Se vi piacciono i legal thriller con un’anima un po’ più irregolare del solito, “Avvocato Ligas” potrebbe essere una di quelle serie Tv da segnare subito in lista. Parliamo di una produzione italiana targata Sky Original, diretta da Fabio Paladini e strutturata in sei episodi, con Luca Argentero nei panni di un avvocato penalista tutt’altro che ordinario.
La serie prende spunto dal romanzo “Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti” di Gianluca Ferraris, ma non si limita a trasporlo fedelmente, lo usa piuttosto come punto di partenza per costruire un racconto più ampio. Al centro c’è Lorenzo Ligas, un personaggio che funziona proprio perché non è perfetto, è brillante in aula, intuitivo, quasi geniale quando si tratta di leggere le persone… ma decisamente disordinato nella vita privata.
Ed è proprio questo contrasto a rendere la serie interessante, da un lato ci sono i processi, le strategie difensive, i casi intricati della giustizia penale milanese, dall’altro, invece, si entra nella sua quotidianità fatta di relazioni complicate, scelte discutibili e continui conflitti etici.
Rispetto al romanzo, la serie fa un passo in più allargando lo sguardo, se nel libro il focus è soprattutto sull’indagine e sul punto di vista dell’avvocato, qui il racconto diventa più corale, e i personaggi secondari acquistano spazio e profondità, contribuendo a costruire un mondo narrativo più ricco e sfaccettato.
Il risultato? Un legal drama che non si accontenta del classico “chi è il colpevole?”, qui la vera partita si gioca nelle zone grigie della giustizia e della morale, dove le risposte semplici non bastano mai, ed è proprio lì che “Avvocato Ligas” trova la sua voce più interessante.
La serie TV “Avvocato Ligas”
Nel panorama dei legal drama contemporanei, “Avvocato Ligas” si ritaglia uno spazio tutto suo. Niente eccessi spettacolari o colpi di scena costruiti a tavolino, qui si respira un’aria più realistica, più italiana, fatta di sfumature, dubbi e contraddizioni.
E poi c’è lui, Lorenzo Ligas (Luca Argentero), dimenticatevi l’avvocato-eroe senza macchia. Ligas è pieno di crepe, e proprio per questo funziona. È cinico, sì, ma non è mai davvero indifferente, ha una lucidità tagliente, ma sotto la superficie cova un’instabilità emotiva che lo rende imprevedibile. Determinato fino all’ossessione, spesso finisce per sabotare se stesso, insomma, non è il paladino della giustizia ideale, ma uno che prova a muoversi dentro una giustizia possibile, fatta di compromessi, strategie e verità che a volte fanno male.
La storia parte da una caduta: Milano, uno studio legale importante, e poi l’esclusione, Ligas si ritrova fuori, costretto a ricominciare da capo ed è proprio lì che la serie prende ritmo. Accetta casi difficili, spesso scomodi, quelli che altri preferiscono evitare e lo fa con il suo stile, attraverso intuizioni brillanti, difese fuori schema, mosse che spiazzano. Il tutto mentre si muove tra tribunali, media e dinamiche di potere che non sono mai davvero neutrali.
Accanto a lui c’è Marta Carati (Marina Occhionero), giovane praticante che sembra arrivare da un altro mondo, dove Ligas vede compromessi, lei vede principi, dove lui calcola, lei crede. Il loro rapporto è uno dei motori più interessanti della serie, un continuo confronto tra idealismo e disincanto, tra ciò che la giustizia dovrebbe essere e ciò che, nella realtà, spesso è.
Invece, sul fronte opposto, c’è il pubblico ministero Anna Maria Pastori (Barbara Chichiarelli), che non è solo un’antagonista, ma una vera controparte, capace di tenere testa a Ligas sul piano professionale e umano. I loro scontri in aula diventano momenti ad alta tensione, in cui non si gioca solo una partita legale, ma anche una sfida di visioni, caratteri e limiti.
La serie racconta persone imperfette alle prese con scelte difficili, dove avere ragione non coincide sempre con fare la cosa giusta.
Dal libro“Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti” di Gianluca Ferraris alla serie TV
Se amate leggere i legal thriller che non si limitano a “risolvere il caso”, ma scavano sotto la superficie, “Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti” di Gianluca Ferraris è uno di quei romanzi che meritano attenzione. Perché sì, c’è un omicidio, c’è un’indagine, c’è un processo, ma soprattutto c’è una domanda che resta sospesa per tutto il libro: quanto coincidono davvero colpa, verità e giustizia?
