
La casa dei respiri è un thriller di Donato Carrisi, pubblicato il 3 novembre 2026, da Longanesi, il quinto libro con protagonista lo psicologo Pietro Gerber, che deve scoprire cosa è accaduto a Evan, un ragazzo trovato su un treno coperto di sangue. I suoi tre amici sono scomparsi in una casa abbandonata, un luogo misterioso e inquietante che sembra avere vita propria. Attraverso l’ipnosi, Gerber dovrà affrontare un incubo che potrebbe inghiottire anche lui.
Trama del libro La casa dei respiri
È una notte di tempesta, a Firenze, ma Pietro Gerber non può tornare a casa.
Nello studio dell’ipnotista più noto della città, infatti, c’è un ragazzo con una storia da raccontare. E soprattutto, là fuori, da qualche parte, ci sono i suoi amici da salvare. E il tempo corre troppo veloce… Quando l’hanno trovato, a bordo di un treno locale, Evan aveva l’aria smarrita, sotto shock, il volto segnato da graffi e i vestiti intrisi di sangue.
Sangue non suo.
Evan non ricorda da dove sia arrivato né come, non sa dire a chi appartenga quel sangue. Lui e i suoi tre amici stavano soltanto esplorando una grande casa abbandonata in mezzo ai boschi.
Ma, dopo averli lasciati entrare, la casa non ha più voluto farli uscire. Finché, per qualche ragione insondabile e segreta, ha concesso a Evan di fuggire.
Perché la casa è viva, respira, sussurra. La casa inganna, lusinga, sfida. La casa cambia, e ti cambia.
Pietro Gerber non ha scelta: per ricostruire l’accaduto e sperare di trovare gli amici del ragazzo prima che sia troppo tardi deve ricorrere a un’ipnosi profonda, deve addentrarsi nella mente del giovane Evan e, insieme a lui, ritornare in quella casa dimenticata dagli uomini e dal tempo.
Con il rischio di rimanere anche lui intrappolato lì dentro, per sempre…
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Chi è Pietro Gerber?
Pietro Gerber non è un personaggio facile, tutt’altro. È uno di quei tipi che trascinano un bagaglio emotivo talmente pesante da stancarti solo a guardarli, e questo Donato Carrisi lo sa bene. Psicologo, ipnotista, specializzato nel rovistare tra i traumi infantili: lui è “l’addormentatore di bambini”, uno che in apparenza dà l’impressione di saper tutto, in realtà si dibatte in un mare di dubbi. Nella sua Firenze, dove lavora e vive, si è costruito una fama singolare – sa far riemergere i ricordi sepolti, quelli che nemmeno i suoi pazienti sanno di avere, e lo fa con una tecnica che è tutta sua. Ma non pensate a Gerber come a un paladino dei buoni sentimenti, perché la sua pratica ha un prezzo: i traumi tornano in superficie, e portano con sé verità amare, scheletri che nessuno voleva ritrovare.
E poi, a rendere Gerber così dannatamente affascinante, c’è il passato che lo perseguita. Suo padre, psicologo forense di un certo peso, collaborava con la polizia su casi estremi. Pietro eredita quella stessa inclinazione per i confini della mente e, con essa, una certa oscurità. La morte del padre lo ha lasciato con rimpianti e sospesi, una sorta di trauma che si riflette in tutto ciò che fa. Così, tra un paziente e l’altro, Pietro non scava solo nei traumi altrui: quello che affronta è anche un viaggio dentro sé stesso.
Carrisi ci regala con Gerber un personaggio complesso e multistrato, un viaggio senza vie di fuga tra psicanalisi, suspense e colpi di scena, costruendo un mondo che si annida nei labirinti della mente. E proprio come succede al suo personaggio, ci porta tutti al limite, dove il confine tra giusto e sbagliato, verità e menzogna, diventa pericolosamente labile.
Serie con Pietro Gerber
2019 – La casa delle voci
2021 – La casa senza ricordi
2022 – La casa delle luci
2024 – La casa dei silenzi
2026 – La casa dei respiri
Incipit del libro La casa dei respiri
Daniel non era un urbexer, ma conosceva benissimo i trucchi dei migliori. Aveva assimilato perfettamente i sette dogmi fissati da Jeff Chapman, il padre dell’urbex. Daniel aveva deciso di insegnare ai figli della polvere quelle semplici ma essenziali regole perché ne facessero tesoro.
Primo dogma: mai da soli.
