Stefania Auci – I leoni di Sicilia. La saga dei Florio (Recensione)

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I leoni di Sicilia è un romanzo storico scritto da Stefania Auci, pubblicato nel 2019, dalla casa editrice Nord, primo volume della saga dei Florio. La storia dell’ascesa commerciale e sociale di una famiglia che è diventata leggenda, sullo sfondo degli anni più inquieti della Storia italiana, dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia, Intrecciando le turbolente vicende private.

“Ha lasciato la Calabria, la sua famiglia o quel che ne resta. Ma ora, con gli occhi pieni di cielo e di mare, non ha più timore per il futuro. Il terrore della solitudine è un fantasma.
Il respiro si ferma davanti al sovrapporsi di sfumature diverse di un medesimo azzurro su cui spiccano le mura che racchiudono il porto, immerse nel pomeriggio.”

Trama – I Leoni di Sicilia

Tutto inizia col terremoto del 16 ottobre 1799 in Calabria, precisamente a Bagnara Calabra, in piena notte. Tutto trema anche i cuori di Ignazio e Paolo Florio, che ricordano quando avevano perso i genitori nel violentissimo terremoto del 1783, quando Bagnara venne quasi rasa al suolo. I due fratelli, che vivono con Giuseppina, la moglie di Paolo, suo figlio ancora neonato Vincenzo, e la nipotina Vittoria, di nove anni, orfana da tre anni, decidono di lasciare quella terra ostile e povera per tentare fortuna in Sicilia. Nel novembre dello stesso anno sbarcano a Palermo e aprono un’aromateria, una bottega di spezie e prodotti delle colonie, un inizio non facile, gli altri commercianti concorrenti li disprezzano e cercano di ostacolarli in ogni modo, per i palermitani loro sono estranei e di origine povera, bagnaroti e facchini li chiamano, in modo dispregiativo. Ma la bottega ha sempre più successo grazie al loro modo di fare gentile e onesto e soprattutto al loro fiuto per gli affari e così a putìa (la bottega) diventa la migliore della città.

“Cannella, pepe, cumino, anice, coriandolo, zafferano, sommacco, cassia…
No, non servono solo per cucinare, le spezie. Sono farmaci, sono cosmetici, sono veleni, sono profumi e memorie di terre lontane che in pochi hanno visto. Per raggiungere il bancone di una rivendita, una stecca di cannella o una radice di zenzero deve passare per decine di mani, viaggiare a dorso di mulo o di cammello su lunghe carovane, attraversare l’oceano, raggiungere i porti europei. Ovviamente i costi lievitano a ogni passaggio. Ricco è chi può acquistarle, ricco è chi riesce a venderle.”

I Florio guardano sempre avanti, irrequieti e ambiziosi, decisi ad arrivare più in alto di tutti. A essere i più ricchi, i più potenti. Col tempo si ingrandiscono e avviano il commercio di zolfo: “U’ sùrfaru in siciliano. L’oro del diavolo. Pietre che accendono il fuoco. La ricchezza maledetta dei mercanti. Il tesoro che i possidenti terrieri si sono trovati sotto i piedi dopo averlo maledetto per secoli; la sua presenza rendeva le terre sterili, nemmeno buone per il pascolo a causa delle esalazioni del terreno. Ora, invece, corridoi tortuosi scavano la terra. Bambini e uomini, in fila come formiche, ne riemergono con cesti di pietre gialle che deformano le schiene.”

Acquistano case e terreni dagli spiantati nobili palermitani, creano una loro compagnia di navigazione. Quando Vincenzo, figlio di Paolo, prende in mano Casa Florio, lo slancio continua, inarrestabile: nelle cantine Florio, un vino da poveri, il marsala, viene trasformato in un nettare degno della tavola di un re; a Favignana, un metodo rivoluzionario per conservare il tonno, sott’olio e in lattina, ne rilancia il consumo in tutta Europa.
“Perché la tonnara non è solo un edificio, il marfaraggio. È anche un apparato di reti a camere progressive: un metodo inventato dagli arabi e tramandato agli spagnoli, che trova la sua apoteosi in Sicilia.
La tonnara è un rito. La tonnara è un luogo in cui famiglie intere hanno vissuto per centinaia di anni: gli uomini sul mare, le donne negli stabilimenti. D’inverno, si curano le navi e si rammendano le reti. In primavera e in estate, ci si occupa della mattanza o di lavorare il pescato.”

