
L’ultima cosa che sai è un giallo scritto da Paolo Roversi, pubblicato il 13 gennaio 2026, da Marsilio. Il dodicesimo romanzo con protagonista Enrico Radeschi, giornalista freelance e hacker, che dovrà fare i conti con il passato della sua terra e con la spietatezza che regna sotto la Madonnina. Ma anche con le bugie taciute, le verità sepolte e le colpe che il Po restituisce quando meno te lo aspetti. Perché l’acqua conserva tutto. E il fiume, si sa, prima o poi presenta il conto.
Trama del libro “L’ultima cosa che sai”
Aprile 2019. Il giornalista hacker Enrico Radeschi è in viaggio verso Capo di Ponte Emilia, il suo borgo natale nella Bassa padana, dove non mette piede da troppo tempo. Vuole fare una sorpresa ai genitori per Pasqua, ma anche allontanarsi dal caos di Milano e dalla separazione col Danese, una ferita che ancora brucia. In sella al Giallone, la sua inseparabile Vespa gialla del 1974, arriva in paese giusto in tempo per una notizia che gela il sangue: in una delle zone più isolate della golena del Po è stato ritrovato un cadavere.
Il corpo è disposto in modo rituale: braccia incrociate, gambe tese, e tra le dita stringe un orologio con le lancette ferme sulle 3.15. A occuparsi delle indagini è la stazione locale dei carabinieri, guidata dal maresciallo Giorgio Boskovic, affiancato dal brigadiere Gennaro Rizzitano, ex compagno di scuola di Enrico e memoria storica del borgo. Ben presto si capisce che quel dettaglio – le lancette ferme – non è una coincidenza, ma il marchio del “Mostro del Po”, un serial killer che negli anni Sessanta aveva seminato il terrore lungo le rive del fiume.
Un’informazione mai divulgata all’epoca, che ora riaffiora come un richiamo dal passato. I suoi crimini, rimasti irrisolti, sembrano tornare a galla, trascinati dalla corrente di un fiume che non dimentica. Ben presto il numero delle vittime cresce e Radeschi si ritrova invischiato in un’indagine dove tutto ruota attorno alla memoria, alle leggende, ai conti in sospeso.
C’è chi ricorda troppo e chi finge di non sapere, e chi sussurra del «Tribunale delle Acque», un’antica leggenda risalente addirittura ai tempi dei Gonzaga che racconta di una corte soprannaturale pronta a giudicare le anime dei peccatori, nelle notti senza luna, sulle sponde del grande fiume. Ma la storia non si muove solo tra argini e pioppeti. A Milano, nelle stesse ore, il vicequestore Loris Sebastiani indaga su quello che a prima vista sembra un suicidio: un professore del Politecnico trovato morto nel suo appartamento.
Dietro l’apparenza si nasconde però un omicidio ben orchestrato. In assenza di Enrico, per addentrarsi nei meandri digitali della vita della vittima, Sebastiani è costretto ad affidarsi a Liz, la giovane e brillante hacker filippina che da tempo lavora al fianco di Radeschi. Mentre Milano e la Bassa si parlano a distanza, fino ad arrivare a toccarsi, Radeschi si ritrova a fare la spola fra i due mondi, trascinato in una doppia indagine che affonda tra mitologia fluviale e vendette rimaste sospese troppo a lungo.
Chi è Enrico Radeschi
Enrico Radeschi è un personaggio di fantasia creato dallo scrittore italiano Paolo Roversi , noto per i suoi romanzi gialli. Radeschi è un giornalista e hacker, protagonista di una serie di romanzi ambientati principalmente a Milano, che mescolano intrighi polizieschi, tecnologia e un pizzico di noir.
Enrico Radeschi non è solo un personaggio, è un’ombra che si muove rapida tra i vicoli di Milano. Uno di quelli che, se lo incontri per strada, non lo noti. Magari è un tipo con una giacca un po’ troppo stropicciata, un casco sotto braccio, e quella sua Vespa gialla, che è diventata il suo tratto distintivo. Ma non ti fare ingannare. Perché Radeschi è uno che sa vedere quello che gli altri non vedono. Un giornalista, sì, ma anche un hacker, di quelli bravi, con la mente che corre veloce come la sua tastiera.
Radeschi si muove in una città che non dorme mai, Milano, con le sue luci e le sue ombre, le vie che raccontano storie di soldi, potere e crimini. E lui, con quel suo modo di fare un po’ sornione, un po’ da cane sciolto, ci sguazza. Non è un poliziotto, ma è come se lo fosse, sempre a metà tra il dentro e il fuori, tra chi le regole le scrive e chi le piega a modo suo. È uno che sa dove guardare, che sa ascoltare quel che non viene detto, che trova connessioni dove gli altri vedono solo caos.
