La poesia “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato” è uno dei testi più emblematici di Eugenio Montale, e si trova nella sua prima raccolta, Ossi di seppia (1925). È considerata una sorta di manifesto poetico dell’autore, perché racchiude la sua concezione della poesia e, più in generale, del ruolo del poeta nel mondo moderno.
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
di Eugenio Montale
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Eugenio Montale a nome dei poeti si rivolge al lettore e lo inciva a meditare sulle certezze che ha l’uomo, sicuro di trovare sempre soluzioni, lui invece non ha nessuna sicurezza, ignaro del senso della vita, non ha alcuna formula risolutiva, ma solo dubbi ed incertezze.
Montale, con la sua voce lucida e disincantata, rifiuta l’illusione che la poesia possa spiegare il mondo o offrire certezze. Per lui non esiste parola che riesca davvero a “squadrare” la realtà, perché la realtà, come l’animo umano, è informe, mutevole, contraddittoria. Ogni tentativo di definirla è destinato a fallire, e in quel fallimento si rivela la sua verità più profonda.
Il poeta moderno, allora, non è più il vate ispirato, il profeta che illumina gli altri, ma un uomo che vive in pieno il disagio dell’esistenza, ne avverte le crepe, i vuoti, le dissonanze. E ciò che può fare, con onestà quasi dolorosa, è restituirne un’eco frammentaria, un riflesso imperfetto di un mondo che non si lascia comprendere fino in fondo.
È una poesia che nega la possibilità di dare risposte definitive, eppure proprio in questa negazione trova la sua forza, perché Montale ci dice, con la sobrietà di chi ha smesso di credere ai miracoli, che la poesia non salva, ma testimonia l’impossibilità della salvezza e forse è proprio questa consapevolezza, nuda e senza consolazioni, la forma più alta e sincera di verità poetica.
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