In tutto ciò, Palermo osserva con stupore l’espansione dei Florio, ma l’orgoglio si stempera nell’invidia e nel disprezzo: quegli uomini di successo rimangono comunque «stranieri», «facchini» il cui «sangue puzza di sudore».
“Si allontana senza guardare in faccia nessuno. Se la sente bruciare dentro, la rabbia: corrosiva, ingiusta. A Palermo non basta lavorare e spaccarsi la schiena. Si deve sempre alzare la voce, imporre un potere, vero o presunto, combattere contro chi parla troppo e a sproposito. Conta l’apparenza. La menzogna condivisa, il fondale di cartapesta su cui si muovono tutti in un gioco delle parti.”

Non sa, Palermo, che proprio un bruciante desiderio di riscatto sociale sta alla base dell’ambizione dei Florio e segna nel bene e nel male la loro vita; che gli uomini della famiglia sono individui eccezionali ma anche fragili e, sebbene non lo possano ammettere, hanno bisogno di avere accanto donne altrettanto eccezionali: come Giuseppina, la moglie di Paolo, che sacrifica tutto, compreso l’amore, per la stabilità della famiglia, oppure Giulia, la giovane milanese che entra come un vortice nella vita di Vincenzo e ne diventa il porto sicuro, la roccia inattaccabile.

“E allora capisce che esistono amori che non portano questo nome, ma che sono altrettanto forti, altrettanto degni di essere vissuti, per quanto dolorosi.”

Recensione – I Leoni di Sicilia

Il grande merito di questo libro è l’equilibrio tra fantasia e realtà, grazie ad una precisa ricostruzione del contesto storico, si percepisce la fatica dell’autrice nella creazione di quest’opera, a riprova di ciò ogni capitolo inizia con una inquadratura del periodo storico, seguita da un proverbio siciliano e con un’introduzione molto poetica attinente alla storia che segue. Brevissimi accenni di dialetto sono presenti, rendendo più viva e realistica la narrazione, anche se qualche nota non avrebbe fatto male.

“Quando si diventa vecchi, si vuole rallentare il tempo, ma il tempo non si ferma. E allora ti tieni strette le cose. Se loro ci sono, tu ci sei ancora. Non la vedi, non la vuoi vedere, la vita che sgocciola via.”

Cosa possiamo aspettarci da un romanzo che ripercorre quasi un secolo di storia, sicuramente il cambiamento è protagonista, da quello sociale ed economico ai personaggi che crescono ed evolvono. Quindi tanti tasti vengono toccati, dal fenomeno dell’emigrazione: dover lasciare la propria terra, gli affetti, per un futuro migliore, un trauma che per molti non si rimargina mai, come succede a Giuseppina; ai problemi dell’immigrazione, di chi arriva in un altro paese e che, qualsiasi cosa di buono faccia, resta sempre lo straniero, credo che i Florio abbiano amato la Sicilia e Palermo più di molti autoctoni. Ritroviamo l’atavico e difficile abbattimento del muro tra aristocrazia e  borghesia, con l’ipocrisia che porta i nobili a sfruttare i soldi dei borghesi senza nessun riconoscimento sociale. In riferimento alla storia della Sicilia, dominata da sempre dagli stranieri e che non è mai riuscita a essere indipendente, si evince il parassitismo della maggior parte dei siciliani, che ancora oggi si portano dietro, quasi come corredo genetico. E poi c’è la società patriarcale che domina, gli uomini detengono il potere politico e morale, l’impostazione maschilistica e sessista del capofamiglia che era proprietario anche della moglie e dei figli, ossessionati dalla prole maschile per l’eredità. Ma è un romanzo che parla di donne, non solo del ruolo a cui sono imprigionate, ma della forza di cui sono permeate, un uomo non riuscirebbe a sopportare tutto quello che le donne hanno sempre subito. “iddu è u’patroni noi siamo: nuddu miscatu cu nenti” (lui è il padrone, noi siamo nessuno mischiato con niente). Ed infine una riflessione la faccio sull’uomo che parte da un’idea di integrità, di onesta, ma che spesso la voglia di riscatto sociale e il denaro lo portano verso l’avidità, la bramosia sfrenata e insaziabile di avere sempre di più, di essere sempre di più.

