Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya, il Movimento Islamico di Resistenza, meglio conosciuto con l’acronimo Hamas, sembra essere apparso agli occhi del mondo solo dopo quel tragico 7 ottobre. Eppure, la sua storia non comincia lì, né la sua identità può essere ridotta alla semplice etichetta con cui oggi viene riconosciuta.
Tutti, ormai, la identificano come un’organizzazione terroristica, ma non è sempre stato così, soprattutto, non lo è stato per tutti nello stesso momento. Per Israele, Hamas è diventata un gruppo terroristico nel 1993, nel pieno del processo di Oslo. Gli Stati Uniti le hanno attribuito la stessa definizione quattro anni dopo, nel 1997. Bisognerà attendere ancora un po’ prima che anche il Regno Unito, il Canada e infine l’Unione Europea arrivino alla stessa conclusione, solo nei primi anni Duemila.
Un’evoluzione lenta, fatta di scelte politiche, interpretazioni strategiche e cambi di scenario, perché dietro a ogni definizione, anche la più netta, c’è sempre una storia complessa, fatta di cause, effetti e, spesso, di convenienze.
La storia di Hamas non comincia nel 1987, anche se è in quell’anno che ufficialmente nasce. La sua origine va cercata molto più indietro nel tempo, in un contesto di povertà, disperazione e ingiustizia che fermentava da decenni.
Le radici storiche di Hamas: la Nakba del 1948
Quando nel 1987 prende forma la Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya, il Movimento Islamico di Resistenza, sono già passati quasi quarant’anni da un evento che i palestinesi ricordano con una parola che pesa come una pietra: Nakba, “la catastrofe”.
Era il 1948, l’anno della creazione dello Stato di Israele, ma fu anche l’anno in cui circa 700.000 palestinesi furono costretti ad abbandonare le proprie case, i villaggi, le città, profughi nella loro stessa terra o nei Paesi vicini.
È in quell’esodo che affonda le radici il contesto in cui Hamas nascerà molti anni dopo. I campi profughi, inizialmente pensati come soluzioni temporanee, divennero col tempo insediamenti permanenti. Si moltiplicarono ovunque: a Gaza, certo, ma anche in Cisgiordania, in Siria, in Libano, in Giordania. Nomi che oggi ritornano spesso nei notiziari: Nuseirat, Khan Younis, Deir al-Balah, Jabalia.
In questi luoghi, la quotidianità è scandita da mancanza e resistenza. L’acqua è un bene prezioso, il cibo scarso, le cure mediche un lusso. L’elettricità arriva solo per poche ore al giorno, tra un blackout e l’altro. È qui, tra baracche affollate e speranze logorate, che germoglia l’idea di un movimento che si propone di restituire dignità e riscatto a un popolo dimenticato.
La Guerra dei Sei Giorni e l’occupazione israeliana (1967)
È il 1967, e nei campi profughi la miseria è rimasta la stessa. Ma quell’anno qualcosa cambia, e non poco. È l’anno della Guerra dei Sei Giorni, una guerra lampo che ridisegna le mappe e, con esse, il destino di milioni di persone.
In appena una settimana, Israele occupa la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, insieme a Gerusalemme Est, il Sinai e le Alture del Golan. Per i palestinesi, è l’inizio di una nuova fase, arresti arbitrari, confische di terre, demolizioni di case, coprifuoco e checkpoint che rendono impossibile la vita quotidiana. Nei campi profughi, già sovraffollati, arriva un’ondata di nuovi rifugiati. Le condizioni, che prima erano drammatiche, diventano catastrofiche. Non c’è solo il rancore verso Israele, che occupa, depreda e uccide, c’è anche un crescente senso di frustrazione verso l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Yasser Arafat e l’OLP
L’OLP era nata solo pochi anni prima, nel 1964, dal lavoro del Consiglio Nazionale Palestinese, con l’obiettivo ambizioso di diventare la voce del popolo palestinese. Dopo la sconfitta del 1967, però, molti guardano a lei con rabbia e disillusione, la liberazione promessa non è arrivata, e i campi restano luoghi di fame e abbandono.
Eppure, nel 1968, una nuova speranza sembra accendersi. A capo dell’OLP arriva un giovane carismatico, Yasser Arafat, leader del movimento Fatah. Per molti palestinesi, è il simbolo del riscatto possibile, l’uomo che potrebbe finalmente dare voce e forza a un popolo stanco di essere solo una questione irrisolta nel grande gioco del Medio Oriente.