Al centro della storia troviamo Lorenzo Ligas, un avvocato penalista brillante, forse il più acuto sulla scena milanese, eppure, la sua vita è un disastro sotto gli occhi di tutti. È uno di quei personaggi che sembrano camminare sempre sul filo, è geniale nel lavoro, ma incapace di tenere insieme il resto. I soci lo scaricano, stanchi di vederlo confondere continuamente dovere e autodistruzione. E così Ligas riparte da zero, a modo suo.
Sceglie i casi peggiori, quelli già “condannati” prima ancora di entrare in aula, quelli che i media hanno trasformato in verità assolute. È lì che si sente a casa, in mezzo alle crepe del sistema, dove gli altri vedono solo colpevoli e lui invece intravede dubbi.
Fuori dal tribunale, però, la situazione non migliora, un matrimonio finito alle spalle, una figlia che ama profondamente e che rappresenta forse l’unico punto fermo, Ligas non si illude di essere un padre perfetto, sa benissimo di non esserlo, ma prova, a modo suo, a esserci quando conta davvero, il problema è che i suoi demoni personali non fanno sconti.
Poi arriva il caso che cambia tutto, o meglio, quello che sembra l’ennesimo disastro annunciato, un poliziotto ucciso, un ex cantante accusato, prove che non tornano. Chat cancellate nel momento sbagliato, un telefono svizzero che compare come un dettaglio fuori posto, testimoni che vacillano proprio quando dovrebbero essere più solidi, e poi quel dettaglio quasi invisibile: un palazzo con un’uscita secondaria. Uno di quei particolari che, nelle mani giuste, possono ribaltare tutto.
Ligas si muove tra bar rumorosi e corridoi di tribunale cercando esattamente questo: la crepa nel muro, il punto in cui la versione ufficiale smette di reggere. Perché il sospetto è forte, e se il colpevole perfetto fosse solo una soluzione comoda? E soprattutto, a chi conviene davvero che resti tale?
Il romanzo diventa così una corsa contro il tempo, ma anche contro un sistema che spesso preferisce le scorciatoie alla complessità, per Ligas, però, una regola resta intoccabile: tutti sono innocenti fino a prova contraria e tutti meritano la miglior difesa possibile, la sua.
Ferraris costruisce il racconto alternando lo sguardo disincantato del protagonista a una Milano che appare accogliente solo in superficie. Sotto, invece, si muove un mondo fatto di pressioni, pregiudizi e verità scomode ed è proprio la fragilità di Ligas a diventare, paradossalmente, il suo punto di forza nel lavoro, la capacità di dubitare, di non fermarsi alla prima versione, di andare oltre.
Il titolo “Perdenti” non è casuale. Non parla solo del caso, ma delle persone che lo attraversano, gli individui che partono già svantaggiati, schiacciati dal peso delle istituzioni, dell’opinione pubblica, dei meccanismi giudiziari. In questo senso, il romanzo usa il legal thriller come una lente più ampia, per raccontare le ingiustizie, le semplificazioni e tutte quelle zone grigie morali che rendono la verità molto più sfuggente di quanto vorremmo.
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Differenze tra il libro“Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti” di Gianluca Ferraris e la serie TV “avvocato Ligas”
Quando un personaggio passa dalla pagina allo schermo, qualcosa inevitabilmente cambia. Nel caso di Lorenzo Ligas, il passaggio dal romanzo alla serie TV è una vera e propria trasformazione, pensata per portare un noir investigativo dentro i meccanismi di un legal drama moderno.
Nel libro, la struttura è quella classica del legal thriller, un unico caso, una linea narrativa ben definita, un percorso che segue passo dopo passo indagine e processo. Tutto è più concentrato, più denso, il lettore resta incollato alla strategia difensiva, ai dettagli legali, alle crepe della verità processuale.
La serie, invece, cambia completamente ritmo, abbandona la linearità per aprirsi a una struttura episodica, ogni puntata introduce nuovi casi, nuove storie, nuovi conflitti. Il risultato è un racconto più dinamico, costruito per tenere lo spettatore agganciato nel tempo, episodio dopo episodio.
