
Manuale pratico di smarrimento è un libro di riflessioni scritto da Lorenzo Marone, pubblicato il 14 Aprile 2026, da Feltrinelli. Questo non è un libro per chi vuole ritrovarsi, non contiene mappe, né promesse, né finali rassicuranti. È un piccolo breviario per chi si sente un po’ smagliato.
“Questo librino è nato nei giorni storti, in quelli che sembrano tutti uguali, dove le risposte non arrivano e le domande non fanno neanche più rumore. Nei giorni in cui nessuno ci chiede niente, eppure ci sentiamo stanchi. Nei giorni in cui si rompe qualcosa e non abbiamo voglia di aggiustarla. Scrivere queste pagine è stato come ripulire una stanza piena di polvere; anche se forse dovremmo imparare a lasciare le ragnatele dove stanno.”
Manuale pratico di smarrimento è un breviario gentile e disordinato, una raccolta di piccoli diritti non scritti che nessuno ci ha mai concesso ufficialmente, ma che forse è ora di rivendicare: il diritto a smarrirsi, a non piacere, a non scegliere, a non essere rintracciabili, a non ricominciare, a non evolvere, a dimenticare il finale.
Un libro per chi si sente un po’ stonato ma ancora capace di canticchiare, per chi ha le idee confuse ma le mani calde, per chi inciampa, si ferma, non sa, ma intanto c’è. Tra pesci incompresi, piccioni viaggiatori e cavallucci marini meditativi, Manuale pratico di smarrimento ci ricorda che non tutto deve avere una direzione, non ogni fine una rinascita, non ogni dolore una lezione.
Con una scrittura che oscilla tra l’ironia e la tenerezza, tra la poesia e il paradosso, Lorenzo Marone ci accompagna in un viaggio di calviniana leggerezza nei territori incerti dell’identità, della fragilità e dell’imperfezione.
“Ogni mattina, come se fosse il custode di una saggezza antica e pelosa, un gatto si accomoda sul muretto sotto il mio balcone. Arriva senza far rumore, con l’aria di chi ha già capito tutto, ma non ha fretta di raccontartelo, si stende con lentezza da cerimonia, si lecca il pelo con la dedizione di un artigiano giapponese, lancia un’occhiata ai piccioni come a dire tranquilli, oggi vi lascio vivere, poi, spesso, chiude gli occhi. Ma non dorme, medita, o finge di farlo. È il monaco tibetano della ringhiera. Lui non è mio, non è di nessuno, in realtà, ma ormai lo considero di casa; appare sornione e leggermente infastidito dal fatto che il mondo esiste. Lo guardo e imparo il suo modo di stare, di non fare, di abitare il tempo; mentre io corro dietro alle giornate, lui si ferma e basta.”
Recensione
Chi mi segue ormai conosce la mia ammirazione per questo autore, fino ad ora è sempre stato una certezza. Però questa volta ho avuto paura di osare, non mi sono fidata, perché questo libro non è un romanzo, è qualcosa di diverso. Allora mi sono affidata all’audiolibro, man mano che ascoltavo avrei voluto sottolineare tutto, allora ho preso il formato ebook pensando che mi bastasse, ma, finito il libro, ho scoperto che non mi bastava. Questo libriccino si è conquistato il posto d’onore sul comodino, sento l’esigenza di sfogliarlo, di rileggere le pagine, di sentirlo proprio fisicamente accanto a me e quindi l’ho acquistato anche in cartaceo. Lo so, avete ragione.
Questo è un libro che si sorseggia, ogni capitolo si lascia decantare, si lascia lavorare dentro e poi si passa al prossimo. Mi sono ritrovata scritta tra queste pagine, ci ho ritrovato il mio percorso. Un libro che parla di diritti, quelli verso noi stessi. Il diritto di fermarsi, di essere inquieti, tristi, di non piacere a tutti, di sbagliare, di cedere, di smarrirsi, di sparire, il diritto di poter cambiare idea e di non scegliere, il diritto di lasciare andare e quello di ricominciare, insomma, il diritto di essere imperfetti, umani.
Ogni capitolo affronta un diritto diverso e viene accompagnato dal racconto di un’esperienza dell’autore con un animale, specialmente la bassotta Greta, che con commozione mi piace pensare che viva felice oltre il ponte arcobaleno, insieme ai miei amati amici pelosi.
La scrittura è quella di Marone e non delude mai, poetica. Un viaggio tra le parole che sanno toccare i tasti delle emozioni, che ti fanno scivolare con semplicità dentro te stesso, ma con delicatezza, senza scossoni inutili. Come un abbraccio, una pacca sulla spalla, come a dire “va tutto bene anche se ti senti così” “è normale” ” te lo puoi permettere” “non sei solo”.
È un testo che, come dichiara anche l’autore, non vuole insegnare nulla, non ha morale, sembra più una chiacchierata di un amico che racconta le sue esperienze, e tu sei libero di farne ciò che vuoi.
A chi lo consiglio? A tutti, ma proprio a tutti. Lo consiglio a chi si è perso, a chi sta cercando una nuova strada, a chi ha bisogno di concedersi una pausa e, soprattutto, a chi deve ancora imparare che anche smarrirsi può essere un modo per ritrovarsi.
“È un piccolo topo che si fa i fatti suoi. Ed è proprio per questo che lo amo. In un tempo che ci impone di essere socievoli, brillanti, disponibili, Gocciola mi ricorda che esiste anche un’altra forma di esistenza: quella che non ha bisogno di pubblico. Lei non vuole convincere nessuno della sua dolcezza; fa simpatia innata, ma non la usa a suo favore, non la interpreta. È troppo affaccendata a sopravvivere, e ha una sua dignità misteriosa, testarda, bellissima.”