Ma tra le baracche di Gaza e le strade polverose della Cisgiordania, la delusione e la rabbia continuano a crescere, preparando il terreno per qualcosa di nuovo.
La nascita dei gruppi militanti palestinesi
Negli anni Sessanta, il sogno della liberazione della Palestina ardeva come un fuoco che non si spegneva mai. Una liberazione da conquistare con ogni mezzo possibile, anche attraverso la lotta armata. In quel periodo, infatti, nascono e si moltiplicano gruppi militanti palestinesi che utilizzano la Giordania come base operativa per lanciare attacchi contro Israele.
È proprio lì che l’OLP si impone come protagonista assoluta, trasformando progressivamente i campi e le città giordane in una sorta di Stato nello Stato. Ma questa espansione, così visibile e incontrollata, finisce per intaccare l’autorità di Hussein bin Talal, meglio conosciuto da noi come Re Hussein di Giordania. L’OLP non si limita più a rappresentare i rifugiati: gestisce armi, logistica, e spesso impone le proprie regole.
Il re, che fino a quel momento aveva cercato un equilibrio tra solidarietà e sovranità, vede la situazione sfuggirgli di mano. La tensione cresce giorno dopo giorno, fino a esplodere nel 1970. È l’anno in cui Re Hussein decide di agire, e lo fa con misure drastiche.
Quel periodo passerà alla storia con un nome cupo e rivelatore: Settembre Nero.
Un mese di scontri feroci tra l’esercito giordano e le forze palestinesi, che segnerà una frattura profonda nel mondo arabo e cambierà, per sempre, il destino dell’OLP e della resistenza.
Il 16 settembre 1970 segna l’inizio di uno dei capitoli più drammatici della storia palestinese: viene proclamata la legge marziale in Giordania. Da quel momento, scattano rappresaglie durissime contro i palestinesi nei campi profughi sparsi per le principali città del Paese. Le strade si trasformano in campi di battaglia, e nel giro di dieci giorni di guerra civile, si contano migliaia di morti.
L’isolamento dell’OLP e la frustrazione nei campi
Il bilancio politico è altrettanto pesante, l’OLP viene espulsa dalla Giordania, e la sua leadership è costretta a trasferirsi in Libano, da quel momento, per l’OLP comincia una lunga stagione di repressione e isolamento. Yasser Arafat, il leader che un tempo incarnava la speranza, si ritrova lontano dalla Palestina, esule, e sempre più disconnesso dalla realtà dei campi profughi. Dopo i bombardamenti israeliani sul Libano, Arafat e i suoi uomini troveranno infine rifugio a Tunisi, lontanissimi geograficamente, e ormai anche simbolicamente, dal cuore pulsante del popolo che dicevano di rappresentare.
Intanto, nei campi profughi, la situazione si fa sempre più tesa, da una parte c’è Israele, che continua a colonizzare, reprimere, controllare, dall’altra, un’OLP percepita come assente, distante, forse persino corrotta. Tra la gente cresce la convinzione che Arafat abbia tradito, che le promesse di riscatto si siano dissolte nei palazzi del potere e negli accordi diplomatici, e c’è chi si chiede, con amarezza, che fine abbiano fatto i fondi umanitari destinati ai campi, fondi che spesso sembrano svanire prima di raggiungere chi ne ha davvero bisogno.
La scintilla della prima Intifada (1987)
La situazione, ormai, è una miccia pronta a esplodere. E il detonatore arriva l’8 dicembre 1987. Quel giorno, un camion dell’esercito israeliano si schianta contro un’auto civile. A bordo ci sono quattro palestinesi, che muoiono sul colpo. Che sia stato un incidente o un atto deliberato poco importa, per chi vive nei campi profughi, abituato da anni a soprusi, violenze e umiliazioni, non è che l’ennesima ingiustizia.
Dal campo di Jabalya, nella Striscia di Gaza, la voce si diffonde in poche ore: non è stato un incidente. È stata, ancora una volta, la mano dell’occupante, e così, il rancore covato per trent’anni si trasforma in rabbia esplosiva.
Nasce la prima Intifada, la “rivolta”. Ma non è una rivoluzione pianificata, non c’è una catena di comando, non ci sono strategie o direttive. È una sollevazione spontanea, confusa, disorganizzata, fatta di gesti individuali di disperazione e coraggio.
