“Il giorno più bello della storia” di Gianni Rodari è una di quelle poesie che, a prima vista, sembrano leggere come un soffio, ma che, se ci si ferma un attimo, rivelano una densità sorprendente. È meno nota delle sue filastrocche più popolari, eppure racchiude in pochi versi tutta la visione civile e umanistica che attraversa la sua l’opera.
Rodari, con la sua inconfondibile scrittura limpida, accessibile e disarmante, compie in realtà un piccolo esperimento di filosofia poetica. Dietro il linguaggio semplice. che sembra parlare solo ai bambini, si nasconde un invito rivolto a tutti, quello di credere nel potere delle parole.
Perché è proprio lì, nelle parole, che Rodari vede la radice di ogni cambiamento. Le parole costruiscono mondi, danno forma ai pensieri, e se impariamo a chiamare la pace per nome, allora forse possiamo anche cominciare a immaginarla davvero. Non è un sogno ingenuo, è una dichiarazione etica e politica.
La poesia diventa così una fiaba sul linguaggio e sulla speranza, dove la semplicità non è leggerezza, ma chiarezza. Rodari ci ricorda che la pace, prima ancora di essere una realtà da conquistare, è una parola da imparare a dire bene , con convinzione, con fiducia, e con quella fantasia che, per lui, è sempre stato il primo passo verso un mondo migliore.
Il giorno più bello della storia di Gianni Rodari
S’io fossi un fornaio
Vorrei cuocere un pane
Così grande da sfamare
Tutta, tutta la gente
Che non ha da mangiare
Un pane più grande del sole
Dorato profumato
Come le viole
Un pane così
Verrebbero a mangiarlo
Dall’India e dal Chilì
I poveri, i bambini
i vecchietti e gli uccellini
Sarà una data da studiare a memoria:
un giorno senza fame!
Il più bel giorno di tutta la storia.
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