Lorenzo Ligas: lo stesso uomo, due versioni diverse
Nel romanzo, Lorenzo Ligas è un personaggio che pesa. Non tanto per quello che fa, ma per quello che si porta dentro. È più cupo, più segnato, attraversato da fragilità personali, disillusione e una certa tendenza a sabotarsi da solo. Non cerca di piacere, non deve funzionare “in scena”, esiste e basta, con tutte le sue contraddizioni, e il lettore lo conosce davvero, perché entra nei suoi pensieri, nei suoi dubbi, nei suoi conflitti più intimi.
Nella serie TV, invece, qualcosa cambia, Ligas diventa più visibile, più presente, più costruito per catturare l’attenzione. È sempre imperfetto, certo, ma quella imperfezione viene resa più affascinante, quasi magnetica. Entra in aula e la scena è sua: sicurezza, intuito, battute giuste al momento giusto. Una sorta di “rockstar del tribunale”, capace di trasformare anche un’arringa in spettacolo.
Non è un tradimento del personaggio, ma un adattamento, la televisione ha bisogno di ritmo, di presenza, di energia e così Ligas perde un po’ della sua ombra più profonda per guadagnare carisma, dinamismo e impatto visivo.
I rapporti: quando i personaggi fanno davvero la differenza
Uno degli aspetti in cui il passaggio dal romanzo alla serie TV si sente di più è proprio nei rapporti che circondano Ligas, perché se nel libro tutto ruota soprattutto attorno a lui, nella serie sono le relazioni a costruire gran parte della tensione narrativa.
Partiamo da Marta Carati, la praticante, nella versione televisiva è molto più di un personaggio di supporto, è una presenza fondamentale, quasi una controparte etica. Marta rappresenta quello che Ligas, forse, è stato, o avrebbe voluto essere, prima che il disincanto prendesse il sopravvento. Il loro rapporto funziona perché è fatto di attrito continuo: idealismo contro pragmatismo, entusiasmo contro esperienza. E proprio da questo scontro nasce uno dei motori più solidi della serie. Nel romanzo, però, Marta semplicemente non esiste, il confronto morale resta tutto interno a Ligas.
Poi c’è Anna Maria Pastori, il pubblico ministero, qui il cambiamento è ancora più interessante. Nella serie diventa una vera antagonista, costruita per reggere il confronto diretto con Ligas, tra i due c’è tensione, ritmo, una sorta di “elettricità” che alimenta il racconto episodio dopo episodio. Il conflitto è frontale, quasi necessario.
Nel libro, invece, il loro rapporto è molto più sfumato. Pastori non è solo la controparte in aula, è legata al passato di Ligas, è la migliore amica della sua ex moglie. Tra loro c’è una storia fatta di rispetto, conoscenza reciproca e piccoli equilibri costruiti nel tempo, anche quando si trovano su fronti opposti, non sono mai davvero nemici, ed è proprio questa ambiguità a rendere il tutto più realistico, meno “drammatizzato”.
Infine, la famiglia. Nel romanzo, ex moglie Patrizia e figlia sono soprattutto un’ombra, rappresentano ciò che Ligas ha perso, il vuoto che si porta dietro, la distanza che non riesce a colmare, sono più un pensiero che una presenza.
Nella serie, invece, il discorso cambia. La figlia Laura diventa un punto fermo, qualcosa di concreto, non è solo un ricordo o un rimpianto, è l’unica persona capace di tirare fuori il lato migliore di Ligas, di riportarlo, almeno per un attimo, a una versione più umana, più presente, meno in fuga.
Milano: da riflesso interiore a protagonista in scena
Anche l’ambientazione, nel passaggio dal romanzo alla serie, cambia pelle.
Nel libro, Milano non è una città da cartolina, è ruvida, poco accogliente, fatta di bar rumorosi, strade anonime, periferie che sembrano trattenere il respiro. Non c’è nulla di patinato, tutto appare un po’ stanco, un po’ sporco, come se la città assorbisse e restituisse il disagio del protagonista. In fondo, questa Milano è soprattutto uno specchio, riflette lo stato d’animo di Ligas, la sua solitudine, il suo disordine interiore.