Le immagini che in pochi giorni fanno il giro del mondo diventano iconiche, ragazzi palestinesi che lanciano sassi e fionde contro un esercito armato fino ai denti, dotato di carri armati, mitra e mezzi blindati. È una battaglia impari, certo, ma per chi scaglia quelle pietre, non si tratta solo di combattere un nemico: si tratta di riappropriarsi della propria esistenza, anche solo per un istante. È in quella rabbia, in quella disperazione organizzata solo dall’istinto, che il mondo inizia a rendersi conto che qualcosa di nuovo sta nascendo.
Le rivolte che attraversano Gaza e la Cisgiordania sono spontanee, nate dal basso, senza ordini né piani precisi. Sono i giovani, gli studenti, i lavoratori dei territori occupati a scendere in strada. Ma, questa volta, non sono soli, alla rivolta partecipano tutti, uomini, donne, persino bambini, ciascuno come può, con ciò che ha. Dalla parte palestinese ci sono sassi, pietre, fionde, dall’altra, l’esercito israeliano, armato fino ai denti e deciso a spegnere la protesta con ogni mezzo.
È in quel contesto che il ministro della Difesa israeliano, Yitzhak Rabin, inaugura quella che passerà alla storia come la “politica delle ossa rotte”, il nome, già da solo, racconta tutto, una repressione brutale, mirata a piegare fisicamente e psicologicamente chiunque osi ribellarsi.
Le strade diventano campi di scontro quotidiani, i proiettili veri si alternano a quelli di gomma, i pestaggi, i gas lacrimogeni e gli arresti di massa diventano parte della routine, per i palestinesi, la violenza non è più un rischio: è la normalità.
Alla fine di quella prima Intifada, il bilancio è pesantissimo, oltre mille morti, e decine di migliaia di feriti e arrestati, un prezzo altissimo, pagato da un popolo che non ha mai smesso di credere, nonostante tutto, che ribellarsi, anche solo con un sasso, fosse l’unico modo rimasto per farsi sentire vivi.
Il ruolo dei Fratelli Musulmani e Sheikh Ahmed Yassin
In tutto questo quadro, l’OLP è assente, non organizza le rivolte, non le guida, non le incanala, ma quando si tratta di cavalcarle a distanza, allora sì, è pronta. Da Tunisi, Yasser Arafat e la sua cerchia cercano di trasformare la rabbia delle strade in consenso politico, tentando di presentarsi ancora una volta come la voce del popolo palestinese.
Un gesto che molti percepiscono come ipocrita, se non addirittura odioso, mentre nei campi profughi si muore sotto i colpi e le manganellate, Arafat parla di diplomazia e autodeterminazione da un ufficio a migliaia di chilometri di distanza.
Per tanti palestinesi, è la goccia che fa traboccare il vaso. Arafat non è più un simbolo di liberazione, ma l’uomo che ha tradito il popolo. E cresce così l’idea che serva qualcuno di diverso, qualcuno che viva davvero la stessa sofferenza, che conosca la fame, le privazioni, le ingiustizie, qualcuno che non parli di resistenza in astratto, ma che ne incarni lo spirito.
Quel qualcuno ha un nome, Sheikh Ahmed Hassan Yassin, per molti, è l’uomo perfetto per rappresentare quella rabbia e quella fede. È figlio della miseria, come la maggior parte dei palestinesi dei campi. È anche figlio della Nakba, la sua famiglia, poverissima, fu tra le migliaia costrette a fuggire nel 1948. Certo, la sua condizione fisica lo rende un bersaglio facile, è cieco e tetraplegico in seguito a un incidente d’infanzia, Yassin vive inchiodato a una sedia a rotelle, ma la sua fragilità fisica non ne diminuisce la forza, anzi, la trasforma in simbolo.
Perché Yassin non è solo un predicatore carismatico, è anche un uomo profondamente legato all’ideologia dei Fratelli Musulmani, movimento nato in Egitto negli anni ’20, che predica il ritorno all’Islam come via di liberazione politica e morale.
La nascita di Hamas
I Fratelli Musulmani, in quegli anni, erano ormai una realtà profondamente radicata nei territori palestinesi. In un contesto dove l’OLP era lontana, isolata e screditata, erano loro a rappresentare un punto di riferimento concreto per la popolazione. Furono i Fratelli Musulmani, infatti, a costruire scuole, ospedali, centri giovanili, a distribuire aiuti e a garantire una forma di assistenza dove lo Stato non arrivava, e tutto questo, sorprendentemente, non preoccupava affatto Israele.
Anzi, per Israele, la presenza dei Fratelli Musulmani era quasi una manna dal cielo, perché in quel momento il nemico numero uno non erano loro, ma l’OLP di Arafat e se qualcuno poteva indebolire l’influenza dell’OLP tra i palestinesi, allora ben venga.
