppo presto. Almeno immaginariamente, l’ingresso nel mondo degli adulti viene posticipato dall’adolescenza fino alla mezza età. E il riordino della sua collezione di dischi diventa la scusa per riordinare la sua vita.

“… il libro di Julian Barnes, letto a metà, sparirà dal comodino, spariranno le mutandine dalla cesta dei panni sporchi. (Per me le mutandine delle donne furono una delusione terribile, quando cominciai la mia carriera di convivente. Non mi sono mai veramente ripreso dallo shock di scoprire che le donne fanno esattamente quello che facciamo noi: tengono il paio migliore di slip per le sere in cui sanno che andranno a letto con qualcuno. Quando vivi con una donna, compaiono improvvisamente questi scarti dei grandi magazzini, scoloriti, sbrindellati e rimpiccioliti, stesi sui termosifoni di tutta casa; e i sogni lascivi che facevi da ragazzino, pregustando la maturità come l’epoca in cui saresti stato circondato da conturbante biancheria femminile per omnia saecula saeculorum… vanno in cenere.”

La scrittura segue il corso dei pensieri del protagonista, ogni tanto si perde il filo del discorso seguendo un’associazione di idee, una riflessione, un ricordo, per poi tornare al punto di partenza.
Sono numerosissime le citazioni di canzoni e di gruppi musicali, di ogni genere, dai Nirvana a Solomon Burke, come se tutta la lettura fosse accompagnata da una colonna sonora.

“la musica sentimentale ha un grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza.”

Insieme alla classifica delle peggiori fregature di tutti i tempi trovate altre classifiche fatte di canzoni per ogni occasione, oggi non si fanno più le classifiche delle nostre migliori canzoni, che variano durante la nostra vita e ci fanno anche capire i cambiamenti che abbiamo intrapreso, io faccio parte della generazione di quando dovevamo scegliere le migliori canzoni da mettere in una musicassetta o su un CD per regalarla o per ascoltarla in macchia a seconda del momento, ne ho fatte parecchie di classifiche musicali e di libri nella mia vita, rivendendole molto probabilmente, come il protagonista, sarei inorridita da alcune scelte fatte in passato, riscoprendo invece alcune certezze musicali e non solo.

Mi è sempre piaciuta la scrittura di Hornby e questo libro non fa eccezione, lo consiglio specialmente a quelli di una certa età che possono comprendere meglio certi meccanismi pop degli anni ’90. Rob Fleming sembra essere l’antenato nerd pop di Ted Mosby di How I Met Your Mother.

Citazioni di Alta fedeltà

“Martedì sera riordino la mia collezione di dischi; mi capita spesso di farlo nei momenti di stress emotivo. Certi lo considererebbero un modo stupidissimo di passare una serata, ma io non sono fra quelli. Questa è la mia vita, ed è bello sguazzarci in mezzo, immergerci dentro le braccia, toccarla.
Quando c’era Laura avevo i dischi sistemati in ordine alfabetico; prima, li avevo in ordine cronologico, a cominciare da Robert Johnson, e finendo con, non so, gli Wham!, o qualche musicista africano, o qualsiasi altra cosa stessi ascoltando quando conobbi Laura. Stasera, però, voglio cambiare ancora, così provo a ricordare l’ordine in cui li ho comprati: è un po’ come se scrivessi la mia biografia, e senza dover mettere mano alla penna. Tolgo i dischi dagli scaffali, li metto in pila per tutto il pavimento del soggiorno, cerco Revolver, e vado avanti da lì, e quando ho finito mi sento tutto infervorato e pieno di me, perché questo, dopo tutto, è ciò che io sono. Mi piace vedere come sono passato dai Deep Purple agli Howling Wolf in venticinque mosse; non mi ferisce più il ricordo di me che ascolto “Sexual healing” durante un lungo periodo di celibato coatto, né mi imbarazza più ricordare di aver formato un club del rock, a scuola, quando facevo la quinta, così io e i miei compagni potevamo incontrarci per parlare di Ziggy Stardust e di Tommy.”

“La gente si preoccupa perché i ragazzini giocano con le armi, perché gli adolescenti guardano film violenti; c’è la paura che nei giovani finisca per imporsi una specie di cultura della violenza. Nessuno si preoccupa dei ragazzini che ascoltano migliaia di canzoni – migliaia, letteralmente – che parlano di cuori spezzati, e abbandoni e dolore e sofferenza e perdita. Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop; e non sono sicuro che la musica pop sia stata la causa della loro infelicità, ma so per certo che sono persone che hanno ascoltato canzoni tristi più a lungo di quanto non siano durate le loro tristi storie.”

“… fare rumore era una specie di provocazione, un’ultima trincea, vana ma necessaria. (È una cosa che si vede ovunque: giovani della media borghesia, che cominciano a essere delusi dalla vita, e fanno cagnara nei ristoranti, nei club, nei bar. “Guardami! Non sono mica così annoiato come pensi tu! Io lo so come ci si diverte! “ Tragico. Son contento di avere imparato a fare il musone e a restarmene a casa.)”

Incipit di Alta fedeltà

Ecco, per stilare una classifica, le cinque più memorabili fregature di tutti i tempi, in ordine cronologico:

1) Alison Ashworth
2) Penny Hardwick
3) Jackie Alien
4) Charlie Nicholson
5) Sarah Kendrew.

