Harper Lee – Il buio oltre la siepe (Recensione)

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Harper Lee - Il buio oltre la siepeIl buio oltre la siepe è un romanzo della scrittrice statunitense Harper Lee, sua unica opera pubblicata nel 1960, vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 1961.

Il titolo originale è “To Kill a Mockingbird“, significa “uccidere un tordo beffardo”, che è un uccellino della famiglia dei passeri, tipico del Nord America, famoso per il suo canto, come lo stesso Atticus Finch insegna ai suoi bambini:

Atticus disse a Jem: “Preferirei che sparaste ai barattoli in cortile, ma so già che andrete dietro agli uccelli. Sparate finché volete alle ghiandaie, se vi riesce di prenderle, ma ricordatevi che è peccato uccidere un passero.” Era la prima volta che udivo Atticus dire che era peccato fare una data cosa, così andai a informarmi da miss Maudie. “Tuo padre ha ragione,” disse. “I passeri non fanno niente di speciale, ma fa piacere sentirli cinguettare. Non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie, non fanno proprio niente, solo cinguettano. Per questo è peccato uccidere un passero.”

Il personaggio di Atticus Finch è ispirato da suo padre, Amasa Coleman Lee, un avvocato e redattore di giornali compassionevole e devoto, che, nel 1919, ha difeso due uomini afroamericani condannati per omicidio, l’unico procedimento penale che abbia mai preso e che purtroppo perse.
Invece il personaggio di Charles Baker (“Dill”) Harris, è basato su Truman Capote, amico di Lee fin dall’infanzia e vicino di casa a Monroeville, in Alabama.

Trama di “Il buio oltre la siepe”

In una estate, degli anni trenta, nella sonnolenta cittadina di Maycomb, Alabama, del profondo Sud degli Stati Uniti, l’avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d’ufficio di un afroamericano, Tom Robinson, un bracciante nero accusato di violenza sessuale nei confronti di una ragazza bianca, attirando le ire dei suoi concittadini, pregiudizialmente contrari ai neri. La vicenda è raccontata dalla piccola Jean Louise (Scout), di sei anni, molto intelligente ma non convenzionale, che vive con il padre Atticus e il fratello Jeremy (Jem) di dieci anni, la madre è morta e i due ragazzi sono stati allevati da Calpurnia, la burbera domestica nera.
Scout racconta quell’estate in compagnia del fratello maggiore e del loro amico più caro Dill, un ragazzino di sette anni che trascorre le estati a Maycomb. Ci narra il mondo dell’infanzia, con i suoi miti, le sue emozioni, le sue scoperte, spingendosi con coraggio oltre la paura, con un sguardo impietoso al mondo degli adulti, delle pettegole signore della buona società che vorrebbero farla diventare una di loro, di bianchi e neri per lei tutti uguali, della battaglia paterna per salvare la vita di un innocente e del misterioso vicino Boo.

“E questo, signori, lo sappiamo, è una menzogna nera come la pelle di Tom Robinson, una menzogna sulla quale non c’è nemmeno bisogno che io insista. Voi conoscete la verità, e la verità è questa: alcuni negri mentiscono, alcuni negri sono immorali, alcuni negri non possono esser lasciati accanto alle donne, nere o bianche che siano. Ma questa è una verità che si può applicare a tutta la razza umana e non a una particolare razza di uomini. Non esiste una persona, in quest’aula, che non abbia mai detto una bugia, che non abbia mai fatto una cosa immorale, e non esiste un uomo al mondo che non abbia mai guardato una donna con desiderio!”
Atticus fece una pausa e tirò fuori il fazzoletto. Poi si tolse gli occhiali e li pulì. Altra novità assoluta, Atticus sudava: non lo avevamo mai visto sudare, era uno di quegli uomini che non si accalorano mai, e ora il suo volto abbronzato era imperlato di sudore.

Recensione

E’ forse il libro americano degli ultimi 50 anni che più di tutti merita l’appellativo di classico, è una storia di formazione, raccontata dai bambini, che tocca in modo profondo uno dei temi che da sempre ci affligge, il razzismo, tocca anche altri temi come l’esclusione dell’altro, le differenze sociali spesso mascherate da benevolenza, la legge del branco, gli uomini in branco spesso tirano fuori la loro peggiore natura, trasformandosi in bestie. La forza di questo libro sta nello sguardo dei bambini, innocente e crudele, capace di cogliere tutte le storture della piccola comunità intorno alla quale ruotano le loro vite. I bambino riescono a cogliere le brutture della comunità, ma nello stesso tempo ne sono vittime. Si indaga su come il bene e il male possano coesistere all’interno di una singola comunità o individuo e come i “mostri” spesso si rivelano più umani degli umani.