Israele, con il suo pragmatismo politico, scelse di favorire indirettamente la crescita dei Fratelli Musulmani, lo fece attraverso concessioni, licenze, autorizzazioni, permessi per costruire moschee, scuole religiose, ospedali, centri culturali. Tra gli anni ’70 e ’80, vennero erette oltre quaranta nuove moschee nella sola Striscia di Gaza. Israele non interferiva, non ostacolava, e anzi, in certi casi, chiudeva un occhio con compiacimento.
Perché? Perché i Fratelli Musulmani servivano da contrappeso politico all’OLP. Era la vecchia e collaudata logica del “il nemico del mio nemico è mio amico”, una strategia che Israele ha saputo giocare con abilità e cinismo nel corso della sua storia. Solo che, questa volta, il gioco sfuggirà di mano, perché proprio da quella rete islamica, nutrita e tollerata per anni, e sotto la guida spirituale di Sheikh Ahmed Yassin, si stava formando una nuova costola armata, una fazione destinata a cambiare gli equilibri del Medio Oriente.
Quella costola aveva un nome: Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya, il Movimento Islamico di Resistenza. In una parola, Hamas.
L’affermazione militare e politica di Hamas
Senza il colonialismo israeliano, non ci sarebbe stata la rabbia accumulata nei decenni, e Hamas probabilmente non sarebbe mai nata. Senza l’opportunismo israeliano, la volontà di usare i Fratelli Musulmani come contrappeso all’OLP, Hamas non avrebbe mai potuto strutturarsi come organizzazione autonoma, radicata nei campi profughi e nella società palestinese. Hamas, in sostanza, nasce come totale antitesi all’OLP.
Se l’OLP proponeva un nazionalismo laico, Yassin e Hamas propongono un islamismo radicale, fondato sulla religione come guida politica e sociale. Se l’OLP e Fatah miravano a una Palestina con confini negoziabili, per Yassin non ci può essere altro che uno Stato su tutta la Palestina, senza compromessi territoriali. Per l’OLP la lotta era un obbligo nazionale, per Hamas è un obbligo religioso, un dovere sancito dalla fede. L’OLP poteva anche valutare compromessi con Israele, ma Yassin non ne contempla nemmeno l’ombra, i compromessi non esistono.
In questo contrasto radicale, Hamas diventa così il volto religioso e radicale della resistenza, l’espressione di una frustrazione, di un dolore e di una speranza che l’OLP, lontana e politicizzata, non riesce più a incarnare. La radicalizzazione del pensiero di Hamas, inizialmente tollerata da Israele, inizia a diventare intollerabile, ma proprio questa radicalità è ciò che permette al movimento di affermarsi come protagonista indiscusso nello scenario insurrezionale palestinese.
Il punto di svolta arriva con l’attentato al bus di Piazza da Vicca, nel 2003, al centro di Gerusalemme, 17 morti e oltre 100 feriti. Quell’atto convince il Mossad e lo Shin Bet a rivedere la posizione morbida e collaborativa che avevano mantenuto fino a quel momento nei confronti di Sheikh Ahmed Yassin. Il primo tentativo di eliminazione di Yassin fallisce il 6 settembre 2003, incredibilmente, sopravvive, il secondo non tarda ad arrivare.
Il 22 marzo 2004, mentre viene scortato verso la moschea di Shabra da due guardie del corpo, Yassin è colpito da una pioggia di missili Hellfire, progettati per essere devastanti, con l’obiettivo di assicurarsi che nessun sopravvissuto emergesse. Muore lui, con le due guardie e altri nove passanti, mentre 12 persone restano ferite.
La sua morte scuote Gaza e 200.000 persone sfilano per le strade in lutto, ma non spegne Hamas, la fiamma dell’ideologia divampa ancora più intensa. Il leader carismatico muore, ma Hamas non muore affatto, anzi, dopo Yassin, il movimento diventa ancora più rappresentativo dei sentimenti di una parte significativa dei palestinesi.
Nel 2006, Hamas compie il salto da rappresentanza ideologica a rappresentanza politica, vince le elezioni legislative nella Striscia di Gaza con il 44% dei voti, contro il 41% di Fatah. Un risultato inatteso, che apre la strada a un conflitto aperto tra le due forze politiche palestinesi, segnando l’inizio di una nuova fase di tensione interna e di consolidamento della leadership di Hamas.