Ecco quelle che mi hanno ferito davvero. Ci vedi forse il tuo nome lì in mezzo, Laura? Ammetto che rientreresti fra le prime dieci, ma non c’è spazio per te fra le prime cinque; sono posti destinati a quel genere di umiliazioni e di strazi che tu semplicemente non sei in grado di appioppare. Questo forse suona più cattivo di quanto vorrei, ma il fatto è che noi siamo troppo cresciuti per rovinarci la vita a vicenda, e questo è un bene, non un male, per cui se non sei in classifica, non prenderla sul piano personale. Quei tempi sono passati, e che liberazione, cazzo; l’infelicità significava davvero qualcosa, allora.

Adesso è solo una seccatura, un po’ come avere il raffreddore o essere al verde. Se volevi veramente incasinarmi, dovevi arrivare prima.

1. Alison Ashworth (1972)

Quasi tutti i pomeriggi, ciondolavamo ai giardinetti che stavano proprio dietro casa mia. Vivevo nello Hertfordshire, ma avrebbe potuto benissimo trattarsi di un qualsiasi sobborgo inglese: il solito genere di sobborgo, col solito genere di giardinetti – a tre minuti da casa, giusto dall’altra parte della strada, davanti a una breve fila di negozi (un supermercato VG, un giornalaio, un negozio di liquori). Niente ti aiutava a orientarti; se i negozi erano aperti (e chiudevano alle cinque e mezza, e all’una il giovedì, e per tutto il giorno la domenica), magari potevi andare dal giornalaio e dare un’occhiata al giornale locale, ma anche questo non era detto che ti mettesse sulla pista giusta.
Avevamo dodici o tredici anni, e avevamo scoperto da poco l’ironia – o almeno, quella che poi compresi essere l’ironia: ci sentivamo Uberi di usare l’altalena, la giostra e gli altri giochi per bambini che arrugginivano lì ai giardinetti, solo a condizione di ostentare una specie di distacco voluto e ironico. Il che implicava o affettare distrazione (e in questo caso si poteva fischiettare, o chiacchierare, o giocherellare con un mozzicone di sigaretta o con una scatola di fiammiferi); oppure sfidare il pericolo, e quindi buttarsi dall’altalena quando toccava il punto più alto, saltare dalla giostra quando era lanciata al massimo della velocità, o aggrapparsi al dondolo finché non raggiungeva una posizione quasi verticale. Se in un modo o nell’altro riuscivi a dimostrare che in questi divertimenti infantili potevi rischiarci la pelle, allora giocarci diventava ok.
Non avevamo ironia, però, in fatto di ragazze. Non c’era stato tempo. Un attimo non esistevano, almeno non in un qualche modo per noi interessante, e l’attimo dopo non potevi evitarle: erano dappertutto, erano ovunque. Un attimo avevi voglia di dargli una botta in testa perché erano tua sorella, o la sorella di qualcun altro, e l’attimo dopo volevi… in realtà, non sapevamo mica cosa volessimo dopo, ma era qualcosa, qualcosa. Quasi all’improvviso, tutte queste sorelle (non esisteva altro tipo di ragazze, non ancora) erano diventate interessanti, persino inquietanti.
Vedi, noi non eravamo tanto diversi da prima. C’era venuta la voce stridula, ma la voce stridula non è un grande aiuto – ti rende ridicolo, indesiderabile. E i peli che ci stavano spuntando sul pube erano il nostro segreto, un segreto strettamente conservato fra noi e i nostri slip, e sarebbero passati anni prima che un membro del sesso opposto verificasse che erano proprio dove dovevano essere. Le ragazze, invece, tutto ad un tratto avevano il seno e, insieme a quello, un nuovo modo di camminare con le braccia incrociate sul petto, un atteggiamento che nascondeva e allo stesso tempo evidenziava quanto era appena accaduto. E poi ecco trucco e profumo, sempre da quattro soldi, e usati in modo inesperto, a volte persino comico, ma comunque un segno piuttosto terrificante di come le cose fossero andate avanti a nostra insaputa, senza di noi, al di là di noi.
Cominciai a uscire con una di queste ragazze… no, non è esatto, perché io non ebbi alcuna parte nella decisione. Ma nemmeno posso dire che lei cominciò a uscire con me. Il problema sta nell’espressione « uscire con », che sottintende una sorta di parità ed eguaglianza. Invece ciò che accadde fu che Alison, la sorella di David Ashworth, si staccò dal capannello femminile che si raccoglieva tutte le sere vicino alla panchina e mi adottò, mi mise sotto la sua ala e mi portò via dal dondolo.
Adesso non riesco più a ricordare come fece.

Alta fedeltà (3)Alta fedeltà è stato portato anche sul grande schermo, nel 2000, da Stephen Frears, con John Cusack, Iben Hjejle, Todd Louiso, Jack Black, Lisa Bonet, le vicende però sono ambientate a Chicago e non a Londra.

Invece nel 2006 è stato fatto un musical, con la musica di Tom Kitt, i testi di Amanda Green e la sceneggiatura di David Lindsay-Abaire, è stato messo in scena anche in Italia con l’adattamento e regia di Stefano Naldi.

Mentre nel 2020 è stata fatta una serie tv al femminile, con Zoë Kravitz, Jake Lacy, Da’Vine Joy Randolph, David H. Holmes, Kingsley Ben-Adir, Rainbow Francks, Nadine Malouf, Edmund Donovan.


Autore

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

                 

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