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SEI QUI: Home » Libro Caffè » Autori Libri » Auster Paul » Trilogia di New York di Paul Auster (Recensione)
Auster Paul

Trilogia di New York di Paul Auster (Recensione)

2 Dicembre 2025Updated:2 Dicembre 2025Nessun commento17 Mins Read
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Trilogia di New York di Paul Auster (Recensione)
Trilogia di New York di Paul Auster (Recensione)
Paul Auster – Trilogia di New York

Trilogia di New York è un libro di Paul Auster composto da tre romanzi: Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa. I tre romanzi sono stati pubblicati tra il 1985 e il 1987.

E’ un’opera che sfugge alle definizioni, un labirinto narrativo mascherato da detective story, in cui Paul Auster smonta e ricompone l’identità, la scrittura e persino la realtà.

“New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé.”

Trama del libro Trilogia di New York

Città di vetro è il primo romanzo della celebre Trilogia di New York di Paul Auster. Come in tutte le storie ci troviamo a New York e la storia segue Quinn, che si ritrova ingaggiato come detective privato per sbaglio, pur essendo lui uno scrittore di gialli e si ritrova coinvolto in un caso misterioso che sfida la logica e l’ordine del mondo quotidiano. La sua indagine, apparentemente lineare, si trasforma presto in un viaggio surreale, dove le identità si confondono, le città diventano labirinti e la comunicazione sembra quasi impossibile.

“Adesso Quinn non era in nessun luogo. Non aveva niente, non sapeva niente. Non soltanto era stato rimandato alla partenza; ora si trovava prima della partenza, in un punto così antecedente alla partenza da essere peggio di qualunque arrivo immaginabile.”

Fantasmi è il secondo libro della trilogia, anche qui si muove un investigatore… piuttosto insolito. Tutti i personaggi portano nomi di colori, un dettaglio che conferisce alla vicenda un’aura surreale. Blue, l’investigatore, viene ingaggiato da White per sorvegliare un uomo chiamato Black. Il compito di Blue è preciso, deve osservare, annotare tutto e poi compilare un rapporto settimanale per White, che gli ricambierà con un assegno. Un maestro lo ha formato in passato, Brown, ormai in pensione e ritiratosi a una vita tranquilla.

Ma ciò che rende il lavoro di Blue così complesso è un intricato gioco di ruoli, alla fine, investigatore e investigato, carnefice e vittima si confondono tra loro, e l’intera vicenda assume tinte grottesche, oscure e a tratti incomprensibili, come un labirinto dove ogni via sembra condurre a un vicolo cieco.

“Scrivere è un mestiere per solitari. Ti prosciuga. In un certo senso, lo scrittore non ha una vita propria. Anche quando lo hai di fronte non c’è veramente.”

La stanza chiusa è terzo libro, un racconto più lineare. La storia ruota attorno a tre figure: Fanshawe, Sophie, e il narratore senza nome (amico d’infanzia di Fanshawe). Un critico dalle aspirazioni frustrate si trova chiamato a giudicare la produzione manoscritta del suo migliore amico scomparso. Quello che all’inizio sembra un semplice atto di riconoscenza si trasforma ben presto in un’ossessione. Nel tentativo di garantirgli la fama postuma, il protagonista si addentra così intimamente nella vita dell’amico da finire per rubargli tutto ciò che gli era caro: la moglie, il figlio, persino la madre. Ogni gesto, ogni decisione, diventa un passo in più dentro un labirinto morale in cui il confine tra devozione e appropriazione si dissolve, lasciando dietro di sé un’ombra inquietante e il sapore amaro di un tradimento irreversibile.

“La conclusione, tuttavia, mi è chiara. Non l’ho dimenticata, ed è una fortuna che mi sia rimasta almeno quella. Tutta la storia si restringe al suo epilogo, e se ora quell’epilogo non l’avessi dentro di me, non avrei potuto iniziare questo libro. Lo stesso vale per i due che lo precedono, Città di vetro e Fantasmi. In sostanza, le tre storie sono una storia sola, ma ognuna rappresenta un diverso stadio della mia consapevolezza di essa. “

Recensione

Questo libro è, prima di tutto, un esperimento letterario, un gioco raffinato che si muove sul filo sottile tra realtà e finzione, identità e solitudine.