La strategia israeliana della divisione palestinese
Sostanzialmente la Palestina si ritrova divisa a metà, e la cosa paradossale è che Israele, quel “nemico” che in larga parte aveva contribuito a creare con le sue scelte, non interviene subito per schiacciare Hamas. Perché? Questa spaccatura conviene.
Se i palestinesi restano divisi, se non trovano una guida politica comune e passano più tempo a combattersi tra di loro che a costruire istituzioni, uno Stato palestinese non vedrà mai la luce, e senza Stato non c’è nemmeno la soluzione dei due popoli e due Stati, indipendentemente dalle pressioni internazionali. Perciò quella frattura va coltivata, trasformata in una lacerazione insanabile. Separare Gaza dalla Cisgiordania, isolare i rifugiati del Sinai, tenere frammentati i movimenti politici: non è una strategia spontanea, è un progetto deliberato.
Come spesso accade, per costruire un piano così sottile serve un architetto altrettanto sottile ed ecco che entra in scena lui: Benjamin Netanyahu. Il regista di una logica politica che vede nella divisione palestinese non un problema da risolvere, ma un’opportunità da sfruttare. È una scelta cinica, logica nel suo realismo politico, devastante nelle sue conseguenze, e chi cerca spiegazioni sul perché certe cose accadono, o non accadono, dovrebbe cominciare proprio da qui, dal calcolo freddo che trasforma la guerra in strategia e la frattura sociale in arma di governo.
Eppure la realtà è più contorta di quanto sembri, nonostante gli atti di guerriglia e i danni che Hamas infliggeva a Israele, la strategia politica di Netanyahu seguiva una logica perversa e calcolata. L’obbiettivo non era solo combattere il movimento, ma usarlo per tenere la politica palestinese permanentemente in subbuglio. Così, mentre esplodevano attentati e scontri, flussi di denaro, in larga parte provenienti dal Qatar, continuavano a raggiungere la Striscia, ufficialmente destinati a risorse umanitarie o di gestione, questi fondi venivano invece fatti entrare in valigette di contanti ed erogati direttamente nelle mani di Hamas, si è parlato di cifre dell’ordine di 15 milioni di dollari al mese ed Israele, spesso, fece finta di non vedere, perché quel denaro serviva a mantenere il caos tra le forze palestinesi.
Lo dicono anche figure della politica e della difesa israeliana, come Benny Gantz, ex capo di Stato Maggiore, e Avigdor Lieberman, ex ministro della Difesa nell’era Netanyahu, che hanno espresso in varie occasioni l’idea che il premier preferisse un Hamas forte a Gaza piuttosto che un’autorità palestinese unificata sul territorio.
Netanyahu aveva interesse a un nemico perpetuo, non solo per giustificare operazioni militari, ma perché un nemico esterno e, ancor di più, un nemico interno, è uno strumento di potere. Una società palestinese divisa e instabile è più facile da controllare e meno probabile che ottenga uno Stato. È una strategia cinica quella di coltivare la frattura, nutrire l’instabilità, trarre vantaggio politico dal conflitto, di fronte a questo calcolo freddo, la realtà umana, le vite volate via, i quartieri distrutti, i bambini cresciuti nella paura, resta l’unica, atroce contropartita.
È per questo che il 7 ottobre 2023 si può considerare, simbolicamente, come il giorno del giudizio per Netanyahu. Non è solo una questione di aver sottovalutato la minaccia in termini di sicurezza, la critica più dura è che lui, in qualche modo, ha contribuito a nutrirla. Hamas, dopo decenni di politiche di divisione e opportunismo israeliano, si ritrova più forte e radicata che mai.
7 ottobre 2023 cosa non torna
- L’Unità 8200 possedeva già un anno prima del 7 ottobre un documento chiamato “Mura di Gerico” che descriveva in dettaglio il piano d’attacco di Hamas.
- Rapporti successivi e osservazioni sul campo indicavano chiaramente che Hamas stava preparando un’operazione ostile.
- Il 19 settembre 2023, la “Divisione Gaza” distribuì un documento interno stimando il numero di ostaggi (200-250), che si rivelò realistico.
- Vertici militari e dell’intelligence erano stati allertati su attività insolite di Hamas, ma decisero di non intervenire.
- L’aeronautica scartò segnali di avvertimento.
- Al Nova Festival, un colonnello ispezionò la zona un’ora prima dell’attacco ma non ordinò evacuazioni, dove poi avvenne il massacro più grave.