Il web era pieno di video di imprese di urbexer solitari. Ma quelli erano considerati tourist explorers e, come tali, disprezzati da chi considerava l’urbex una sorta di arte nobile. La regola che imponeva di avere sempre almeno un compagno d’esplorazione era fondamentale per ricevere aiuto in caso di necessità. Siccome i video postati in rete potevano generare imitatori, era necessario trasmettere da subito l’importanza di evitare rischi inutili.
Secondo dogma: sicurezza.
Era basilare essere dotati di un buon equipaggiamento. Al posto delle All Star, i figli della polvere avrebbero dovuto indossare scarpe robuste, meglio se antinfortunistiche, per aggirarsi fra chiodi, vetri rotti, solai marci. Guanti resistenti per evitare tagli, ruggine e punture o morsi di animali. Torce frontali, per avere le mani libere in caso di inciampi o di cadute. Mascherine FFP3 per non inalare polveri, muffe, esalazioni tossiche o amianto. Abiti resistenti e maniche lunghe per scongiurare graffi che potevano causare infezioni. Caschetto protettivo e fischietto per dare l’allarme in caso di necessità. Zaino compatto e leggero, contenente una maglia di ricambio, una giacca a vento, una borraccia d’acqua, qualche barretta proteica, un powerbank per ricaricare torce, telefoni, GPS o altri apparati elettronici. Un kit di primo soccorso. Sacchetti impermeabili e sigillabili per rifiuti organici, per evitare di sporcare in giro. Un coltellino multiuso.
Evan, Rudi e Aki non avevano certo i mezzi economici per permettersi un corredo di tale livello. Erano imbarazzati ad ammetterlo con Daniel. Ma lui li aveva sollevati da qualunque impaccio, proponendosi come finanziatore del canale e assicurando che avrebbe recuperato le spese coi proventi pubblicitari o con gli abbonamenti. Aveva molta fiducia nel successo dell’impresa. E gli aveva regalato anche uno smartphone di ultima generazione.
« In fondo ve lo devo, visto che mi avete accolto. » E a loro non sembrava vero che si sentisse perfino in debito.
Terzo dogma: invisibilità.
Ogni urbexer che si rispettava doveva passare inosservato. Per introdursi indisturbati o evitare di essere notati dall’esterno, bisognava vestirsi di scuro. Niente tessuti che facessero rumore, niente di sintetico. L’ideale era jeans neri e felpa nera col cappuccio da calarsi sul capo all’occorrenza.
Quarto dogma: solo porte aperte.
Nell’edificio scelto si entrava solo se non c’erano serrature chiuse, lucchetti, catene o chiavistelli. Niente scasso, per gli urbexer era essenziale distinguersi da ladri o vandali. Introdursi nelle proprietà abbandonate, anche solo per curiosare, era comunque illegale ma non equivaleva a un vero e proprio crimine, esclusa la violazione di domicilio. Al limite, si poteva incorrere in una sanzione amministrativa. L’etica dell’urbex era molto rigorosa in questo senso.
Da ciò discendeva anche il quinto dogma: non prendere altro che immagini, non lasciare altro che impronte.
Ci si attrezzava con dispositivi di ripresa adeguati. Un’action-camera da indossare con un corpetto, di norma posizionata all’altezza del torace e collegata via bluetooth a un’apposita app sugli smartphone.
Era assolutamente proibito portar via cimeli o souvenir, specie dalle case disabitate, compresi beni di valore dimenticati dai vecchi occupanti. Perfino spostare oggetti era ritenuto deprecabile. Se accadeva, ogni cosa doveva essere rimessa al posto originario e restituita all’unico padrone del luogo. Il tempo.
Sesto dogma: nei video non bisognava mai rivelare l’ubicazione dei luoghi esplorati.
Serviva a impedire l’arrivo di ladri e vandali e a garantire che i posti rimanessero incontaminati.
Infine, c’era il settimo dogma, il più importante. Mai di notte.
L’ultima regola si ricollegava alla questione della sicurezza. La luce del giorno forniva una serie d’importanti garanzie in tal senso. Soprattutto riguardo al corollario conseguente: se durante l’esplorazione qualcosa non convince, si torna indietro.
Ma c’era un’altra ragione, inconfessabile.
La missione dell’urbexer era svelare la vita segreta degli oggetti rimasti soli dopo che gli umani se n’erano andati per sempre. Testimoniare l’apocalisse silenziosa che colpisce certi posti, imprigionandoli in un incantesimo del tempo. Risvegliarli dal loro letargo, per poi lasciare che si riaddormentino dopo il breve passaggio dei visitatori. Era una nuova forma di archeologia che riguardava il passato più recente. Ma esisteva un motivo ulteriore per cui era vivamente sconsigliato praticare l’urbex dopo il tramonto.
Di notte i luoghi abbandonati cambiavano.
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