
Ritratto in seppia è un romanzo della scrittrice cilena Isabel Allende pubblicato nel 2000, è una grande saga familiare ambientata tra gli Stati Uniti e il Cile tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e racconta la storia di Aurora del Valle, una giovane donna alla ricerca della propria identità e di un passato che la sua memoria ha cancellato.
Il romanzo è legato a La figlia della fortuna, La casa degli spiriti e “Il mio nome è Emilia del Valle“, costituisce il secondo capitolo di questa saga familiare. Personaggi, famiglie e vicende attraversano le generazioni, creando un unico grande racconto che abbraccia più di un secolo di storia.
“Se non fosse stato per nonna Eliza, venuta da lontano a illuminare gli angoli bui del mio passato, e per le migliaia di fotografie che si sono accumulate nella mia casa come potrei raccontare questa storia?”
Trama del libro Ritratto in seppia
Aurora del Valle è una giovane donna che, alla soglia dei trent’anni, deve affrontare il tradimento dell’uomo che ama. Catapultata in una situazione emotiva insopportabile, cerca di venirne a capo recuperando la memoria del suo passato e, in particolare, di alcune fasi della sua vita che le sono rimaste sempre oscure.
Ripercorriamo così, a partire dalla sua nascita nel 1880, una storia avventurosa, centrata attorno al personaggio della nonna paterna, Paulina del Valle, che le apre, quasi per caso, il mondo della fotografia.
Figlia di tutti e di nessuno, Aurora del Valle nasce a a ChinaTown, cresce prima con i nonni materni, poi sotto la guida dell’anticonformista nonna paterna, Paulina del Valle, che le apre, quasi per caso, il mondo della fotografia.
Con la passione della neofita, Aurora fissa al lampo di magnesio gruppi di famiglia, case, paesaggi, personaggi, finché non si rende conto di poter leggere attraverso questi ‘ritratti in seppia’ non solo la realtà visibile ma anche le verità più riposte, i sentimenti più segreti. L’immersione nel passato segue quasi per istinto, automatica. Tutto viene a galla: nodi del sangue, passioni, avventure, intrecci, storie di famiglia e storie del mondo.
“La memoria è invenzione. Selezioniamo il materiale più brillante e quello più buio, ignorando ciò che è fonte di vergogna, e così tessiamo il grande arazzo della nostra vita.”
Recensione
Io adoro Isabel Allende e forse, proprio per questo, sono un po’ di parte, a me il libro è piaciuto, anche se devo ammettere che, rispetto agli altri romanzi della trilogia, ha qualcosa in meno. Non ha forse la stessa forza narrativa de La casa degli spiriti o il fascino de La figlia della fortuna, ma gli ingredienti che amo della Allende ci sono tutti.
C’è una bella storia familiare, ci sono personaggi ben caratterizzati, donne forti e indimenticabili, amori, passioni, tradimenti e soprattutto quel continuo ritorno alla scoperta delle proprie radici, che è uno dei temi più cari alla scrittrice. Paulina, Aurora ed Eliza rappresentano modi diversi di essere donne e di affrontare una società nella quale il potere appartiene prevalentemente agli uomini. La libertà femminile è un percorso fatto di scelte, conflitti e rinunce.
La protagonista, Aurora del Valle, deve fare i conti con un passato che non ricorda e con una parte della sua infanzia rimasta avvolta nel mistero, la ricerca delle proprie origini diventa così anche una ricerca di se stessa, della propria identità e della propria storia.
E poi c’è la Storia, quella con la S maiuscola, che si intreccia continuamente alle vicende personali dei protagonisti, la guerra del Pacifico, la guerra civile del ’90, i cambiamenti politici e sociali e il destino di intere generazioni che sembra essere già scritto, ma che qualcuno prova comunque a cambiare.
Il seppia del titolo richiama le vecchie fotografie e un passato sfumato, ingiallito, incompleto, nel quale alcune persone e alcuni avvenimenti sono quasi scomparsi e mi chiedo quanto possiamo davvero conoscere del nostro passato e quanto, invece, siamo costretti a ricostruirlo?
Quindi la fotografia è il simbolo centrale del romanzo, Aurora fotografa persone, case, paesaggi e momenti della vita quotidiana, ma lentamente comprende che una fotografia può raccontare molto più di ciò che appare. La fotografia permette ad Aurora di fermare il tempo, mentre la scrittura le permette di interpretarlo e non è casuale che la protagonista racconti la propria storia in prima persona, scrivere significa per lei ricostruire la propria identità.
Mi è piaciuto molto anche il modo in cui Allende racconta le sue donne, forti, determinate, a volte contraddittorie, capaci di prendere in mano la propria vita anche quando tutto sembra deciso dagli altri. Forse non è il mio preferito tra i romanzi della saga, ma è comunque un libro che consiglio, soprattutto a chi ama le saghe familiari, le storie che attraversano più generazioni e i romanzi in cui passato e presente si incontrano continuamente.
