Iniziamo l’anno col botto nel nome del dio petrolio.
Un presidente di una democrazia che bombarda un altro Stato, cattura il suo leader e ne rovescia il governo come se il mondo fosse il suo cortile di casa. Sembra l’incipit di un film. E invece, nella narrazione che circola, il protagonista è Donald Trump e il palcoscenico è il Venezuela. Ma davvero sta andando così? E, soprattutto, cosa c’è dietro?
Nelle ultime ore, il capo del Pentagono — in un messaggio su X — ha confermato un raid aereo che avrebbe colpito un’imbarcazione sospettata di traffico di droga, causando tre morti. È solo l’ultimo episodio di una lunga serie: quindici attacchi, decine di vittime e una giustificazione che ritorna come un mantra: “stiamo combattendo il narcotraffico”.
Ma è davvero tutta qui la storia?
Video che mostrano esercitazioni dei marines a Porto Rico, indiscrezioni del Wall Street Journal e del Miami Herald sull’arrivo di una portaerei con migliaia di uomini nei Caraibi, e le dichiarazioni di Trump — sempre più taglienti — che lascia intendere che Maduro abbia “le ore contate”. Tutti tasselli che, messi insieme, suggeriscono l’idea di uno scenario in preparazione. Obiettivo dichiarato: colpire il presunto “Cártel de los Soles”, la rete criminale che vedrebbe Maduro al centro di un gigantesco traffico di droga.
Ma fermiamoci un attimo. Funziona davvero così?
Maduro, erede politico di Hugo Chávez e del chavismo — un’ideologia dichiaratamente anti-imperialista — arriva al potere nel 2013. Inflazione, crisi, isolamento e sanzioni lo spingono verso un autoritarismo sempre più visibile. Insomma, non è un santo, come tanti altri, soprattutto quando in mezzo ci sono soldi e potere. Le cose sono, come sempre, più complicate.
Nel 2019 esplode la crisi istituzionale con Juan Guaidó proclamato presidente ad interim e sostenuto da diversi Paesi occidentali. Gli Stati Uniti vedono l’occasione per far saltare definitivamente Maduro. Non ci riescono. Da quel momento, il leader venezuelano diventa il bersaglio numero uno: taglia sulla sua testa, accuse di narcotraffico, fino a una cifra record di 50 milioni di dollari.
Peccato che, quando si va a leggere il rapporto mondiale sulle droghe del 2025, questo Venezuela super-narcotrafficante non si trovi quasi da nessuna parte. I produttori veri restano Colombia, Perù e Bolivia. La Colombia da sola fa il 65% della coca mondiale; il 5% appena passa dal Venezuela. Il Guatemala pesa più del Venezuela, sette volte. In altre parole: il “grande cartello” sembra più un mosaico di micro-criminalità, comparabile a tante altre aree del mondo.
Se non è la droga, allora cosa può interessare così tanto?
Qui entra in scena il vero protagonista: il petrolio. Il Venezuela possiede le più grandi riserve al mondo. Un tesoro enorme, che negli anni è stato ostacolato da sanzioni, embarghi e giochi di pressione internazionale. E poi ci sono gli alleati di Caracas: Cina e Russia.
La Cina compra petrolio, concede prestiti e, se i prezzi scendono, paga il petrolio meno. La Russia invece investe direttamente nella produzione: se gli Stati Uniti entrassero pesantemente in gioco, Mosca perderebbe soldi e influenza.
E così il quadro comincia a prendere forma: non solo “lotta al narcotraffico”, ma pressione geopolitica, controllo delle risorse e nuovi equilibri globali. Trump, nel frattempo, riesuma il vecchio ruolo americano, poliziotto del mondo con la stella dorata e la pistola del bene universale, mentre in realtà lavora per mettere mano su quel gigantesco serbatoio di petrolio e, magari, incrinare il legame tra Russia e Cina.
Trump immagina un bel regime chiavi in mano, con un presidente fantoccio messo lì a custodire il petrolio per conto degli Stati Uniti. Tutto molto “made in USA”: mentre piazza il suo uomo a Caracas, muove le leve geopolitiche e prova a incoronarsi padrone occidentale dell’oro nero.
Poi Trump fa Trump: la mattina dice una cosa, il pomeriggio la smentisce, la sera accusa la stampa di aver capito male. Difficile prevedere come andrà a finire.
Si parla di “democrazia”, “diritti” e “valori occidentali”. Ma, come spesso accade, dietro la facciata si intravede altro: interessi, strategie, giochi di potere. E il rischio è sempre lo stesso: che, ancora una volta, tutto venga giocato sulla pelle dei popoli.
Perché la storia ce lo insegna: non è quasi mai la bandiera dei grandi ideali a muovere i conflitti.
Molto più spesso — sotto la vernice delle parole — restano loro: energia, gas, petrolio.