“A via dei Materassai la primavera esplode sui balconi stretti, nei fiori e nei vasi di erbe aromatiche, sulla biancheria stesa al sole tra un palazzo e l’altro, nell’odore di sapone e di sugo di pomodoro fresco. Ondeggianti tende bianche hanno preso il posto delle imposte chiuse sulle tempeste invernali.
C’è traffico di uomini, soprattutto mercanti che vestono alla moda inglese, con tanto di panciotto e giacca di panno. Da piano San Giacomo arrivano le grida dei venditori e oltre, verso via degli Argentieri, rintoccano i martelletti degli artigiani. Un marinaio dalla pelle scurissima confabula con un uomo dai capelli rossi e dalla carnagione scottata dal sole in una lingua che è un misto di arabo e siciliano.”

Ho trovato lo stile semplice, tra la cronaca e i brevi racconti popolari, mentre altre parti descrittive sono molto suggestive con un pizzico di poetica che impreziosisce il racconto. I personaggi sono credibili e non certo idealizzati. Tutto gira solo intorno alla strettissima famiglia Florio, i personaggi secondari sono ombre di contorno, poco caratterizzati, e questo un po’ mi è mancato. Ho apprezzato il taglio dei capitoli in brevi frammenti che facilitano la lettura, infatti non dovete scoraggiarvi dalla mole, scorre davvero velocemente. Un libro imperdibile, soprattutto per i Siciliani e per chi ama questa terra.

Nel 2021 è stato pubblicato il secondo volume della saga “L’inverno dei Leoni“, durante il periodo storico tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX. Si parla anche di una possibile serie tv della saga, aspettiamo.

“Davanti a lui, la città si svela. Prende forma.
Cupole di maiolica, torri merlate, tegole. Ecco la Cala, affollata di feluche, brigantini, schooner, un’insenatura a forma di cuore, stretta tra due lingue di terra. Attraverso la selva di alberi di navi, s’intravedono le porte, incastonate dentro palazzi, letteralmente costruiti sopra di esse: porta Doganella, porta Calcina, porta Carbone. Case abbarbicate, affastellate, come a cercare di farsi spazio per trovare un po’ di vista sul mare. A sinistra, seminascosto dai tetti, il campanile della chiesa di Santa Maria di Porto Salvo; poco oltre, s’intravedono la chiesa di San Mamiliano e la torre stretta della chiesa dell’Annunziata, e poi ancora, quasi a ridosso delle mura, la cupola ottagonale di San Giorgio dei Genovesi. A destra, un’altra chiesa, piccola e tozza, Santa Maria di Piedigrotta, e la sagoma imponente del Castello a Mare circondato da un fossato; poco oltre, su una lingua di terra che s’inoltra in mare, il lazzaretto per la quarantena dei marinai malati.
Su ogni cosa incombe il monte Pellegrino. Dietro, una cintura di montagne coperte di boschi.
C’è un profumo che arriva dalla terra e aleggia sull’acqua: un misto di sale, frutta, legna bruciata, alghe, sabbia. Paolo dice che è l’odore della terraferma. Ignazio, invece, pensa sia il profumo di questa città.
Arrivano i rumori di un porto in piena attività. L’aroma del mare viene soppiantato da un tanfo acre: letame, sudore e pece, insieme con quello dell’acqua morta.”