Auster parte dal genere del romanzo investigativo, ma lo svuota dall’interno. Qui non ci sono indagini da risolvere, non ci sono cattivi da smascherare, c’è piuttosto un’indagine sulla psiche, sulla scrittura e sulla fragilità del sé. I protagonisti, scrittori, detective improvvisati, uomini in fuga da se stessi, si perdono nelle strade di New York.

Il cuore della Trilogia è la domanda: chi siamo davvero quando nessuno ci osserva?
Auster moltiplica doppi, pseudonimi, identità scambiate e personaggi che si inseguono come ombre. Il risultato è un gioco di specchi in cui lettore e protagonista finiscono per confondersi.

La scrittura è calibrata, tesa. Eppure devo dire che ho faticato a leggerlo. Mi annoiavo. Mi sono trascinata questo libro di poco più di 300 pagine per tutta l’estate, aspettando un guizzo, una scintilla che non è arrivata. Non mi ha trascinato dentro di sé, non ha suscitato emozioni forti; anzi, mi ha lasciata con quella sensazione strana, quasi anestetizzata, di quando un testo ti scivola addosso senza lasciare traccia.

È un libro per chi ama la narrativa che disturba, che apre domande sapendo di non volerle chiudere, che smonta le strutture tradizionali del romanzo per mostrarne l’ingranaggio nascosto. E di solito è un territorio che apprezzo, un terreno che mi attira. Ma questa volta, lo ammetto, mi ha lasciata… senza emozioni, come se il gioco di specchi fosse rimasto tutto sul vetro, senza riflettersi dentro.

Incipit del libro Trilogia di New York

1.
Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto tempo dopo. All’inizio, non c’erano che il fatto e le sue conseguenze. La questione non è se si sarebbero potuti sviluppare altrimenti o se invece tutto fosse già stabilito a partire dalla prima parola detta dallo sconosciuto. La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.

In quanto a Quinn, non serve dilungarsi su di lui. Chi fosse, da dove venisse e cosa facesse non ha molta importanza. Sappiamo, per esempio, che aveva trentacinque anni. Sappiamo che un tempo era stato sposato, che era stato padre, e che ora la moglie e il figlio erano morti. Sappiamo anche che scriveva dei libri. Per essere esatti, scriveva romanzi gialli. Questi romanzi li firmava con il nome di William Wilson e li produceva al ritmo di circa uno all’anno; il che gli garantiva abbastanza denaro per vivere modestamente in un piccolo appartamento di New York.

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Citazioni del libro Trilogia di New York

“New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore. Il mondo era fuori di lui, gli stava intorno e davanti, e la velocità del suo continuo cambiamento gli rendeva impossibile soffermarsi troppo su qualunque cosa. Il movimento era intrinseco all’atto di porre un piede davanti all’altro concedendosi di seguire la deriva del proprio corpo. Vagando senza meta, tutti i luoghi diventavano uguali e non contava più dove ci si trovava. Nelle camminate più riuscite giungeva a non sentirsi in nessun luogo. E alla fine era solo questo che chiedeva alle cose: di non essere in nessun luogo. New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era sicuro di non volerlo lasciare mai più.”

Città di vetro pag. 6

“Quinn era stato un affezionato lettore di romanzi gialli. Sapeva che per lo più erano scritti male, e nella grande maggioranza dei casi non avrebbero superato nemmeno l’esame più generico; eppure era la forma che lo attraeva, e rifiutava di leggere solo quei rari gialli di bruttezza indicibile. Mentre per gli altri generi letterari possedeva un gusto rigoroso, esigente fino all’incontentabilità, verso quei libri quasi non faceva differenze. Quando era dell’umore giusto, ne leggeva senza difficoltà anche dieci o dodici di seguito. Una specie di fame s’impossessava di lui, la bramosia di un cibo speciale, e non si interrompeva prima di averne mangiato a sazietà.

