
Botanica della meraviglia. Coltivare lo stupore alla fine del mondo è un libro scritto dai filosofi Andrea Colamedici e Maura Gancitano, pubblicato il 14 ottobre 2025, da HarperCollins Italia.
Un libro che invita a guardare l’incertezza da una prospettiva diversa, come una risorsa da esplorare. Tra le sue pagine si riscopre che la meraviglia non è affatto scomparsa, anzi continua a fiorire grazie a chi, con ostinazione quasi irrazionale e autentico entusiasmo, sceglie ogni giorno di coltivarla. Perché, in fondo, il mondo è ancora pieno di “giardinieri della curiosità”, pronti a prendersi cura di ciò che sorprende, stupisce e ci spinge a fare domande.
“La botanica della meraviglia è la scienza di ciò che continua a crescere nell’incrinatura tra stupore e spavento, tra fascinazione e orrore.”
Il libro “Botanica della meraviglia”
C’è una domanda essenziale che ci assale quando tutto intorno crolla e il caos sembra dilagare: come possiamo andare avanti senza impazzire?
Questo libro non è certo un manuale di sopravvivenza per i momenti di crisi con soluzioni definitive e istruzioni chiare, ma un’indagine sullo spirito umano che ci aiuterà a scoprire le pratiche di resistenza culturale che continuano a sbocciare e crescere tra le crepe dell’apocalisse e che ci stupiscono proprio per questo.
Andrea Colamedici e Maura Gancitano ci accompagnano in un viaggio filosofico e critico che documenta i “fiori” che nascono nei posti più improbabili: dal corpo che custodisce dissolvendosi alla gioia che non spera, passando per la lettura silenziosa che genera comunità e le maschere che rivelano invece di occultare.
Pur sapendo che l’habitat è ormai compromesso e che molte di queste forme di vita culturale sono già in via d’estinzione, gli autori hanno compilato un prezioso erbario, frutto di anni di studio e di pratica del fatto che la meraviglia è in grado di germogliare dove non dovrebbe – negli interstizi tra stupore e spavento – e che è capace di prendere forme ostinate e contrarie. A conferma che l’umano, nonostante tutto, continua a generare bellezza e senso anche quando sa che è tutto inutile.
“La botanica della meraviglia sta proprio nel riconoscere che a volte i fiori più resistenti sono quelli che crescono negli interstizi, che le pratiche più trasformative sono quelle che quasi non si vedono e che le comunità più fertili sono quelle che lasciano spazio al vuoto e alla possibilità di essere altro da ciò che il mondo si aspetta da noi.”
Recensione
“Che senso ha tutto questo?” A voi è capitato di porvi questa domanda? A me sì. Una domanda tanto semplice quanto destabilizzante. Può arrivare in una sera qualsiasi, mentre fuori dalla finestra il mondo sembra continuare senza di noi, dopo una giornata consumata tra impegni e social, oppure quando ci imbattiamo nell’ennesima notizia che parla di guerre, crisi climatiche, disastri annunciati, e allora ci scopriamo fragili, minuscoli, con la sensazione scomoda che ogni nostro gesto come lavorare, studiare, inventare, perfino sperare sia irrilevante di fronte all’enormità di ciò che accade.
E poi accade anche di avere un momento di lucidità e di accorgersi che ci stiamo abituiamo a tutto. Il numero dei morti che scorre sullo schermo diventa una statistica qualunque, le tragedie ripetute con tale frequenza perdono il potere di ferirci davvero, e quasi senza accorgercene, smettiamo di reagire, non perché siamo diventati più forti, ma perché ci siamo anestetizzati. Ci siamo arresi al dolore che non riusciamo più a sentire.
Questo libro è un viaggio che attraversa il pensiero filosofico anche con poesia, un itinerario tra le piante della mente e i giardini dell’anima, dove ogni pagina invita a osservare con maggiore attenzione ciò che troppo spesso diamo per scontato. Tocca molti tasti, parla dello stupore come esercizio quotidiano, come pratica di resistenza e persino di sopravvivenza, ci ricorda che meravigliarsi è un modo per restare vivi, presenti, umani.
“in un mondo che ha generato molti incubi, serve saper riconoscere l’orrore senza perdere la capacità di vedere la bellezza nelle crepe del disastro.”
Parla della cura come forma di conoscenza, prendersi cura di qualcosa, di un’idea, di una creatura, di un frammento di mondo, significa imparare a guardarla davvero, riconoscerne la complessità e accettarne la fragilità.
Parla di fioritura, ma non nel senso ingenuo dell’autocelebrazione o della crescita personale da manuale, fiorire, qui, è scegliere di diventare pienamente ciò che si è, nonostante il disordine del mondo.