E poi c’è la tecnologia. Per Radeschi, un computer non è solo uno strumento, è un’arma. Con quello e con un po’ di intuito, entra ovunque, scardina segreti e svela verità. Ma non è infallibile, perché dietro ogni schermo, dietro ogni password craccata, c’è sempre qualcosa che sfugge, qualcosa che lo spinge a continuare. Un caso da risolvere, un mistero da svelare, un pezzo di verità che manca.
I romanzi di Paolo Roversi ce lo raccontano così, con quella tensione che non ti lascia mai, con le pagine che scorrono veloci, come il motore della sua Vespa. E ogni volta, quando pensi di aver capito tutto, c’è sempre un’ultima curva, un’ultima sorpresa che ti lascia senza fiato.
I romanzi della serie con Enrico Radeschi
2006 – Blue Tango
2006 – La mano sinistra del diavolo
2007 – Niente baci alla francese
2009 – L’uomo della pianura
2016 – La confraternita delle ossa
2017 – Cartoline dalla fine del mondo
2019 – Alle porte della notte
2021 – Il pregiudizio della sopravvivenza
2022 – L’eleganza del killer
2024 – L’ ombra della solitudine
2024 – L’innocenza dell’iguana
2025 – L’ultima cosa che sai
Extra
2012 – La marcia di Radeschi
2015 – Il delitto dell’Expo
2016 – Delitto nella stanza chiusa
2018 – Girls
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Incipit del libro “L’ultima cosa che sai”
1
L’argine si allunga come una cicatrice nel buio, nero su nero. Il grande fiume scorre lento, invisibile. La notte lo nasconde, ma se ne avverte l’odore.
Sono in due. Camminano senza parlare. Solo il fruscio dei passi sull’erba.
A un certo punto, l’uomo in testa si ferma.
Nel centro di un pioppeto, i rami pieni di foglie contro il cielo basso.
«Manca molto?» chiede quello dietro.
L’altro gli mostra una mano. Tutto succede in un istante.
Un rumore sordo, come uno schiocco di frusta nelle tenebre, seguito da un ansimare spezzato, la gola stretta in una tenaglia. Impossibile urlare. Solo un rantolo lungo, viscido. Seguito da un tonfo.
Tra l’argine e il fiume la terra è molle, impastata d’umidità. Il primo uomo trascina il cadavere dell’altro nel punto prescelto per la cerimonia, i piedi che affondano. Intorno, nel silenzio, solo il suo respiro affaticato e il verso lontano di un animale.
Prima di andarsene, lo dispone con cura, sistemandogli braccia e mani come stabilito.
L’ultimo dettaglio è l’orologio fra le dita.
Si fa luce con una piccola torcia, giusto per controllare che tutto sia come deve.
Quando è soddisfatto, la spegne e si allontana.
Il fiume intanto scorre placido e il buio inghiotte la golena.*
Le sette del mattino sono una dimostrazione di buona fede. Se parti presto, sei già sulla strada giusta. E io e il Giallone lo eravamo, eccome. Peccato che la mia gloriosa Vespa del 1974, ridipinta a bomboletta in un pomeriggio di noia e Gin Lemon di tanti anni fa, abbia tenuto testa all’asfalto solo per centocinquanta chilometri. Tanti, dal suo punto di vista; non sufficienti, però, per arrivare a destinazione.
Stamattina, quando abbiamo imboccato corso di Porta Venezia, era in perfetta forma. Ruggiva con tutto l’entusiasmo dei suoi cavalli stanchi. Destinazione: Capo di Ponte Emilia.
Missione: una sorpresa ai miei per Pasqua.
Tutto pianificato: quattro ore buone di viaggio, a cui aggiungere tre pause per il caffè, il bagno e l’arrotolata di Amsterdamer contemplativa.
Avevo studiato il percorso su Google Maps, scegliendo il tragitto meno trafficato, evitando le autostrade. Da Milano a Lodi sulla statale, quindi la Paullese fino a Cremona, poi a tutto gas in direzione Mantova, svoltando, a metà percorso, in direzione del borgo sulle strade basse. Quelle che passano in mezzo ai campi, baciate dall’erba sui bordi, tra pioppeti e prati verdi dove le nutrie scavano come se fossero sempre vissute lì e i silos si stagliano contro l’orizzonte piatto.
I vecchi dicono che la vita la vedi davvero solo una volta, quando sei bambino. Tutto il resto è memoria. A me succede quando ritorno qui. Mi rammento le origini, la spensieratezza. Le lunghe estati, lente e vuote, da riempire con i libri, i giri in bicicletta, le gite al fiume…
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