A piacergli, dei gialli, era il loro senso di pienezza ed economia. In un buon giallo nulla viene sprecato, non una frase, non una parola che non siano significative. E anche se non lo sono, hanno il potenziale per esserlo, il che è lo stesso. Il mondo del libro prende vita nel fermentare delle possibilità, dei segreti e delle contraddizioni. Poiché tutte le cose viste o dette, anche le più futili e banali, possono ricondurre allo scioglimento della vicenda, non si deve trascurare nulla. Tutto diviene essenza: il centro del libro si sposta a ogni avvenimento che lo proietta in avanti. Quindi il centro è dovunque, e non si può tracciare una circonferenza finché la lettura non è terminata.

L’investigatore è una persona che guarda, che ascolta e che si muove attraverso la palude degli oggetti e degli avvenimenti a caccia del pensiero, dell’idea che farà concordare ogni dettaglio e gli darà un senso. In realtà, scrittore e investigatore sono intercambiabili. Il lettore vede il mondo con gli occhi dell’investigatore, sperimentando il proliferare dei particolari come se fosse la prima volta.”

Città di vetro pag. 10

“Si chiedeva se Peter vedeva le stesse cose che vedeva lui, o se invece il mondo gli appariva diverso. E se un albero non è un albero, si chiedeva cosa fosse veramente.”

Città di vetro pag. 39

“Tutto si fa disordine. Ma le parole, come anche lei comprende, hanno la capacità di cambiare. Il problema è come dimostrarlo. Ecco perché io ora lavoro con i più semplici mezzi possibili… talmente semplici che anche un bambino può capire quel che dico. Consideri una parola che corrisponde a una cosa: «ombrello», per esempio. Quando pronuncio la parola «ombrello», lei nella sua mente vede l’oggetto. Vede una sorta di bastone con alla sommità dei raggi pieghevoli di metallo facenti da telaio a un tessuto impermeabile che, una volta aperto, proteggerà la sua persona dalla pioggia. Quest’ultimo dettaglio è importante: un ombrello non è solo una cosa, ma è una cosa che svolge una funzione… in altri termini, esprime la volontà dell’uomo. Se ci riflette un poco, ogni oggetto è analogo all’ombrello in quanto svolge una funzione. Una matita serve per scrivere, una scarpa per essere calzata, un’auto per esser guidata. Ora, la mia domanda è questa. Cosa succede quando una cosa non svolge più la propria funzione? È sempre quella cosa, oppure diventa qualcos’altro? Se lei lacera la tela dell’ombrello, quest’ultimo è ancora un ombrello? Spiega i raggi, se li pone sopra la testa, esce sotto la pioggia e si bagna. È possibile persistere a chiamare questo oggetto ombrello? Generalmente, la gente fa così. Tutt’al più, arriveranno a dire che è un ombrello rotto. Per me, questo è un grave errore, fonte di tutti i nostri disagi. Giacché non può più svolgere la propria funzione, l’ombrello ha smesso di essere ombrello. Può assomigliargli, può pure essere un ex ombrello, ma ora si è trasformato in un’altra cosa. Tuttavia la parola è rimasta la stessa: perciò non rappresenta più la cosa. È imprecisa; è falsa; cela l’oggetto che dovrebbe svelare. E se noi non possiamo neppure nominare un oggetto comune, quotidiano, che teniamo nelle mani, come potremo sperare di discorrere delle cose che veramente ci riguardano? A meno che non cominciamo ad assimilare il concetto di cambiamento nelle parole d’uso, continueremo a essere perduti.”