C’è un’immagine che riaffiora più volte leggendo questo libro, è quella dell’orchestra del Titanic che continua a suonare mentre la nave affonda. Questa immagine ormai diventata leggenda, riesce ancora ad interrogarci, mi sono sempre chiesta se fosse stato un gesto eroico o d’incoscienza, o forse, come fa riflettere il li libro, qualcosa di più sottile come la scelta di restare fedeli a se stessi proprio nel momento in cui tutto intorno sembra perdere senso.
I musicisti del Titanic non si illudono di poter fermare il naufragio, non pensano che la loro musica cambierà il destino della nave, né che servirà a salvarli, tuttavia continuano a suonare, decidono di abitare fino in fondo il tempo che resta, di dargli una forma, un ritmo, forse perfino una dignità. È in questa apparente inutilità che il libro riconosce una delle forme più alte della resistenza, senza promesse di vittorie o risultati, ma quella che si ostina a custodire un senso anche quando il senso sembra non esserci.
Suonare mentre la nave affonda diventa un atto di presenza, un modo per dire che non tutto ci può essere sottratto, che anche dentro il disastro resta una libertà essenziale, quella di scegliere come stare, come attraversare il buio, come dare forma all’ultimo tratto del viaggio.
“noi non documentiamo i fiori che crescono nelle crepe perché un giorno questa documentazione servirà a qualcosa, ma perché l’atto stesso del documentare è già fioritura, già meraviglia, già eternità colta nel tempo.”
Viviamo in un’epoca che misura ogni cosa in termini di utilità, rendimento, prestazione, un tempo che chiede a ogni gesto di giustificarsi, a ogni sapere di produrre un risultato, a ogni esperienza di trasformarsi in capitale o trasformarci in persone migliori e performanti, dentro questa logica, tutto ciò che non serve viene relegato ai margini, considerato una distrazione, un ornamento. Qui il libro rovescia questa idea, ciò che non serve a niente, spesso, è proprio ciò che ci serve di più. Rivendica, senza esitazioni, il diritto di fare cose inutili, leggere senza uno scopo preciso, studiare ciò che ci interessa anche se non produce profitto, contemplare senza dover dimostrare nulla, suonare, osservare, indugiare, andare a zonzo senza meta, perfino perdersi, sapendo che nessuno di questi gesti cambierà da solo il destino del mondo.
“Allora forse il punto è proprio questo: continuiamo a studiare proprio perché è inutile. Proprio perché è assurdo. Proprio perché non ha senso. In un mondo ossessionato dall’utilità, dalla produttività, dall’ottimizzare ogni istante, dal capitalizzare su ogni dettaglio, è sovversivo dedicare (e buttare) tempo ed energie su qualcosa che non serve a niente. È un atto di resistenza silenziosa al trito imperativo dell’efficienza.”
Abbiamo imparato a muoverci solo in funzione di uno scopo, uscire per comprare, raggiungere, concludere, ottimizzare. Ogni spostamento deve avere una ragione, ogni gesto un ritorno, ogni ora una giustificazione, perfino il tempo libero, ormai, sembra dover produrre qualcosa: benessere, efficienza, contenuti, risultati.
Di questi due autori ho già avuto il piacere di leggere “Prendila con filosofia” e “Lezioni di meraviglia“, due testi che non solo mi hanno conquistata, ma che mi hanno lasciato addosso quella sensazione rara di aver imparato qualcosa di prezioso. Due letture che mi sento davvero di consigliare a chiunque ami farsi sorprendere dal pensiero e dallo stupore.
Per conoscere meglio questi due filosofi vi consiglio di andare sul sito di Tlon, il loro progetto culturale. Oppure potete seguirli su Instagram: Tlon | Maura Gancitano e Andrea Colamedici
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Incipit del libro “Botanica della meraviglia”
INTRODUZIONE
Questo non è un libro per trovare conforto. Non ti renderà una persona migliore. Quello che offre è un prontuario di pratiche per non impazzire mentre il mondo brucia. Una botanica di quel che continua a crescere nell’interstizio tra lo stupore e il crollo, tra il fascino e l’orrore, tra la meraviglia che spacca e quella che salva.La botanica è, tecnicamente, la scienza che studia le piante. Noi la assumiamo qui in senso lato: come il gesto di osservare ciò che vive, lentamente, fuori dallo sguardo dominante. Botanica, per noi, è un metodo di resistenza cognitiva. È lo studio sistematico di ciò che continua a fiorire nonostante e attraverso il collasso. Siamo soliti parlare di fioritura, ma con questo termine non intendiamo la retorica new age della “crescita personale” o del far sbocciare il proprio potenziale.
Lo intendiamo nel senso greco di eudaimonia, cioè quella condizione di piena realizzazione dell’essere che Aristotele descrive nell’Etica Nicomachea non come felicità momentanea, bensì come vita vissuta secondo la propria natura più profonda. L’eudaimonia non è uno stato emotivo, ma una modalità dell’esistere: il modo in cui un essere esprime compiutamente ciò che è, anche – o soprattutto – nelle condizioni più avverse.