- Lo Shin Bet inviò un alert automatico intorno alle 3:00 del mattino, ma la polizia lo ricevette solo alle 7:00 per un “aggiornamento del sistema”.
- Ciò ha generato un rimpallo di responsabilità fra Shin Bet e polizia, con dubbi sull’efficacia dell’allerta automatica.
- Ordine di fermare le pattuglie lungo il confine dalle 5:20 alle 9:00 del 7 ottobre, confermato da un ufficiale della Brigata Golani.
- Movimenti sospetti lungo la barriera a Kissufim furono segnalati, ma la risposta fu limitata (sparati lacrimogeni e poi ritiro).
- Attivazione simultanea di circa mille SIM card israeliane dentro Gaza, segnalata dai servizi, ma l’esercito minimizzò come “poche decine”.
Il ciclo della manipolazione politica
Se si osservano gli eventi e le anomalie del 7 ottobre, alcuni arrivano addirittura a ipotizzare una manipolazione interna di Hamas, un uso strategico del momento che non sorprende chi conosce la storia del movimento. Da quel giorno, la politica israeliana verso Hamas cambia radicalmente. Se prima l’OLP era il nemico principale e Hamas serviva a destabilizzare, se poi il nemico diventava Fatah e Hamas continuava a svolgere lo stesso ruolo, ora Hamas è il nemico dichiarato, e Israele deve trovare nuovi attori da manovrare per continuare a coltivare la divisione e il caos.
La logica della manipolazione e della destabilizzazione è un’abitudine consolidata, difficile da abbandonare. Così, non sorprende più di tanto che si sia cominciato a parlare di un nuovo “burattino” per muovere i fili: l’Isis, con una figura chiave, Yasser Abushabab, individuata come strumento per continuare la strategia di divisione e controllo. La storia si ripete, nuovi nemici, stessi schemi, stessi calcoli freddi e cinici, con la popolazione civile sempre al centro di una partita politica più grande di loro.
Yasser Abu Shabab è un nome che nella Striscia di Gaza non passa inosservato. Lo conoscono i civili, lo conoscono i giornalisti, lo conosce persino Hamas. Ex detenuto, trafficante di droga, figura di spicco in una rete criminale legata all’Isis, un personaggio da manuale dell’ombra.
Secondo un’inchiesta del The New Arab, durante gli eventi del 7 ottobre Abu Shabab era in detenzione presso un carcere palestinese, ma subito dopo, improvvisamente evade, sparisce, per poi riapparire online, riattiva profili social accantonati da tempo, pubblica foto in cui appare armato, “in controllo” degli aiuti umanitari, proprio quelli recenti, gestiti in maniera controversa dalla Gaza Humanitarian Foundation con l’IDF presente.
E qui sorgono le domande: chi gli ha fornito i giubbotti, chi gli ha dato quell’autorità? Come può un galeotto evaso diventare controllore degli aiuti umanitari sotto supervisione israeliana? Pare che la milizia associata ad Abu Shabab sta assumendo personale per sanità, istruzione, comunicazioni, tecnologia, giornalismo, in altre parole, Yasser Abu Shabab sta facendo carriera, seguendo uno schema già visto, con i Fratelli Musulmani contro l’OLP, Hamas contro Fatah, ora loro contro Hamas.
Come Hamas nacque come alternativa controllata, oggi nasce un nuovo attore, sempre sotto l’influenza di Israele. È una prassi ciclica, Israele arma, finanzia, supporta gruppi anti qualcuno, poi muove le pedine secondo opportunità. Un giochino ripetuto, infinito, con un unico obiettivo, quello di destabilizzare, creare caos, separare per controllare, e impedire la nascita di uno Stato palestinese.
E allora la domanda sul perché Israele ci abbia messo così tanto a catalogare Hamas come organizzazione terroristica trova una risposta chiara, perché Hamas, per decenni, è stata uno strumento politico, un nemico controllato, una pedina da manovrare.
Hamas di ieri è l’Isis di oggi, e tutti questi attori hanno un unico “genitore” politico”: Israele stessa. Un gioco spietato, fatto di divisioni, manipolazioni e potere, dove chi subisce la conseguenza ultima resta sempre il popolo palestinese.
Per quanto riguarda le fonti basta cercare “storia di Hamas” e trovate di tutto, dalle testate giornalistiche ai siti che si occupano di studi di geopolitica, io ho cercato di raccogliere tutto in questo post, sicuramente mi è sfuggito qualcosa, ma la complessità dell’argomento è davvero difficile da trattare.