Non ricordavo più il momento in cui le righe che il dito di Atticus indicava, muovendosi sulla pagina, si erano separate in tante parole, mi ricordavo di aver fissato quelle righe ogni sera della mia vita, ascoltando le notizie di cronaca, il pastone parlamentare, i diari di Lorenzo Dow, tutto quel che leggeva Atticus, la sera, quando mi arrampicavo sulle sue ginocchia. Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?

Un aspetto che mi ha colpita è il modo di fare il padre di Atticus che incoraggia i suoi figli a essere empatici e giusti, e li sprona ad avere una personalità indipendente, uno che crede che l’esempio valga più di tante parole. Se ci fossero più uomini come Atticus Finch, il mondo sarebbe un posto molto migliore.

“Tutta la gente pensa di aver ragione e che tu abbia torto…”
“Hanno il diritto di pensarlo e hanno il diritto di far rispettare la loro opinione,” disse Atticus, “ma prima di vivere con gli altri, bisogna che viva con me stesso: la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza.”

Un libro scritto magistralmente, una storia senza tempo e ricca, che ti porta attraverso tutta la gamma di emozioni, a volte ti raggela il cuore, altre volte lo riscalda, ma alla fine il cuore si riempie di questo libro e delle persone indimenticabili che contiene, si vela di gentilezza e speranza. Dovrebbe esse letto da tutti, solleva questioni di razza ed equità che purtroppo esistono ancora nella nostra società odierna, trasmette messaggi potenti come il giudicare dall’apparenza e i pregiudizi, approfondisce i diritti e i torti e accenna le difficolta di crescere e le amicizie. Questo è un libro che si è guadagnato un posto speciale nella mia libreria.

Nel 1962 fu tratto dal romanzo l’omonimo film diretto da Robert Mulligan con Gregory Peck. Il film ricevette 8 nomination al premio Oscar e ne vinse 3.

Nel 2015 è stato pubblicato un secondo romanzo “Va’, metti una sentinella“, scritto prima del “Il buio oltre la siepe”,  ma ambientato 20 anni dopo, con Scout nei panni di una donna adulta che vive a New York City,  che torna nella sua casa d’infanzia in Alabama per visitare suo padre. Questo libro ha suscitato polemiche perché descrive Atticus come un segregazionista le cui opinioni inorridiscono Scout, che deve conciliare gli atteggiamenti razzisti di Atticus con il padre gentile e amorevole dei suoi ricordi d’infanzia. L’intera cittadina è ritratta come un luogo chiuso e limitante, in cui essere donna significa sposarsi e spettegolare.

Incipit di “Il buio oltre la siepe”