“La seta non appartiene a Palermo.
Appartiene a Messina.
O, meglio, vi apparteneva.
Dallo Stretto fino alla piana di Catania, famiglie di contadini allevavano bachi da seta all’ombra di gelsi secolari, le cui foglie erano usate per nutrire le larve. Erano soprattutto le donne a occuparsene, e a loro andava il compenso per quel lavoro puzzolente e ingrato. Erano più libere e indipendenti delle contadine o delle serve presso le famiglie nobiliari. Potevano tenere per sé il guadagno.
Soldi preziosi, sudati, che le donne spendevano per acquistare il corredo o per comprare il mobilio della futura casa.
Poi la scoperta: in Estremo Oriente di seta se ne produceva di più, e a costi molto più bassi.
Arrivano così le stoffe degli inglesi, che acquistano nelle colonie balle di filato per lavorarle in patria, oppure importano stoffe adorne di disegni esotici. Basta con le righe e i colori tristi che si stampano in Europa. Dopo i lunghi anni delle guerre contro Napoleone, c’è voglia di fantasia e di vitalità.
Le esportazioni dalla Sicilia verso il resto dell’Italia cominciano a diminuire e poi quasi cessano. I gelsi cadono in abbandono.”

Incipit – I leoni di Sicilia

Stefania Auci - I leoni di Sicilia. La saga dei Florio (Recensione)Prologo
Bagnara Calabra, 16 ottobre 1799

Cu nesci, arrinesci.
«Chi esce, riesce.»
PROVERBIO SICILIANO

Il terremoto è un sibilo che nasce dal mare, s’incunea nella notte. Gonfia, cresce, si trasforma in un rombo che lacera il silenzio.
Nelle case, la gente dorme. Alcuni si svegliano con il tintinnio delle stoviglie; altri quando le porte iniziano a sbattere. Tutti, però, sono in piedi quando le pareti tremano.
Muggiti, abbaiare di cani, preghiere, imprecazioni. Le montagne si scrollano di dosso roccia e fango, il mondo si capovolge.
La scossa arriva a contrada Pietraliscia, afferra le fondamenta di una casa, le scuote con violenza.
Ignazio apre gli occhi, strappato al sonno da quel tremore che squassa le pareti. Sopra di lui, un soffitto basso che sembra cadergli addosso.
Non è un sogno. È la peggiore delle realtà.
Davanti a lui, il letto di Vittoria, la nipotina, ondeggia tra la parete e il centro della stanza. Sulla panca, il cofanetto di metallo traballa, cade sul pavimento insieme con il pettine e il rasoio.
Nella casa risuonano grida di donna. «Aiuto, aiuto! Il terremoto!»
Quell’urlo lo fa scattare in piedi. Ma non scappa, Ignazio. Deve prima mettere al riparo Vittoria: ha solo nove anni, è così spaventata. La trascina sotto il letto, al riparo dai calcinacci.
«Resta qui, hai capito?» le dice. «Non ti muovere.»
Lei annuisce. Il terrore le impedisce persino di parlare.
Paolo. Vincenzo. Giuseppina.
Ignazio corre fuori dalla stanza. Il corridoio gli sembra interminabile, eppure sono pochi passi. Sente la parete che viene via dal palmo, riesce a toccarla di nuovo, ma è mobile, come una cosa viva.
Arriva alla camera da letto di suo fratello Paolo. Dalle imposte trapela una lama di luce. Giuseppina, sua cognata, è saltata giù dal letto. L’istinto di madre l’ha avvertita che una minaccia incombe su Vincenzo, il figlio di pochi mesi, svegliandola. Cerca di prendere il neonato che dorme nella culla legata alle travi del soffitto, ma la cesta di vimini è in balia delle onde sismiche. La donna piange in preda alla disperazione, tende le braccia, mentre la culla dondola freneticamente.