Nella serie TV, invece, Milano cambia prospettiva, diventa una vera co-protagonista. La macchina da presa si muove tra tribunali storici, uffici moderni, spazi di co-working, locali curati, è una città più viva, più dinamica, anche più seducente a prima vista. Ma attenzione, non è una Milano “addolcita”, è semplicemente diversa, più brillante in superficie, certo, ma sotto resta competitiva, spietata, governata da equilibri sottili. Qui non basta avere ragione: conta come appari, come ti muovi, che immagine dai di te, nel romanzo, Milano accompagna Ligas nel suo crollo, nella serie, invece, lo mette continuamente alla prova.
Chi è Lorenzo Ligas
Lorenzo Ligas è uno di quei personaggi che non si lasciano definire in modo semplice, sulla carta è il protagonista de romanzo “Perdenti” di Gianluca Ferraris. Ligas è un avvocato penalista milanese di grande talento, socio per anni di uno studio importante, il Petrillo Chieffi Ligas, è uno che, almeno in teoria, ha tutto per stare al vertice, è invece no, perché quando lo incontriamo, Ligas è già in caduta, professionale, personale, emotiva.
“Il citazionismo acuto si è impossessato di me nelle aule di scuola, dove alla fine delle elementari avevo già superato in brillantezza i miei compagni, e mi ha scortato fino a quelle di tribunale. Ma probabilmente non riuscirà a salvarmi dallo tsunami in arrivo.”
La prima cosa da capire è che Ligas non è solo brillante, è ossessionato dal dettaglio, ha una memoria fuori dal comune, quasi fotografica, che gli permette di ricordare conversazioni, dati, sfumature che agli altri sfuggono. Una caratteristica legata a una forma lieve di autismo, che lui non vive come un limite, ma come uno strumento, anzi, come un vantaggio competitivo. Non è un caso che si nutra di serie crime, Law & Order in testa, che cita continuamente quasi fossero manuali operativi.
Ma il punto non è solo quanto è bravo. È come vive questa sua intelligenza. Ligas è caustico, dissacrante, spesso scomodo, ha una durezza che tiene gli altri a distanza, ma sotto quella superficie si intravede qualcosa di diverso, un senso di colpa costante, una fragilità che non riesce a gestire, è un uomo che si punisce, più che difendersi.
Ha quarantacinque anni, una vita familiare alle spalle che non è riuscito a tenere insieme, un matrimonio finito con Patrizia, anche lei avvocato, e una figlia, Laura, di otto anni, che resta il suo punto più vulnerabile, non è un padre modello, e lo sa, ma l’amore che prova per lei è forse l’unica cosa che non riesce a sabotare completamente. Vive solo con il suo gatto soriano, Douglas.
“La scuola. Non andavo bene, all’inizio. Non capivo un cazzo. Ho uno zero virgola qualcosa di autismo, una forma lievissima causata da un paio di secondi d’apnea mentre mi tiravano fuori dalla pancia di mia madre. Per fortuna ho scoperto abbastanza in frea che il mio piccolo handicap non era una disgrazia, ma un’opportunità”
Poi c’è il lato più autodistruttivo. L’alcol, prima di tutto, una presenza costante che erode la sua credibilità, lo mette in difficoltà, lo espone. I soci lo allontanano anche per questo, perché Ligas ha perso il controllo, e con lui anche il confine tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è più. Eppure, nonostante tutto, continua a muoversi come se fosse ancora al centro della scena, si veste da “principe del foro”, tra abiti su misura e orologi di lusso, non è solo vanità, è una forma di resistenza, quasi un modo per tenere insieme un’identità che sta crollando.
Dietro questa immagine, però, c’è un’altra storia, Ligas viene dal Lorenteggio, non da un ambiente privilegiato, la carriera forense è anche una rivincita personale, un modo per dimostrare, agli altri e forse soprattutto a sé stesso, di poter stare allo stesso livello di chi partiva avvantaggiato.
Lorenzo Ligas è un uomo diviso, geniale ma instabile, lucido ma fragile, ambizioso ma pieno di crepe, uno che sa leggere la verità negli altri, ma fatica terribilmente a fare i conti con la propria.
“Chi invece non esce mai di casa è il soriano Douglas, l’unico pezzo di famiglia ad avermi seguito fin qua. Stamaina ha lasciato tracce calde di sé nella cassea con la sabbia, posizionata proprio soo la locandina di Special Victims Unit. L’ho educato bene, il mio gao: non chiede più del dovuto, non si piange mai addosso. E mostra una tempra tua felina quando scivola fuori dai suoi lunghi letarghi per manifestare ostilità agli sconosciuti. “