Harper Lee - Il buio oltre la siepeCapitolo primo
Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a palla ovale, Jem non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere il pallone al volo.
Poi, quando di anni ne furon trascorsi tanti da poterli ormai ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva di come erano andate le cose, quella volta.
Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalir molto più indietro, e precisamente all’estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l’idea di far uscire di casa Boo Radley.
Ma allora, ribattevo io, se si voleva proprio risalire alle origini, perché non dire che la colpa era di Andrew Jackson? Se il generale Jackson non avesse incalzato gli indiani creek lungo il ruscello, Simon Finch non avrebbe risalito l’Alabama con la sua piroga, e dove saremmo noi, a quest’ora?
Eravamo troppo grandi, oramai, per risolvere la controversia a botte; consultammo nostro padre Atticus, e lui disse che avevamo ragione tutti e due.
Siccome eravamo nel sud, per alcuni di noi in famiglia era fonte di vergogna il fatto di non contare antenati che, dall’una o dall’altra parte, avessero combattuto ad Hastings. Non avevamo che Simon Finch, un farmacista cacciatore di pellicce venuto dalla Cornovaglia, nel quale la religiosità era superata soltanto dalla taccagneria. In Inghilterra, a Simon non era piaciuta la persecuzione svolta nei confronti di quelli che si dicevano metodisti dai confratelli più corrivi, e poiché anche lui si sentiva metodista, s’era deciso ad attraversare l’Atlantico, era sbarcato prima a Filadelfia, poi in Giamaica e quindi a Mobile, e infine aveva risalito il fiume Saint Stephens.
Memore dei rimproveri di John Wesley a chi spreca parole per comprare e vendere, Simon aveva fatto fortuna esercitando la medicina, ma anche in questa attività si sentiva infelice perché temeva sempre di cadere nella tentazione di far qualcosa che non avesse per fine la gloria di Dio, come il mettersi addosso ori e abiti sontuosi. Così Simon, dimenticate le parole del suo maestro contro le proprietà terrene, acquistò tre schiavi e con il loro aiuto fondò una fattoria sulle rive dell’Alabama, una quarantina di miglia a nord di Saint Stephens. Ritornò a Saint Stephens una volta sola, per procurarsi una moglie, e con lei originò una discendenza composta in prevalenza di figlie. Simon visse fino a tardissima età e morì ricco.
Da allora, gli uomini della famiglia abitarono per tradizione nella casa fondata da Simon, l'”Approdo dei Finch,” e coltivarono il cotone. La proprietà era autosufficiente; l’Approdo, pur essendo un possedimento modesto in confronto agli imperi agricoli che lo circondavano, produceva tutto il necessario alla vita, salvo il ghiaccio, la farina di frumento e gli articoli di vestiario, che si facevano venire, via fiume, da Mobile.
Se fosse stato vivo, Simon avrebbe assistito furioso, ma impotente, ai disordini tra nord e sud, che lasciarono i suoi discendenti spogli di tutto fuorché della terra; pure, la tradizione che li legava a quei campi non subì interruzioni fino alla fine dell’Ottocento, quando mio padre, Atticus Finch, andò a Montgomery a studiar legge e il suo fratello minore, John, a Boston a studiare medicina. La sorella Alexandra fu la sola, dei Finch, che rimase all’Approdo; e sposò un uomo taciturno che trascorreva la maggior parte del suo tempo in un’amaca presso il fiume a chiedersi se le trote avevano abboccato agli ami.
Quando mio padre fu abilitato, ritornò a Maycomb e si dedicò alla professione. Situata a una ventina di miglia ad est dell’Approdo dei Finch, Maycomb era il capoluogo della contea. Lo “studio” di Atticus, in tribunale, consisteva più che altro in una gruccia per appendere il cappello, una sputacchiera, una scacchiera e un intonso Codice dell’Alabama. I suoi primi clienti furono gli ultimi due cui toccò di morire impiccati nel carcere della contea. Atticus aveva cercato in ogni modo di convincerli ad accettare la longanimità del governo: potevano dichiararsi colpevoli di omicidio preterintenzionale e avrebbero avuto salva la vita; ma erano due Haverford, e nella contea di Maycomb era come dire due imbecilli. I due Haverford avevano accoppato il miglior fabbro di Maycomb per via di un malinteso, sorto, sostenevano, perché lui s’era tenuto una giumenta non sua, ed erano stati tanto imprudenti da farlo in presenza di tre testimoni; dopodiché avevano preteso di impostare la propria difesa sul fatto che “quel bastardo era andato a cercar grane”; e questo, secondo loro, doveva bastare a giustificarli. S’inzuccarono a dichiararsi innocenti, e Atticus non poté far altro che assistere alla dipartita dei suoi clienti; e di qui probabilmente ebbe origine la profonda antipatia di mio padre per la professione di penalista.
