La poesia Foglie gialle di Trilussa (pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, 1871–1950) è un testo breve ma molto significativo, in cui il poeta romano riflette sul passare del tempo e sulla vecchiaia, con il suo consueto tono ironico e malinconico insieme.
Foglie gialle di Trilussa
Ma dove ve ne andate,
povere foglie gialle
come farfalle
spensierate?
Venite da lontano o da vicino
da un bosco o da un giardino?
E non sentite la malinconia
del vento stesso che vi porta via?
In questa poesia, Trilussa usa la metafora delle foglie gialle per parlare degli anziani o più in generale di chi si sente consumato dalla vita. Le foglie, ormai ingiallite, non sono cattive o inutili, sono semplicemente “stanche de colore”. È una delle immagini più tenere e malinconiche della sua produzione.
Trilussa adotta la lingua romanesca per avvicinare la poesia alla gente comune. Il tono è caldo, familiare, a tratti ironico, ma sempre attraversato da una vena di poetica malinconia. La forza di questa poesia sta nella semplicità delle parole che esprimono verità universali.
Una poesia piccola, quasi sussurrata, che sembra niente e invece è un mondo e ti resta addosso come l’odore dell’autunno dopo la pioggia. Trilussa, con quella sua lingua che sa di Roma vera, fa quello che solo i grandi sanno fare, dice l’infinito con le parole di tutti i giorni.
C’è un verso che ti resta incastrato nella mente:
“So’ foglie gialle, ma nun so’ cattive… so’ solamente stanche de colore.”
Ecco, lì dentro c’è tutto. C’è la tenerezza per ciò che finisce, la dignità del tempo che passa, la gratitudine per aver vissuto. Trilussa non ti chiede di compatire la vecchiaia, ti invita ad ascoltarla, a capirla, a riconoscerla come parte del respiro del mondo. E così, in quattro strofe di romanesco ci ricorda che la vita, in fondo, è un grande albero, oggi fiorisci, domani ingiallisci, ma non smetti mai di far parte del giardino.