Città di vetro pag. 82

“Questa è la parte più interessante. A mio parere, Don Chisciotte stava compiendo un esperimento. Voleva saggiare la dabbenaggine dei suoi simili. Sarà mai possibile, si chiedeva, pararsi di fronte al mondo e snocciolare menzogne e assurdità come se niente fosse? Dichiarare che i mulini a vento sono cavalieri, che un bacile da barbiere è un elmo, che le marionette sono persone in carne e ossa? Sarà mai possibile persuadere gli altri a darti ragione anche quando non ti credono? In altre parole, fino a che punto la gente avrebbe tollerato lo sproposito se lo sproposito la divertiva? La risposta è ovvia, no? All’infinito. Tant’è che il libro lo leggiamo ancora oggi. Con sommo divertimento, per di più. E alla fine è proprio questo che tutti chiediamo a un libro… che ci diverta.”

Città di vetro pag.105

“Si sedette in soggiorno e guardò le pareti. Si ricordò che un tempo erano state bianche, ma adesso apparivano di una strana sfumatura di giallo. Forse un giorno si sarebbero fatte ancora più tetre, passando al grigio o persino al marrone, come pezzi di frutta che marcisce. Una parete bianca diventa una parete grigia, disse fra sé. La vernice si consuma, la città si tinge della propria fuliggine, l’intonaco si sbriciola. Mutamenti, seguiti da altri mutamenti.”

Città di vetro pag. 109

“Passava molte ore a guardare il cielo. Dalla sua postazione in fondo al vicolo, incuneato tra bidone e muro, non c’era molto altro da vedere, e col passare dei giorni incominciò ad apprezzare il mondo sopra di lui. Innanzitutto vide che il cielo è sempre in movimento. Anche nelle giornate senza nubi, quando l’azzurro sembra dappertutto, c’erano lievi, costanti mutamenti, perturbazioni graduali della volta che si assottigliava o si ispessiva, il biancheggiare improvviso di aeroplani, uccelli e cartacce volanti. Le nuvole complicavano il quadro e Quinn trascorse molti pomeriggi a studiarle, cercando di fissarne i comportamenti, di riuscire a prevederne le sorti. Prese confidenza con il cirro, il cumulo, lo strato, il nembo e tutte le loro combinazioni, aspettando l’apparire di ciascun tipo di nube e osservando le variazioni del cielo sotto il loro influsso. Inoltre le nuvole introducevano l’aspetto del colore, e c’era da considerarne un ampio spettro che andava dal bianco al nero con un’infinità di grigi intermedi. Tutti da investigare, da misurare, da decodificare. Inoltre c’erano le tinte pastello formate dalla combinazione del sole e delle nuvole in certi momenti della giornata. La gamma di varianti era estesissima, e il prodotto dipendeva dalle temperature dei diversi livelli atmosferici, dai tipi di nuvole presenti in cielo e dal punto dove il sole si trovava in quel particolare momento. Da tutto questo scaturivano i rossi e i rosa che Quinn amava tanto, i violetti e i vermigli, gli arancioni e i lavanda, gli ori e i leggeri diospiri. Niente durava a lungo. I colori si dissolvevano presto, mescolandosi agli altri e allontanandosi o smorendo al calare della notte. Quasi sempre era il vento che accelerava i fatti. Dal suo posto nel vicolo Quinn non lo sentiva quasi mai, ma osservandone gli effetti sulle nuvole poteva valutarne l’intensità, e la natura dell’aria che portava. Tutte le condizioni atmosferiche gli passavano sopra la testa una a una, dal sole al temporale, dal fosco allo splendente. C’erano da contemplare le albe e i crepuscoli, le trasformazioni del mezzodì, la prima sera, la notte. Il cielo non si fermava neanche quando era nero. Le nuvole erravano nel buio, la luna assumeva sempre una forma diversa, il vento non smetteva di soffiare. Qualche volta una stella si affacciava nell’angolo di cielo di Quinn, che sollevando gli occhi si chiedeva se c’era ancora o era bruciata tanto tempo fa.”