Nei primi cinque anni che passò a Maycomb, Atticus più che al diritto si dedicò alla finanza, e i guadagni li investì nell’istruzione del fratello minore.
John Hale Finch aveva dieci anni meno di mio padre e aveva deciso di studiar medicina perché a quel tempo coltivare il cotone non rendeva nulla; ma è anche vero che, avviato zio Jack alla sua professione, ad Atticus era rimasta pur sempre una rendita soddisfacente. Maycomb gli piaceva; era nato e cresciuto in quella contea, conosceva la gente, la gente conosceva lui, e, grazie alla solerzia di Simon Finch, Atticus si trovava imparentato per sangue o per matrimonio con quasi tutte le famiglie della città.
Maycomb era una vecchia città, e quando la conobbi io era una città vecchia e stanca. Nei giorni di pioggia le strade si trasformavano in una fanghiglia rossa, sui marciapiedi cresceva l’erba, e il palazzo del Tribunale sprofondava a poco a poco nella piazza. A quei tempi faceva anche in un certo senso più caldo che adesso, e, come si suol dire, un cane nero soffriva parecchio in una giornata d’estate. Le mule ossute attaccate ai carri di Hoover scacciavano le mosche con la coda all’ombra afosa delle querce della piazza, e i colletti inamidati degli uomini erano già flosci alle nove di mattina. Le signore facevano il bagno prima di mezzogiorno e lo rifacevano dopo il sonnellino delle tre pomeridiane, e al calar della sera parevano morbidi pasticcini da tè canditi di sudore e di talco profumato.
La gente si muoveva lentamente. Passeggiavano pian piano per la piazza, entravano e uscivano pigramente dai negozi trascinando i piedi, e facevano tutto con molta calma. La giornata era, sì, di ventiquattr’ore, ma pareva più lunga. La fretta era ignorata perché non c’era dove andare, nulla da comperare (a parte il fatto che mancava anche il denaro per comperarlo), e nulla da vedere fuori dei confini della contea di Maycomb. Eppure era un’epoca di confuso ottimismo per una parte della popolazione: qualcuno aveva detto, di recente, alla gente di Maycomb, che non doveva temer nulla, tranne il timore.
Atticus, Jem ed io vivevamo nella strada principale del quartiere residenziale, e con noi c’era anche Calpurnia, la cuoca. Jem ed io eravamo abbastanza soddisfatti di nostro padre: giocava con noi, leggeva per noi ad alta voce e ci trattava con cortese distacco.
Calpurnia era una personalità completamente diversa. Angolosa, ossuta, era miope, strabica, e aveva le mani larghe come la traversa del letto e dure il doppio. Non faceva che cacciarmi dalla cucina chiedendomi perché non mi comportassi bene come Jem (eppure lo sapeva che Jem era più grande di me!), o mi chiamava in casa proprio quando meno ero disposta a tornarci. Le nostre battaglie erano epiche e monotone: vinceva sempre Calpurnia, soprattutto perché Atticus puntualmente prendeva le sue parti. Stava con noi da quando era nato Jem, e a quel che ricordavo la sua presenza tirannica m’aveva sempre ossessionata.
Nostra madre era morta quando avevo due anni, perciò non sentii mai la sua mancanza. Era una Graham, di Montgomery. Atticus l’aveva conosciuta quando era stato eletto per la prima volta all’Assemblea legislativa dello Stato. Era già uomo maturo e lei aveva quindici anni meno di lui. Jem fu il frutto del primo anno di matrimonio: quattro anni più tardi nacqui io, e due anni dopo nostra madre morì di infarto. Dicevano che non era la prima della sua famiglia. Io non ne sentii la mancanza, ma Jem sì. La ricordava benissimo e a volte, nel bel mezzo di un gioco, traeva un lungo sospiro e se ne andava a giocare da solo dietro la rimessa. Quando Jem faceva così, mi guardavo bene dallo stuzzicarlo.
Quando avevo quasi sei anni e Jem quasi dieci, d’estate il nostro raggio di azione (sempre a portata della voce di Calpurnia), era limitato a nord dalla casa della signora Lafayette Dubose, che stava due porte più su di noi, e a sud dalla casa dei Radley, tre porte più giù. Non avevamo mai la tentazione di sconfinare: la casa dei Radley era abitata da un’entità sconosciuta; bastava descrivercela per farci rigare diritti per vari giorni. La signora Dubose, poi, era l’inferno scatenato.
Fu quella l’estate in cui capitò da noi Dill.