Incipit del libro “Manuale pratico di smarrimento”
Dello smaggiamento
Questo non è un libro per chi vuole ritrovarsi, non contiene mappe, né promesse, né finali rassicuranti. Non vi farà alzare all’alba per correre nei campi di lavanda, né vi suggerirà l’olio essenziale giusto per superare una crisi esistenziale. È più simile a un piccolo breviario per chi si sente un po’ smagliato, come un cardigan buono che ha fatto troppe guerre, o come una parola bella che non sta nel dizionario, ma che servirebbe eccome. Lo smaggiamento non è un crollo drammatico, non è una tragedia greca con urla, saette e tamburi, è una resa gentile, una stanchezza che si siede accanto a te sul divano e sospira. Non è una sconfitta, è un sai che c’è? faccio un passo di lato, una scivolata morbida, senza pubblico e senza selfie. Si smaggia chi non ne può più ma continua, chi ogni giorno cede un millimetro ma non fa scenate, chi non regge più il mondo sulle spalle e si sfila lo zaino con grazia, chi ha ancora le mani in tasca e i pensieri sparsi, e si mette a cercare una sedia. È una crepa che non fa rumore, ma lascia passare l’aria, una stanchezza che non urla, ma sussurra: non oggi, per favore. È la voce bassa di chi è esausto, ma non muto, il canto stonato della sopravvivenza, la carezza che non chiede nulla in cambio, nemmeno un grazie.
Questo manuale non promette soluzioni, né strategie vincenti, non cambia la vita, ma magari ti tiene un po’ di compagnia mentre cerchi di non farla cadere. Ti regala qualche diritto minimo, di quelli che nessuno ha mai pensato di mettere nella Costituzione: il diritto a non farcela, a non capire, a cambiare idea, a rimanere fermi, a smettere senza colpo ferire, a dimenticare il finale, anche se magari era bello. È uno spazio bianco dove appuntarsi le proprie ferite, dove il disordine ha diritto di cittadinanza e nessuno ti rimette in riga. Dove puoi lasciare un appunto, una briciola, una parola spezzata, un ricordo che non si lascia spiegare.
Un modo, forse, per sentirsi meno rotti. O, almeno, rotti con un certo stile.
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Solitamente inserisco qualche citazione che mi ha colpito, ma qui c’è da sottolineare tutto il libro, mi denuncerebbero, ne inserisco qualcuna, ma credetemi non sono le migliori, sono solo alcune delle migliori.
Citazioni dal libro “Manuale pratico di smarrimento”
“Io ho passato anni a far finta di niente, a dire va tutto bene con le sopracciglia, anche quando le ginocchia tremavano. Poi la fragilità si è presa la scena, è entrata come un’attrice fuori copione e ha fatto crollare il palco sotto una pioggia di luci spente e sipari che non si chiudevano più. Ma, in fondo, la fragilità è come una finestra appannata, non mostra tutto con chiarezza, ma lascia intravedere ciò che conta davvero. È la parola che ti viene solo dopo, quando ormai la conversazione è finita.”
“Cambiare idea è, in fondo, un modo per spolverare i pensieri, aprire le finestre della mente, buttare via un paio di convinzioni stinte. E sì, richiede coraggio, non tanto per l’atto in sé, ma per lo sguardo degli altri. Io dicevo, ma ora dico altro. Perché nel frattempo ho vissuto, ho letto, ho amato, ho fatto due passi, ho avuto paura, ho cambiato occhiali e magari anche shampoo. ”
“È così che spesso ci rompiamo anche noi. Non perché siamo fragili, ma perché abbiamo funzionato oltre misura. Abbiamo portato pesi che non erano nostri, abbiamo detto sì quando il corpo diceva basta, abbiamo confuso la resistenza con il valore. ”
“Ci insegnano che bisogna avere un piano, una visione, una tabella di marcia. Ma nessuno ci spiega che a volte si può anche vagare, come chi cerca le chiavi di casa nella borsa e intanto si perde in altri pensieri. Ecco, questo capitolo è dedicato a chi ha smarrito qualcosa – sé stesso, una convinzione, o semplicemente il filo del discorso – e ha scoperto che si stava anche abbastanza bene.”
“Il problema non è non sapere la direzione, è sentirsi in colpa per questo. È scambiare la lentezza per inefficienza, l’indecisione per debolezza, il dubbio per un difetto di fabbrica.
Perdersi non è un fallimento, è uno sport, una poetica, un talento. Vuol dire dimenticare le istruzioni per l’uso e inventarsi nuove regole. E se qualcuno ci chiede spiegazioni, possiamo rispondere con la naturalezza di chi ha appena preso la curva sbagliata ma ha scoperto un panorama migliore: “Boh. Però guarda che bello qui”.”
“Viviamo circondati da una narrativa che premia solo ciò che si muove, ciò che si rinnova, ciò che sa reinventarsi continuamente. La trasformazione è diventata una moneta sociale, un indicatore di valore: si è apprezzati solo se si cambia, si cresce, si va oltre. Ma questa pressione costante a evolversi può diventare una trappola, un’ansia da prestazione esistenziale, una catena dorata. Non siamo sempre pronti al cambiamento, e non sempre ne abbiamo bisogno. Talvolta ciò che serve non è spingersi altrove, ma radicarsi meglio dove si è. Talvolta il coraggio più grande non è ripartire, ma restare.”
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