Città di vetro pag. 223

“Perché spiando Black nella casa dirimpetto è come se Blue guardasse in uno specchio, e capisce che invece di osservare solo un’altra persona sta osservando anche se stesso. La sua vita ha subito un rallentamento così drastico che adesso riesce a vedere cose che gli erano sempre sfuggite. La traiettoria della luce che ogni giorno attraversa la stanza, per esempio; e il modo che ha il sole, a certe ore, di riverberare la neve nell’angolo più interno del soffitto. Il pulsare del suo cuore, il suono del respiro, il battito delle palpebre… ora Blue si accorge di tutte queste occorrenze minime, e per quanto si sforzi di ignorarle gli ristagnano nella mente come una frase senza senso ripetuta all’infinito. Lui sa che non può essere vera, ma a poco a poco la frase sembra assumere un significato.”

Fantasma pag. 149

“Blue restò colpito dall’idea che un uomo che aveva speso la vita a costruire ponti sopra distese d’acqua perché la gente non si bagnasse, credesse che la sola medicina valida fosse proprio l’immersione in acqua… Dopo la morte di John Roebling, suo figlio Washington gli subentrò come ingegnere capo, e questa era un’altra storia curiosa. Ai tempi Washington Roebling aveva solo trentun anni, ed era privo di esperienza eccezion fatta per i ponti in legno progettati durante la Guerra Civile; ma si dimostrò ancor più capace di suo padre. Tuttavia, non molto tempo dopo l’inizio della costruzione del ponte di Brooklyn, durante un incendio rimase intrappolato per molte ore sott’acqua in una delle casseforme, e ne uscì con una grave embolia gassosa (un male temibilissimo, che è provocato dal formarsi di bolle d’azoto nel sangue). Sfuggì alla morte per miracolo, ma restò invalido e impossibilitato a lasciare l’appartamento all’ultimo piano in Brooklyn Heights dove abitava con la moglie. Qui Washington Roebling rimase molti anni seduto a seguire con il cannocchiale il procedere dei lavori, inviando ogni giorno la moglie a impartire le istruzioni necessarie e preparando elaborati disegni a colori per gli operai stranieri che non parlavano inglese, per spiegare loro le operazioni successive; e la cosa straordinaria è che aveva letteralmente in testa tutto il ponte: ne aveva memorizzato ogni componente, fino ai più minuti pezzetti di acciaio e di pietra, e anche se Washington Roebling non pose mai piede su quel ponte esso era interamente dentro lui, come se dopo tanti anni si fosse trasformato in una presenza corporea.”

Fantasma pag. 155

“I libri vanno letti con la stessa cura e la stessa riservatezza con cui sono stati scritti”

Fantasma pag. 167

“Le nostre vite ci guidano secondo schemi che non possiamo controllare, e con noi non rimane quasi nulla. Le cose muoiono quando noi moriamo, e in verità moriamo tutti i giorni.”

La stanza chiusa pag. 201

“Amare le parole, investire una parte di sé in quello che è scritto, credere nel potere dei libri: tutto ciò sommerge il resto, e al confronto la propria vita individuale diventa insignificante.”

La stanza chiusa pag. 225

“Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di là di me stesso, e che quel punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile. Era la piccola intercapedine tra il sé e il non–sé, e per la prima volta in vita mia questo non–luogo mi apparve come il centro esatto del mondo.”

La stanza chiusa pag. 235

“Tutti vogliamo che ci raccontino delle storie, e le ascoltiamo come facevamo da bambini. Dentro le parole immaginiamo la vera vicenda, e a tal fine ci sostituiamo ai personaggi fingendoci capaci di comprenderli perché comprendiamo noi stessi. È una mistificazione. Noi esistiamo per noi stessi, forse, e talora cogliamo anche un barlume della nostra identità, ma alla fine non siamo mai sicuri, e col passare delle nostre vite diventiamo sempre più opachi al nostro sguardo, più consci della nostra disorganicità. Nessuno può sconfinare in un altro – per il semplice motivo che nessuno può accedere a se stesso.”

La stanza chiusa pag. 248

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Narrativa Paul Auster Recensione
Ketty
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