Corrono al centro del cortile mentre la scossa raggiunge l’apice. Si stringono in un abbraccio, le teste che si toccano, le palpebre serrate. Sono cinque. Ci sono tutti.
Prega e trema, Ignazio, e spera. Sta finendo. Deve finire.
Il tempo si polverizza in milioni d’istanti.
Poi, così com’era nato, il rombo si placa, fino a spegnersi del tutto.
Per un istante, c’è solo la notte.
Ma Ignazio sa che quella pace è una sensazione bugiarda. È una lezione, quella del terremoto, che è stato costretto a imparare presto.
Alza la testa. Sente il panico di Vittoria attraverso la camicia, le sue unghie che si aggrappano alla pelle, il suo tremore.
Legge la paura sul volto della cognata, il sollievo in quello del fratello; vede il gesto di Giuseppina che cerca il braccio del marito, e Paolo che si divincola per avvicinarsi all’edificio. «Grazie a Dio, la casa è ancora in piedi. Domani con la luce del giorno vedremo quali sono i danni e…»
Vincenzo sceglie quel momento per scoppiare in un pianto dirotto. Giuseppina lo culla. «Buono, vita mia, statti buono», lo consola. Nel frattempo, si avvicina a lui e Vittoria. È ancora terrorizzata, Giuseppina: Ignazio se ne accorge dal respiro affrettato, dall’odore di sudore, paura che si mescola al profumo di sapone della camicia da notte.

Ma la paura ha molte maschere. Ignazio sa che suo fratello, per esempio, non starà fermo a piangere. Già adesso, con le mani sui fianchi e l’espressione torva, contempla il cortile e le montagne che racchiudono il vallone. «Vergine Santa, ma quant’è durato?»
La sua domanda cade nel silenzio. Poi Ignazio risponde: «Non lo so. Assai». Cerca di calmare il tremito che lo fa vibrare da dentro. Ha il volto teso per lo spavento, la mascella spruzzata da una barba chiara, ispida e mani sottili, nervose. È più giovane di Paolo, che pure dimostra più anni della sua età.
La tensione si sta liquefacendo in una sorta di spossatezza, lasciando il posto a sensazioni fisiche: l’umidità, la nausea, il fastidio delle pietre sotto i piedi. Ignazio è scalzo, in camicia da notte, praticamente nudo. Si toglie i capelli dalla fronte, osserva il fratello, poi la cognata.
Decidere è un momento.
Si dirige verso la casa. Paolo lo insegue, lo strattona per un braccio. «Dove credi di andare?»
«Hanno bisogno di coperte.» Con la testa, Ignazio indica Vittoria e Giuseppina, che culla il neonato. «Resta con tua moglie. Vado io.»
Non aspetta una replica. Con fretta e cautela insieme sale i gradini. Si ferma nell’ingresso per dar modo alla vista di abituarsi alla penombra.
Piatti, suppellettili, sedie: tutto è caduto a terra. Vicino alla madia, una nuvola di farina aleggia ancora sul pavimento.
Prova una stretta al cuore: quella è l’abitazione che Giuseppina ha portato in dote a suo fratello Paolo. È la loro casa, è vero, ma è anche un luogo caldo, in cui lui può sentirsi accolto. È sgomento nel vederla così.
Esita. Sa cosa può accadere se dovesse arrivare un’altra scossa.
Ma è un istante. Entra, strappa via le coltri dai letti.
Raggiunge la sua camera. Trova la bisaccia in cui tiene gli attrezzi da lavoro, la raccoglie. Infine trova lo scrigno di ferro. Lo apre. La fede nuziale di sua madre che riluce nel buio sembra volerlo confortare.
Infila la scatola nella sacca.
È nel corridoio che scorge a terra lo scialle di Giuseppina: la cognata deve averlo perduto durante la fuga. Non se ne separa mai: lo indossa sin dal primo giorno in cui è entrata nella loro famiglia.
Lo afferra, torna all’uscita, fa un segno di croce verso il crocifisso sullo stipite.
Un istante dopo, la terra ricomincia a tremare.


Autore

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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