Una pianta fiorisce non perché “vuole essere felice”, ma perché esprime la propria natura nella forma più piena possibile. Allo stesso modo, le pratiche di cui parliamo in questo libro “fioriscono” quando permettono agli esseri umani di esprimere la propria “natura culturale” anche mentre tutto crolla. Non per ottimismo o negazione, ma per eudaimonia: per quella ostinata fedeltà a se stessi che si manifesta proprio quando sarebbe più facile rinunciarvi.
Fioritura, quindi, è anche l’arte di nominare ciò che rischia di sparire senza lasciare traccia. E la botanica di cui parliamo in questo libro è quella che porta a compilare erbari persino quando ormai l’habitat è perduto, che documenta forme di vita culturale in via di estinzione, che prende nota di ciò che scompare mentre lo guarda scomparire. È la botanica di chi sa che il proprio archivio sarà forse inutile, però continua a scrivere per senso d’urgenza.
La meraviglia di cui parliamo, poi, non è quella di chi vende gratitudine un tanto al chilo. Non è la salvaguardia di uno sguardo irenico e negazionista sulle macerie. È la meraviglia come thauma, di chi vede il terrore primordiale di fronte all’apparire e al dileguarsi delle cose. Non la meraviglia-consolazione che tranquillizza, ma la meraviglia-trauma che spacca la percezione ordinaria del mondo, quella di chi continua a stupirsi nonostante tutto e riesce a trovare bellezza mentre il pianeta brucia, e la trova persino nel fatto che brucia. È la meraviglia come forma di resistenza attiva.
Citazioni dal libro “Botanica della meraviglia”
Una pianta fiorisce non perché “vuole essere felice”, ma perché esprime la propria natura nella forma più piena possibile. Allo stesso modo, le pratiche di cui parliamo in questo libro “fioriscono” quando permettono agli esseri umani di esprimere la propria “natura culturale” anche mentre tutto crolla. Non per ottimismo o negazione, ma per eudaimonia: per quella ostinata fedeltà a se stessi che si manifesta proprio quando sarebbe più facile rinunciarvi.
pag. 6
C’è, insomma, una contraddizione fondamentale in ogni forma del preservare: il mezzo attraverso cui conserviamo è esso stesso soggetto all’usura, al decadimento e alla dissoluzione. Cediamo parte della nostra integrità per sostenere quella di qualcos’altro: un oggetto, un’idea, qualcosa che alla fine resti più a lungo di noi, per cui accettiamo di perderci un po’. Ed è qui che si nasconde una verità scomoda: il corpo non è soltanto uno strumento per custodire la meraviglia. È anzitutto la meraviglia incustodibile per eccellenza.
pag. 40
La filosofia non è un sistema di credenze metafisiche, né una consolazione spirituale o tantomeno una fuga nell’astratto. Filosofia è, per dirla con gli stoici, un’arte di vivere che si fonda su una pratica costante di auto-interrogazione. È una sorta di igiene mentale che impedisce l’irrigidimento nelle certezze assolute. È la capacità di portare la ragione nell’immaginazione e l’immaginazione nella ragione. Non si tratta mai di un risveglio definitivo, della vittoria finale della luce sulle tenebre, ma di qualcosa che deve essere conquistato ogni volta contro l’inverno ciclico dell’abitudine e del conformismo.
pag. 65
Cinici e bigotti condividono la stessa fondamentale vigliaccheria: hanno rinunciato alla possibilità della trasformazione. Hanno deciso che il mondo è quello che è, e che sempre sarà. Entrambi rifiutano la fatica e il rischio di abitare l’incertezza, di mantenersi aperti a ciò che ancora non si conosce, di accettare che ogni gesto di cura porta in sé la possibilità del fallimento insieme a quella della meraviglia.
pag. 82
Il cimitero si può abitare, allora, come un luogo in cui fermarsi per riflettere sulla propria finitezza, ricordarsi che siamo esseri finiti e che, proprio per questo, siamo capaci di dare senso al tempo che ci è dato, integrando la fragilità nell’esistenza. Come ricorda Siamo dèi, la canzone di Lucio Dalla che termina con il ricordo che sì, non abbiamo la vita eterna, ma è eterno anche un minuto, anche un bacio ricevuto dalla gente che abbiamo amato.
pag. 97
il poeta Mizuta Masahide aveva vissuto la stessa illuminazione. Quando un incendio distrusse la sua capanna e tutti i suoi averi, scrisse semplicemente: La mia capanna è bruciata/ora posso vedere la luna.
La perdita aveva aperto uno spazio nuovo nella sua percezione. Dove prima c’era un tetto, ora c’era il cielo. Dove prima c’era la sicurezza del possesso, ora c’era la vertigine della visione.
pag. 143
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