Citazioni di “Il buio oltre la siepe

Harper Lee - Il buio oltre la siepe

Miss Maudie smise di dondolarsi e la voce le si fece più dura. “Sei troppo giovane per capirlo,” disse, “ma a volte fa più male la Bibbia in mano a un uomo qualunque, che una bottiglia di whisky in mano a… a tuo padre, per esempio.”
Rimasi scandalizzata. “Atticus non beve whisky,” dissi. “Non ha mai bevuto una goccia di liquore in vita sua. No, aspetti: una volta disse di averne bevuto, ma che non gli era piaciuto.”
Miss Maudie rise. “Non parlavo di tuo padre,” disse. “Volevo solo dire che seppure Atticus bevesse fino a ubriacarsi, anche allora non diventerebbe cattivo come lo sono molti uomini nei loro momenti migliori. Ci sono degli uomini… che si preoccupano tanto dell’altro mondo da non imparare mai a vivere in questo.


Zia Alexandra era una fanatica riguardo al mio abbigliamento. Come potevo sperare di diventare una vera signora se portavo i calzoni?
Quando risposi che con un vestito addosso non riuscivo a far niente, ribatté che non era previsto che facessi alcunché che richiedesse i calzoni. Secondo lei avrei dovuto giocare con pentoline e tazzine da bambole, portare la collana che mi aveva regalata alla mia nascita e ogni anno aggiungerci una perla nuova, e inoltre avrei dovuto essere il raggio di sole della esistenza solitaria di mio padre. Io risposi che si può essere un raggio di sole anche in calzoni, ma rispose che bisognava comportarsi come un raggio di sole, e che io ero buona di indole, ma che peggioravo ogni anno. Mi offese insomma nei sentimenti e mi tolse per sempre l’appetito; quando però mi rivolsi ad Atticus, lui mi assicurò che i raggi di sole in famiglia non mancavano: facessi pure a mio modo, per lui andavo bene com’ero.


“Sì, era una signora. Aveva le sue idee, sulle cose, idee molto diverse dalle mie, forse. Figliolo, ti ho detto che anche se tu non avessi perso la testa, quel giorno, ti avrei mandato ugualmente da lei. Volevo che tu imparassi una cosa da lei: volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo col fucile in mano. Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere, in questi casi, ma qualche volta si vince. La signora Dubose ha vinto. È morta come voleva morire, senza esser schiava né degli uomini né delle cose. Era la persona più coraggiosa che io abbia conosciuto.”


“Una cosa ancora, signori, prima di finire. Un giorno Thomas Jefferson disse che tutti gli uomini furono creati uguali, frase che gli yankee e le femminucce politicanti di Washington amano rinfacciarci di continuo. Certa gente, in quest’anno di grazia 1935, ha la tendenza a citare la frase separata dal contesto perché sia valida in tutte le circostanze; e tra le tante assurde applicazioni di essa me ne viene in mente una: da un po’ di tempo, quei signori che son responsabili della pubblica educazione hanno avuto l’idea di mettersi a promuovere ragazzi stupidi e pigri e ragazzi volonterosi, sostenendo, con aria grave, che poiché tutti gli uomini furono creati uguali, i fanciulli lasciati indietro soffrirebbero di un terribile complesso di inferiorità. Noi sappiamo che non tutti gli uomini furono creati uguali, nel senso che molta gente vorrebbe farci credere: sappiamo che vi sono persone più intelligenti di altre, più capaci di altre per natura, uomini che riescono a guadagnare più denaro, donne che fanno dolci migliori, individui dotati di qualità negate invece alla maggioranza degli uomini.
“Ma c’è una cosa, nel nostro paese, di fronte alla quale tutti gli uomini furono davvero creati uguali: una istituzione umana che fa di un povero l’eguale di Rockefeller, di uno stupido l’eguale di Einstein, e di un ignorante l’eguale di un rettore di università. Questa istituzione, signori, è il tribunale, la Corte Suprema degli Stati Uniti come la più umile sede di giudice distrettuale o l’onorevole corte a cui voi prestate oggi la vostra opera. I nostri tribunali hanno i loro difetti, come ogni istituzione umana, ma nel nostro paese, i tribunali sono grandi strumenti di livellamento sociale. Nei nostri tribunali si attua il principio secondo cui tutti gli uomini furono creati uguali.
“Non sono tanto idealista da credere fermamente nell’integrità dei nostri tribunali e nel sistema delle giurie popolari: questo, per me, non è un ideale, è una realtà vera e operante. Un tribunale è sano in quanto è sana la giuria, e una giuria è sana in quanto son sani i membri che la compongono. Ho fiducia che voi, signori, riesaminerete senza passioni le testimonianze che avete udite, che giungerete a una unanime decisione e che restituirete l’imputato alla sua famiglia. In nome di Dio, fate il vostro dovere.”

 


Autore

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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