Insomma, se amate Isabel Allende questo libro è da leggere, anche perché quando si entra nel mondo della Allende è difficile non voler conoscere tutte le storie che si nascondono dietro quei nomi, quelle famiglie e quei ricordi.
Anche se il libro fa parte della trilogia può essere letto tranquillamente anche senza aver affrontato gli altri romanzi.
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L’ordine di lettura della saga Del Valle
Ma io consiglio di leggere per primo La casa degli spiriti.
1. La figlia della fortuna (pubblicato nel 1999) – Ambientato tra il 1843 e il 1853. Introduce Eliza Sommers e getta le basi con l’epopea della corsa all’oro in California.
2. Il mio nome è Emilia del Valle (pubblicato nel 2025) – Ambientato nel 1891 durante la guerra civile cilena. Vede come protagonista Emilia del Valle, nipote di Paulina del Valle.
3. Ritratto in seppia (pubblicato nel 2000) – Ambientato tra il 1862 e il 1910. Qui ritroviamo Paulina del Valle accoglie e cresce la nipote Aurora del Valle, la protagonista.
4. La casa degli spiriti (pubblicato nel1982) – Ambientato lungo quasi tutto il Novecento. È il romanzo capostipite incentrato su Clara del Valle ed Esteban Trueba.
Incipit del libro Ritratto in seppia
Sono venuta al mondo un martedì d’autunno dei 1880, nella dimora dei miei nonni materni, a San Francisco. Mentre all’interno di quella labirintica casa di legno mia madre, grondante di sudore, ansimava per aprirmi un varco, il cuore intrepido e le ossa disperate, nella strada ribolliva la vita selvaggia del quartiere cinese con il suo aroma indelebile di cucina esotica, il suo chiassoso torrente di dialetti sbraitati, la sua inestinguibile folla di api umane in un frettoloso andirivieni.
Nacqui di buon mattino, ma a Chinatown gli orologi non si attengono ad alcuna regola e a quell’ora prende vita il mercato, il traffico di carretti e i latrati tristi dei cani nelle loro gabbie, in attesa del coltello del cuoco. Solo parecchio tempo dopo sono venuta a conoscenza dei particolari della mia nascita, ma sarebbe stato ancora peggio non averli mai appresi; si sarebbero potuti smarrire per sempre negli impervi sentieri dell’oblio.
Nella mia famiglia i segreti sono talmente tanti che probabilmente non avrò tempo sufficiente per svelarli tutti: la verità è fugace e viene lavata via da torrenti di pioggia. I miei nonni materni mi accolsero con commozione – benché, stando a diversi testimoni, fossi una neonata orribile – e mi adagiarono sul petto di mia madre, dove rimasi raggomitolata per alcuni minuti, gli unici che ebbi la possibilità di trascorrere con lei.
Poi mio zio Lucky mi alitò sul viso per trasmettermi la sua buona sorte. L’intenzione era generosa e il metodo si è rivelato infallibile, dato che almeno in questi primi trent’anni di vita mi è andata bene. Ma, attenzione, non devo anticipare troppe cose. Questa storia è lunga e ha inizio ben prima della mia nascita; per raccontarla ci vuole pazienza e ce ne vuole ancora di più per ascoltarla. Se durante la strada perdessi il filo, non c’è bisogno che ti disperi, perché con tutta certezza lo ritroverai qualche pagina dopo. E siccome bisogna pur cominciare con una qualche data, fissiamola nel 1862 e diciamo allora, tanto per dare l’avvio, che la storia ha inizio con un mobile dalle proporzioni inverosimili.
Il letto di Paulina del Valle fu commissionato a Firenze, un anno dopo l’incoronazione di Vittorio Emanuele II, quando nel novello Regno d’Italia vibrava ancora l’eco delle pallottole di Garibaldi; smontato, fece la traversata per mare a bordo di una nave genovese, sbarcò a New York nel bel mezzo di uno sciopero sanguinoso e proseguì poi trasportato su uno dei vapori della compagnia di navigazione dei miei nonni paterni, i Rodríguez de Santa Cruz, cileni
residenti negli Stati Uniti. Toccò al capitano John Sommers ricevere le casse contrassegnate in italiano con una sola parola: naiadi.Quel robusto marinaio inglese, del quale rimangono unicamente un ritratto sbiadito e un baule di cuoio logorato da infinite traversate marittime colmo di curiosi manoscritti, era il mio bisnonno, come ho da poco appurato, da quando cioè, dopo molti anni di mistero, il mio passato ha finalmente iniziato a schiarirsi.
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